Abbiamo bisogno di luce. È un dato di fatto che quando osserviamo la realtà che ci circonda siamo portati a coglierne gli aspetti negativi. Vediamo uomini e donne affaticati dal lavoro e dal moltiplicarsi delle difficoltà, vediamo persone narcotizzate davanti agli schermi, allo scorrere di video colorati, confuse di fronte a un panorama di notizie e menzogne, scandali, attrazioni, tutto mischiato insieme. Siamo portati a vedere un mondo in disfacimento, che corre verso la rovina. Tendo a essere pessimista; non perché lo sia di natura, ma perché sono un poeta. Il Novecento ha amato il nero, ha lucidato come ninnoli d’argento il dolore, ha messo in crisi i linguaggi. Essere poeti significa cantare lo sfacelo, aderire a “ismi” che devono raccontare il fallimento e il crollo dell’essere umano. Vedo nero non perché ami le tenebre, ma perché il poeta ha cantato e deve cantare l’oscurità dell’abisso ed io sono un poeta. Dunque, quando vedo l’umanità sono chiamato a coglierne la desolazione e il buio.
Abbiamo invece bisogno di luce, ma questo bisogno non consiste necessariamente nel portare luce, piuttosto abbiamo necessità di riscoprire la luce che è dentro l’umanità. E così quando cammino per strada non vedo più uomini e donne in difficoltà o addormentati davanti a un telefono, osservo invece il gemmare della vita, l’abbraccio dei giovani che scoprono l’amore, lo stupore di un bambino, la bellezza di una giovane, l’ostinazione del filo d’erba che cresce al lato del marciapiedi, il profumo di spaghetti che esce da una cucina, la cura della madre. Quando incontro la mano tesa del mendicante, colgo anche quella che la stringe per dare conforto. Sono stufo del buio, non perché questo non sia pervasivo nelle nostre vite, ma perché vi è una luce più grande che lo dissipa.
La parola è chiamata riscoprire e portare luce. Annunciare la speranza non è di moda, non fa parte del copione. Ci sono parole come obbedienza e ascolto (che etimologicamente significano la stessa cosa) che danno fastidia, eppure contengono in sé la capacità di relazione, una regola per poter comprendere il mondo e dargli di rimando una parola risolutiva, un seme di speranza per incoraggiare a progredire nello spirito, nella scienza, nella tecnica, nella civiltà, nella pace. Il copione è cambiato, la luce entra dalle fessure della letteratura e dell’arte. Il poeta può portare luce; possiede gli strumenti dialettici, la sensibilità, la forza del significato, la bellezza per farlo e per farsi ascoltare. Non ci sono più margini per la mediocrità, per l’oscurità del dettato; non è più tempo per la tiepidezza.
(preghiera del mattino)
Ci sono occhi che parlano tutte le lingue
idiomi di un volto tirato a sorte
all’ombra del legno
che raccontano foreste
fessure di verde dal quale sgorga
l’azzurro del sogno
come dai solchi arati dal sonno
nel campo incandescente del letto.
Non dare via questo bene remoto
il linguaggio lineare dello sguardo
fra i rami spogliati dal freddo,
non cedere ai voti iridescenti delle pupille
ai suoi ricordi sigillati come inganni
chiusi nelle palpebre della notte.
Piuttosto guarda alla purezza sgranata
nella preghiera del mattino,
alla pietra aperta, alla ferita guarita,
al nostro incedere alla sorgente della luce
come il passo del nuovo giorno.
(la luce)
La bellezza è un contrasto di effetti
una linea di sole fra le palpebre dei rami
che gioca a nascondersi nel bianco.
Abbiamo fatto così: trovato il sentiero
nel dolore aperto al paradiso
fra le porte chiuse dalla vita
come l’erba ostinata fra i binari.
Abbiamo forzato gli equinozi
l’ellisse perfetta degli anni
compiuti nel bianco dei capelli.
Sappiamo questo:
la bellezza è una lama di futuro
che taglia senza colpa
la menzogna concessa dall’inverno.
Luca Benassi è nato a Roma nel 1976 dove vive e lavora. Ha pubblicato sei raccolte di poesia, l’ultima delle quali istruzioni per la luce è uscita per Passigli nel 2021. Ha pubblicato antologie poetiche in giapponese (insieme alla poetessa Maki Strfield, edizione e-book, 2016), spagnolo (2018), macedone (edizione bilingue, 2019) e serbo (2019). Ha tradotto De Weg del poeta fiammingo Germain Droogenbroodt (Il Cammino, 2002). Nel 2010 ha dato alle stampe la raccolta di saggi critici Rivi strozzati poeti italiani negli anni duemila. Ha curato le opere antologiche complessive di Cristina Annino (Magnificat. Poesia 1969 – 2009, 2009), Achille Serrao (Percorsi nella poesia di Achille Serrao, 2013) e Dante Maffìa (La casa dei Falconi, poesia 1974-2014, 2014).


