di Giorgio Linguaglossa
Francesco Varano, Il gabbiano inattuale (Poesie 1982-1985), ilfilorosso, 2023
La poesia modernista in Europa ha avuto un merito: quello di mettere fine alla poesia orfica, epifanica, intuizionista che intendeva il «lirico» come la categoria centrale del novecento poetico italiano. La poesia modernista europea ha avuto il merito storico di porre fine alla poetica dell’implicito e del soggetto, ha reso l’implicito, esplicito. Mandel’stam in Russia e Eliot in Europa introducono il dispositivo modernista nella poesia occidentale cambiandola in profondità. La poesia italiana del Dopo Eliot cadrà però in un equivoco, intenderà il «correlativo oggettivo» come «comunicazione», al punto che oggi tra la «comunicazione» del linguaggio relazionale e la «comunicazione» del discorso poetico non c’è differenza alcuna, si è solidificata promiscuità e complicità.
Per troppi decenni la «comunicazione» in poesia ha tentato di corteggiare ed imitare la comunicazione di tutti i giorni, errore denso di conseguenze che ha attecchito la poesia italiana ed europea costringendola ad diventare un duplicato del quotidiano. Ad esempio, oggi il linguaggio epifanico, mettiamo, di un Ungaretti dell’Allegria è caduto in derubricazione in quanto quell’epifania è stata obnubilata dalla civiltà della comunicazione: dove c’è pubblicità, merceologia e spot non vi può più essere alcuna epifania se non quella dozzinale del kitsch, interi generi poetici oggigiorno vengono «dismessi», diventano oggettivamente obsoleti non per questioni di stile o etiche o estetiche ma perché la storia li ha messi nello sgabuzzino del rigattiere a fare funghi; la poesia lirica o post-lirica degli ultimi decenni paga lo scotto di essere decorativa e narrativa, si limita a decorare la comunicazione con fraseologie eufoniche.
Francesco Varano è un poeta consapevole dello scenario di crisi della centralità dell’io e ha cercato una via di uscita dall’impasse in un linguaggio «inattuale» e «spurio», cioè infirmato, scheggiato in modo appena visibile ma sufficiente a indurre nel lettore un effetto di spaesamento e di stupefazione. Il poeta di Maida è sgomento dallo spaesamento indotto dalla de-centralizzazione, anzi ‘a-centralizzazione’ del soggetto rinvenibile nella letteratura e nell’arte del modernismo; in questa «rivoluzione» ‘a-centrica’ (prendo in prestito questo termine da Enrico Castelli Gattinara), il Nostro rivela che si può in ogni caso coltivare una prospettiva ‘de-centrata’: se il soggetto è ancora lì a far valere le sue istanze pan logistiche, si trova ormai in una condizione laterale, periferica, eccentrica e non può fare a meno di accettare la prospettiva ‘a-centrica’, spettrale dove il focus non si sposta da un punto di vista ad un altro, ma dove sono presenti molteplici incroci di punti di vista. Ecco dei tipici esempi di composizione «a-centrica»:
Nei vagoni ferroviari ricompaiono
le spose. Sono passate anche loro
inquiete, da una città all’altra.
Nelle carrozze nuziali sono presenti
gli animali domestici
alcuni oggetti della loro futura vita.
Qualcuno chiude le finestre
e cuoce il pane per la sua distribuzione
alle spose in arrivo.
Non conoscono molti cibi
impossibilitate come sono,
ognuno desidera la sua nuova cena
*
Sin dal mattino le piramidi aboliscono i voli.
Si appendono le giacche e la borsa. “Per tutta la navigazione
se voi siete il padre avvolgete la vostra
carissima e azzurra sciarpa al collo della bambina”.
*
Sulla tua bellezza mi sono appena posato.
Non hai potuto vedere nulla di me con attenzione.
È la memoria che ti sfugge.
Non sei mai entrata in un mondo diverso dal tuo.
Quanto a quello che vuoi è dentro di te.
Però è come se tu non potessi scioglierlo…
Vero è che in tanti altri luoghi la poesia di Francesco Varano ripercorre le tracce della poesia del soggetto, ma in lui è assente qualsiasi soggettoalgia, qualsiasi elegia, e questo è un punto di merito che gli va senza dubbio accreditato. Il «gabbiano», cioè il poeta, è diventato «inattuale», non può più trovare il luogo della declamazione, è un «gabbiano» azzoppato che non può più volare ed ha l’andamento goffo, così claudicante da eletto e nobile che era un tempo.
George Steiner ha scritto: «il fatto che l’immagine del mondo si stia sottraendo alla presa comunicativa della parola – ha avuto la sua influenza sulla qualità del linguaggio. A mano a mano che la coscienza occidentale si è resa più indipendente dalle risorse del linguaggio per ordinare l’esperienza e dirigere il lavoro della mente, le parole stesse sembrano aver perso in parte la propria precisione e vitalità. So bene che questo è un concetto controverso. Presume che il linguaggio abbia una “vita” sua in un senso che va oltre la metafora…».1]
Steiner vuole dire che l’immagine del mondo nel linguaggio si è indebolita, il mondo si sta sottraendo al linguaggio, il linguaggio non può più rappresentare tutta la complessità e variabilità del mondo… di qui la dis-missione della memoria della tradizione: il discorso poetico, proprio in quanto libero dall’utile, dall’utilitario, ha la possibilità di mantenersi a doverosa distanza dai sobborghi del «segreto» epifanico dell’ente.
Il discorso poetico è quel tipo di linguaggio che ci avvicina all’extra linguistico, che non è più tematizzabile con il linguaggio della comunicazione, a riprova di ciò la poesia di Francesco Varano tenta di attraversare il linguaggio dell’io per giungere al linguaggio dell’io e del noi. Con le parole di Derrida: «Perché io condivida qualcosa, perché comunichi, oggettivi, tematizzi, la condizione è che ci sia del non-tematizzabile, del non-oggettivabile. Ed è un segreto assoluto, è l’absolutum stesso nel senso etimologico del termine, ossia ciò che è rescisso dal legame, staccato, e che non si può legare; è la condizione del legame sociale, ma non lo si può legare: se c’è dell’assoluto, è segreto».2]
1] George Steiner Linguaggio e silenzio, 1958, Rizzoli, 1972 p. 41.
2] Jacques Derrida, Ho il gusto del segreto, in Jacques Derrida e Maurizio Ferraris, Il gusto del segreto, Laterza, Bari, 1977 p. 51.


Uno scritto acuto su un poeta interessante.
Il problema che si è trovato davanti la poesia del Novecento è stato quello di una forma-poesia «riconoscibile» con un linguaggio sempre più «riconoscibile» che aveva il nome di «tradizione». Questo problema della riconoscibilità ha avuto un ruolo e una funzione «riconoscibile» perché tendeva a soggettivizzare il testo e quindi il lettore, con l’«io» posto in un luogo, immobile, e l’«oggetto» posto in un altro luogo, immobile anch’esso; di conseguenza, il discorso lirico si è ridotto ad uno schema, un confronto, in una partita di tennis tra due tennisti che rincorrevano una pallina, la pallina del significato. Il gioco si svolgeva secondo regole precise: il testo svolgeva la trama di una narrazione tra il qui e il là, tra l’io e il suo oggetto, tra l’io e il suo doppio, e il discorso lirico ha assunto storicamente una struttura cronologica e lineare.
Ma se l’oggetto si sposta, l’io vedrà un altro oggetto che non sarà più l’oggetto dell’attimo precedente; di più, se anche l’io si sposta di un centimetro, vedrà un oggetto nuovo. E così, il discorso lirico o post-lirico si è sviluppato seguendo rigidamente questo modello statico che abbiamo esemplificato come il gioco tra due tennisti sul campo da tennis. Un’altra via sarebbe stata in potenza percorribile, con le due «posizioni» (l’autore e il lettore) che cambiano il loro luogo nello spazio e nel tempo, come avevano ben intuito Mandel’stam negli anni Dieci del novecento e Eliot con The Waste Land del 1922, ma, dopo le avanguardie del primo Novecento la forma-poesia è ritornata all’ordine e si è assestata sul modello cronologico e lineare del «gioco» tra i due tennisti, trascurando il fatto che già Mallarmé aveva distrutto quel modello lineare mostrando che era una convenzione e null’altro e, come tutte le convenzioni, sarebbe stato preferibile derubricarla per sondare le possibilità di una terza via, una diversa forma-poesia.
La poesia del Novecento ha così ripiegato sulla stazione immobile dell’io, con l’io al centro del mondo, attorno al quale ruota la fenomenologia del mondo intrapsichico. È stato il modello vincente che ha imposto i suoi binari: l’io di qua e gli oggetti di là, in un costante star-di-fronte. Questo tipo di impostazione ha condotto la poesia inevitabilmente al pendio elegiaco, e il rapporto tra l’io ed il suo oggetto si è rivelato un dialogo posizionale, «convenzionale».
Francesco Varano si è trovato al bivio di questa biforcazione, la sua poesia sta lì, nel mezzo, indecisa, storicamente, se optare per una direzione o per l’altra. La sua poesia è importante perché segna questo momento di indecisione, di indecidibilità…
Caro Giorgio,
sono orgoglioso anche di questo tuo secondo intervento sul mio libro, perché mi ritrovo in quello che dici, infatti in me credo ci sia questa situazione di attesa, di attesa consapevole di desiderio di un andare oltre la soggettivita’, in una ipotesi soprattutto umana in cui sappia trovare un modo, per modificare in poesia i rapporti tra il soggetto e l’oggetto.
Rispetto al primo intervento, mi trovi d’accordo sul rapporto che poni tra poesia e linguaggio, esplicitando la prevalenza in Italia, di una poesia, verso un linguaggio comunicativo, epifanico, minimalista, come rispecchiamento del quotidiano, che mette al centro l'<>. Inoltre ti poni implicitamente la domanda sul come debba esplicitarsi la ralazione tra il linguaggio e il soggetto e quindi, come si debba fare poesia , nell’epoca della “fine della metafisica” e della storia. Ritrovi in parte nel mio libro, una ripartenza dell’a-centralità del soggetto, rispetto a quella società, che si esprime nei suoi spot, nella pubblicità in genere, nei suoi like, o nei suoi selfie, o nella sua concezione di “resilienza”, (de-naturando ciò che possa rappresentare la bellezza ), che come dice Byung-Chun Han, prefigura un’idea di umanità sempre felice, orientata verso il culto del corpo o del benessere, o il pensare sempre positivo dettata dal neo-capitalismo.
Comunque agli inizi degli anni Ottanta, (il periodo di scrittura del libro), ho cominciato a pensare maggiormente all’assenza possibile di eccentricità dell’io poetico – specialmente dopo l’uccisione di Aldo Moro, la conclusione della stagione delle speranze del ’68, dopo l’interruzione, cioé di un modo di fare politica, di un modo, quindi, di fare storia. Nella poesia italiana , proprio allora imperversava una prospettiva ego-centrica, quasi su una linea lirico-edonica. Anche come redattore di “Collettivo R”, rivista quadrimestrale di poesia, era qualcosa che rifiutavo , insieme agli amici della redazione, di cui Franco Manescalchi, recensendo i poeti degli anni ’80-’81, aveva messo in luce, pensando come antidoto l’antiletterarietà. Allora era una situazione di riflusso in politica come in poesia, – che sottoscriverei ancora oggi, nonostante quanto accaduto tra l’89 e il ’99, e poi negli anni duemila, un periodo di destabilizzazione politica in Europa, e di cui mi piacerebbe parlare in un confronto con la tua idea di “fine della storia”. E come Talia, sull’ultimo numero di “L’Ombra delle Parole”, ti vorrei domandare se la tua non sia un’idea di fine della metafisica tout court, facendo leva su Heidegger, che dice in “Che cos è la Metafisica?” che sempre noi abbiamo come riferimento l’ente, quell’ente che rappresenta la relazione eteronima, e dunque storia e metafisica.
Avremo modo di parlare della parte successiva del tuo testo, in cui riferendo il pensiero di Steiner, porresti la questione del rapporto tra linguaggio e parole, che stanno perdendo sempre più la loro vitalità nel ricostruire una immagine del mondo (diversa). E forse un “impegno” a scrivere poesia nell'”epoca della povertà” potrebbe andare in questa direzione. Grazie dell’aver sostenuto che io tenti di <>. Alla prossima.
mancante nell’ultimo rigo della risposta a Giorgio Linguaglossa: Grazie dell’aver sostenuto che io “tenti di attraversare il linguaggio dell’io per giungere al linguaggio dell’io e del noi”.
Anche al nono rigo: il segno è = dell’ “io poetico”.
Poesie molto interessanti che trattano temi esistenziali e civili.
Il libro appena uscito ” Il gabbiano inattuale” di Francesco Varano è stato recensito da Giorgio Linguaglossa curatore della rivista di poesia e critica ” Il Mangiaparole”.
Cura su facebook il settimanale ” L’ ombra delle parole” di discussione sui rapporti della poesia con la storia e la metafisica.