La parola ai poeti. Enrico Fraccacreta

 

Prima del canto

L’Ente regionale di formazione mi chiamò nell’ottobre del 2001 per un corso di vivaismo che doveva durare circa sei mesi. Andò avanti per due anni. I ragazzi, prima di arrivare nel laboratorio della scuola, dovevano raggiungere il Centro di igiene mentale vicino alla chiesa dei cappuccini. Io, un collega tecnico agrario e la psicologa li aspettavamo in aula. Arrivavano già stanchi, alla spicciolata, si sedevano composti e ci guardavano con vaga e annoiata curiosità. Così potevo osservare mani che nascondevano gli sguardi, mani nei capelli, mani che tremavano, sentivo voci rimbalzare tra i muri bianchi come piccole palle di gomma. Sentivo la mia voce, completamente fuori registro, atona, uno sparo accorato che diceva di come siamo chiamati a indirizzare il processo produttivo sugli schemi più consoni e più adeguati agli orientamenti economici. Come ci dobbiamo avvalere di un complesso di nozioni che devono rappresentare una sintesi di tutti gli studi che riguardano le piante, oggetto di sfruttamento, e l’ambiente, inteso come clima e terreno, nel quale si svolge la produzione agricola. Parlavo, gesticolavo, proponevo imbelle, sotto lo sguardo sbalordito della psicologa, che le soluzioni saranno soggette a un vaglio economico agente sulle scelte dei mezzi tecnici da applicare, e quindi il tipo di preparazione e l’aspetto generale dei problemi trattati faranno pertanto di voi di clinici e non degli specialisti.

Il più minaccioso era lo sguardo del cagnanese seduto in seconda fila. Le ragazze guardavano stordite l’aria intorno. Il foggiano, con la lunga cicatrice dalla radice del naso al lobo dell’orecchio come fosse un sorriso capovolto, sfilò dalle retrovie dei banchi e uscì con la sigaretta appesa tra le labbra bofonchiando, con una occhiata al mio indirizzo, ipotetici viaggi in regioni equatoriali del corpo.

Noi non studieremo – continuavo tra i lampi ormai supplichevoli della psicologa – i fattori della produzione come tali, a differenza della meteorologia, della pedologia o della genetica, ma studieremo gli interventi su tali fattori al fine di accrescere il saldo attivo aziendale. Il proiettile di una fionda sibilò non tanto distante dal mio orecchio sinistro, il silenzio era diventato corporeo, mi chinai a raccogliere la pietra, piccola. Ecco, dissi tenendo la pietra tra le dita, questo è il prodotto di uno strato di tufo calcareo, proviene dalle argille e sabbie plioceniche coperte da una crosta di calcare poroso, vedete, questo sottilissimo velo siliceo di color azzurro bruno sono silicati di calcio e silice pura. Si ritiene, dissi ancora, che tale strato non rappresenti un orizzonte di accumulo, ma sia la melma di un antico fondo lagunare. Dobbiamo allora concludere, ragazzi, che il nostro Tavoliere non è una pianura alluvionale, ma un bassopiano marino emerso agli inizi del Quaternario. Si alzò uno smilzo balbuziente, quella pietra, disse, viene da Coppa sentinella, sopra Lesina.

La mattina dopo alle cinque ero già vicino al convento: al vecchio piccolo frate gli dirò che non sono adatto, troppo reattivo, scarse conoscenze della mente umana, intelligenza emotiva prossima allo zero, impazienza cronica, poi si tratta di ragazzi disagiati, brutte esperienze, ragazze abusate, sotto terapie farmacologiche, la psicologa già mi guarda male, no, non fa per me. Poi sono un disilluso, non mi stupisce quasi nulla, il pensiero procede per umoristiche similitudini velate da cinismo. Ogni curva un pensiero, sulla montagna del convento alle cinque c’era freddo, buio e freddo, nell’ultimo tornante la coda dell’auto sembrava magnetica, si raddrizzò all’ultimo momento. Si scoprì un pianoro con macchie scure di uccelli, massi sul pendio che parevano rotolare come un percorso inverso della disillusione, lasciando la coscienza ancora più desolata ma maledettamente chiara, col chiarore del giorno che cresceva intorno. 

All’arrivo si accese una delle solite spie luminose della mente, quella del rispetto. Chiusi con delicatezza lo sportello dell’auto, mi avviai con riguardo al mio stesso incedere, quasi in punta di piedi, verso il sagrato che luccicava di brina. Spenta una spia se ne accendeva un’altra, un semaforo di prima mattina, compassione. Compassione per me stesso, per gli altri che stazionavano in piedi in una lunga coda spazzolata dal vento freddo. Ma fu solo un attimo, altra spia, la principale, divagazioni. Divagazioni che accendono le tre sottospie, ironia, sarcasmo, critica gratuita. Il solito scatto, la solita agitazione, chiesi alla signora, più bassa di me di un terzo, che mi stava davanti nella fila; senta, ma la fila non si muove? È ancora presto, rispose, deve arrivare il frate, arriva alle sette ma è in piedi dalle quattro, ma sa, le lodi mattutine, la prima messa… Ci vorrà del tempo, lei si deve rassegnare, è la prima volta che viene qui? No, non risponda, lei non mi deve risarcire nulla, semmai a sé stesso. E di cosa, perché?, chiesi. Per la domanda sciocca che ha fatto poco fa, rispose la donna che, parlando, sembrava diventata più alta. Stia tranquillo, continuò, e attenda, e magari pensi all’ultima buona azione che ha fatto, mi guardò proteggendosi con una mano gli occhi dal vento, o sono solo occasionali le sue buone azioni? Ancora sotto l’effetto del rispetto, ribattei che erano peggio che occasionali, rarissime. Quasi come i cigni neri? Fece lei, sorridendo.

Sentii dentro l’azione quasi meccanica, l’azione sul quadro elettrico, l’interruttore generale che riaccende le luci dopo il corto circuito quando si fulmina un fusibile. E il fusibile della compassione bisognava cambiarlo, la compassione per sé e per gli altri era solo per sé. Poco alla volta ci si può sottrarre a quel tipo di seduzione, la mente che vaga nel mare carezzevole delle giustificazioni, o nelle tempeste quando si approda al solito porto dell’autocommiserazione, non arrivando mai al semplice naufragio, dove si può restare aggrappati ai legni del rimpianto, del rimorso, della contrizione e della preghiera. Una decisione semplice, non le mille legioni annidate nei contatti del pensiero.

Arrivai alle nove, parlava in dialetto, come faceva a volte il suo vecchio amico.

Conosci lo sforzo evolutivo della campanula garganica? Secoli di adattamento per vivere su una rupe, nella sabbia, nel bosco, in un vallone. Va’, va’, vattin.

Fu così che conobbi Mario, il cagnanese. Filippo, il clarinettista. Fuggianill, Annamaria, Totonnopittore, Antonio lo scrittore, Tina l’albanese, Graziellina, Federico II e gli altri amici di quegli anni.

 

(da Enrico Fraccacreta, I cigni neri, Passigli 2021)

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