La raccolta di queste splendide liriche di Biagio Accardo presenta una ricchezza di motivi accomunati da un coinvolgimento personale, nel quale trova espressione, con rara finezza, il mondo interiore del poeta. La poesia è sempre, al là dei temi affrontati (anche di quelli apparentemente lontani da questa finalità), la “cifra” di una tensione esistenziale della persona. Ma nel caso di Accardo essa presenta connotati del tutto particolari, e non solo per l’insistenza con cui tale tensione ritorna – vi è qui un continuo, diretto riferimento a vicende personali – ma anche (e soprattutto) per l’esistenza di un “filo rosso” che attraversa l’intera narrazione e che forma l’ordito di un tessuto che ha per oggetto il “sacro” nelle sue più variegate manifestazioni.
L’atmosfera che si respira è allora quella di una spiritualità diffusa che si estende a tutte le esperienze della vita con una dimensione cosmica che, lungi dall’incorrere in una forma di panteismo in cui ogni realtà si dissolve, conserva con forza l’identità di ogni cosa, dando vita a una unità plurale che è la vera ricchezza di un sistema onnicomprensivo. E’ come se l’orizzonte che si apre configuri uno scenario insolito, la cui singolarità consiste nello spaziare oltre il contingente e l’immediato, per proiettarsi costantemente in avanti e “oltre”, nella ricerca dell’inedito e del non circoscrivibile.
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Il percorso che Biagio Accardo persegue per dare consistenza a questa visione si sviluppa attraverso una serie di tappe le cui singole manifestazioni, quasi altrettanti tasselli di un mosaico, si alternano senza smarrire la trama che le connette e che è costituita da un comune sentimento, espressione della percezione che il poeta ha della vita, del suo travaglio e sue delle ambivalenze, ma anche delle sue conquiste e delle sue attese. L’approccio alla realtà nella quale luci e ombre, bene e male si intrecciano senza posa, non si traduce d’altronde mai in una forma di pessimismo radicale o di nichilismo. Tutto è sempre riscattato da una fede, che non abbandona anche nel dubbio la speranza (Sia sempre così: sperare/ quando c’è nebbia, / fidare nella dimora / prima che questa appaia, p. 131).
La tensione, che segna costantemente la fatica del vivere, affiora anzitutto nei rapporti umani, negli incontri, che la fugacità del tempo e la propria insufficienza non hanno consentito di vivere in pienezza, e il cui ricordo intreccia nostalgia e malinconia. Come appare in maniera luminosa in questi bellissimi versi che guardano con rimpianto al passato ma insieme evocano il bisogno di un irrinunciabile riscatto: “Mi chiedo/ se fu amore ciò che poi non si ricorda, / se questo vuoto condanna me/ e condanna lei al rimorso di ciò che mi ha donato […]. E dove antico/
quanto la mia stessa nascita, un amore/ fatto d’un silenzio che più volte mi ha salvato” (p, 11). E, in un altro contesto, Accardo non manca di sottolineare il valore in sé dell’amore, anche se non ricambiato: “E sia, sia questo amore/ che non aspetta di essere amato, / il vomere che apre il solco/ e non sa della mietitura/ il piede che varca la soglia/ ignaro della casa in cui entra” (p. 131).
Questa fede-fiducia nasce e si alimenta al contatto con la natura: dalla sabbia del mare al cielo, dal “miracolo del bordo di una foglia/ che fa di quel verde proprio quella foglia/ bruna a schermare la vastità del cielo”, fino al “seme che cresce e non sa/ che romperà il baccello che lo tiene” (p. 76). Si tratta di quella che il poeta definisce come “la religione delle cose” che fa da contrappeso “all’ascesi dell’anima al suo cielo” e genera una “quieta stabilità” e un “silenzio”, che consente di porsi al loro ascolto (p. 77).
Si fa strada così l’invito alla riconoscenza “per la fioca luce che ti assicura appena un passo” e a rallegrarsi “della neve/ che cade e non si scioglie” (p. 81). A gioire per il succedersi delle stagioni che, pur nella diversa tonalità dei colori, sono latrici di esperienze, che suscitano emozioni sempre nuove. Si può (forse) qui evocare, per il nitore con cui avviene l’approccio a queste realtà senza tentazioni mistificatrici, nella semplice, sobria adesione a ciò che rappresentano, il “Cantico delle creature” di Francesco d’Assisi, dove riconoscenza e gioia, tra loro intrecciate, salgono al Creatore in perfetta umiltà e letizia.
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Tutto questo trova piena espressione in una splendida meditazione spirituale, nella quale Accardo esprime il senso della propria autentica religiosità, meglio della propria fede, nel diretto rapporto con l’immagine di Dio, che la rivelazione biblica ci ha fatto conoscere. Una fede che non cessa di proporsi ardua alla ragione umana, e che per raggiungerla “bisogna osare la notte, / piegarsi sul fango, / interrogare la terra, /tastare con le mani/ la forma di un impronta” (p. 99). Una fede che si guarda dal varcare la soglia del mistero, ma lo accoglie e si fa invocazione di un Dio che, nonostante l’essersi a noi manifestato nella “carne” di suo Figlio, non cessa di essere l’inconoscibile e l’innominabile, colui del quale occorre rispettare l’assoluta alterità. Un Dio che tuttavia si fa sentire, pur nell’incertezza e nel dubbio – ma non è questa la fede? – senza che lo possiamo vedere o toccare: “Eppure io so che tu sei lì/ dove non sappiamo dove non osiamo/. Manca, come sempre, il passo sicuro, / la parola che strappi la maschera/ e mostri il nostro volto di scandalo e di figli” (p, 12).
La ricerca insonne di questo Dio esige, da un lato, l’abbandono di ogni forma di idolatria, la quale è una tentazione permanente anche per il credente che si smarrisce di fronte alla difficoltà di dare il consenso a Qualcuno troppo grande per poterlo fare oggetto di adesione (“Abbiamo amato sempre idoli/ troppo per noi era Dio, p. 45); e comporta, dall’altro, la capacità di guardare con occhi nuovi il mondo decifrando la sua scrittura “tra le nubi e il tramonto:/ ci resta solo quest’ora in cui fissarlo/senza che a bruciare sia il nostro sguardo” (p. 38), o, ancora, di “vedere lontano, oltre questo verde dentro/ un vento duro tramontano” (p.75).
E’ un Dio vicino e lontano, immanente e trascendente, dunque, che esige, perché lo si possa incontrare, la messa in atto di un cammino, insieme costante e paziente, che ha bisogno di essere sostenuto da un intervento dall’alto, da un atto che certifica la sua Presenza attraverso lo svelamento che egli fa del suo nome: “… senti come in noi grazia/ un nome che non riusciamo a dire./ Dillo tu per noi, dillo dopo aver/ ascoltato, ed esserti spogliato,/ dopo esserti fatto come noi/ di pietra e sogno” (p. 56).
Nello intraprendere questo cammino Accardo ricorda le occasioni perdute, gli appuntamenti mancati. Lo testimonia questa bellissima poesia che vale la pena di riprodurre per esteso: “E nel tuo pianto conto i giorni/ che ho perduto, i semi che ho lasciato/ cadere: guardami sono un albero/ che corre verso il suo interno, /che ha smarrito il senso della sua primavera” (p. 123). Ma questa amara confessione, lungi dal condurre a un senso di colpa paralizzante, è l’occasione per cogliere la vera natura del Dio cristiano, il quale non attende che siamo noi ad andargli incontro, ma viene incontro a noi, ed esige soltanto che creiamo dentro di noi le condizioni per accoglierlo, coltivando umiltà e povertà di spirito e rendendoci in questo modo ricettivi della sua grazia e del suo amore. Perché – ci ricorda Accardo – non possiamo dimenticare che quando riconosciamo la nostra fragilità, quella che ci rende “esile come un fuscello”, e ci affidiamo alla sua misericordia, egli si fa àncora” e “cardine” del nostro “perenne andirivieni”, legandoci alla sua “radice” e avvicinandosi a noi con il “suo passo leggero e inavvertito” (p. 97).
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Un libro di rara suggestione, che sfiora i confini della grande mistica e che si avvale di un linguaggio scarno e penetrante, di una scrittura originale e raffinata che testimonia, al di là della ricchezza dei contenuti, una rara capacità di accostare la realtà con un alto sentimento di pudore. E che testimonia, anche per questo la presenza di una interiorità che trova sbocco naturale nell’evocazione e nell’invocazione del mistero assoluto.

