

Imparai a fare versi osservando le onde; intuii l’essenza del ritmo dal movimento delle acque – perfetta rappresentazione del divenire già agli occhi di Eraclito. Ma è necessario guardare ancora più indietro nei millenni, se si cerca una spiegazione al gratuito e misterioso gioco che alcuni di noi si ostinano a intrattenere maneggiando parole e combinandole su un foglio a imitazione dei disegni delle costellazioni.
Dev’essere stato su una spiaggia che l’uomo preistorico concepì per la prima volta l’idea del tempo – magari di notte, nel notare che quei punti luminosi sopra la sua testa occupavano nel cielo posti diversi in diversi momenti prima del levarsi dell’alba, ma anche che le loro traiettorie erano costanti e prevedibili; e dalla scoperta di una analogia tra il proprio atto respiratorio e le fasi della marea, egli cominciò forse a credere che una profonda unità abbracciasse tanto la propria vicenda individuale, fragile e continuamente minacciata, quanto quella degli alberi e dei soli, durevole e non condizionata dalla mortalità, e che i due poli di questa apparente antinomia fossero connessi nei termini in cui ogni parte è funzionale a un tutto; l’esigenza di esprimersi secondo una metrica affonda in quello stadio aurorale: nacque quando l’antenato provò ad accordare il proprio flusso verbale alla legge dei cicli cosmici, a cui le miriadi di forme e di esseri si conformano nel loro perenne rinnovarsi.
Mi affascina pensare che attraverso la scrittura poetica si possa scalare a ritroso l’evoluzione: il solo gesto di stendere su carta le parole, dividendole in sequenze regolate, in cui numero di sillabe e posizione degli accenti obbediscono a un andamento matematico, ci denuda di ogni orpello della nostra appartenenza a un’epoca contingente e dello status di figli di una condizione storica determinata, permettendoci di riallacciare un legame con le nostre radici archetipali, di tornare a quel momento originario in cui la nostra specie prese coscienza di sé e del mondo.
Vedo nella poesia un gesto inattuale e ribelle alla storia, un controsenso rispetto agli esiti della civilizzazione, un rito caduto in disuso e impraticabile in un presente come questo che ci è toccato, che sacralizza l’utile e che nega ogni diritto al prodigioso, schiavo del pragmatismo: l’uomo di oggi non potrebbe più essere poeta, ha perduto svenduto o rinnegato l’arsenale spirituale, l’ampiezza di visione e il candore di sguardo del selvaggio abitante delle foreste, spaventato dal tuono e dall’altezza delle montagne, ricettivo del numinoso, stupefatto dall’arcobaleno al punto da cogliere in esso la manifestazione di una potenza che lo trascenda, convinto di indovinare nei versi degli uccelli e del vento che fischia nelle gole delle voci che gli parlino. Per rimettersi a fare versi, per riguadagnarne il diritto, bisognerebbe immaginarsi come Empedocle e Talete, i solitari maestri che sulle rive egee interrogavano le nuvole e ascoltavano il suono delle schiume, estrapolando da ogni scena della natura una metafora del suo ordine e rinvenendo in essa il palpito di una corrispondenza universale; oppure rientrare nella pelle dei pionieri che affrontarono il mare dodicimila anni fa, quando presero il largo su zattere di vimini dalle coste meridionali dell’Asia, sventati e incuranti della nomea di folli con cui chi restava sulla terraferma biasimava la loro impresa, per navigare di isola in isola fino a fare approdo su nientemeno che un nuovo continente, e proseguire ancora anziché accontentarsi, sospinti dal puro piacere dell’esplorazione: perché la poesia è come il soffio divino che si propaga sulla distesa dei flutti, è anelito a un oltre, azzardo che contempla il rischio del naufragio, tensione inappagata e incoercibile per l’orizzonte aperto, vela gonfiata dal vento di un’ossessione suicida, volo di Perseo lanciato verso il firmamento, nel tentativo chimerico di misurare ecomprendere gli spazi incolmabili che separano Vega e Aldebaran, e infine annegamento però soave nelle lagune interstellari, con negli occhi il barbaglio dei mirabolanti paesaggi dischiusi dagli arcipelaghi galattici e appena intravisti.
Ma mi rendo conto che coltivare simili illusioni ha un che di patetico ai giorni nostri; mi viene in mente Luca Cupiello, il protagonista della commedia di De Filippo –emblema dello stato a cui si è ridotto l’artista in una società che lo misconosce: completamente assorbito dalla fabbricazione del presepe di cui tuttavia non importa nulla a nessuno, dedito al suo lavoro creativo con una abnegazione cieca di fronte all’indifferenza del mondo, così immerso nel suo sogno di bellezza esclusivo e non condivisibile da perdere i contatti con la realtà e da non accorgersi di nulla di quanto lo circonda.
Odissea
È stato ovunque, ha percorso le ere;
viaggiatore che ha nello sguardo il lampo
di un’isola ignorata dalle carte
che si profila inattesa a chi naufrago
batte le acque alla cieca e smarrito
da giorni incalcolabili e si interroga
se quelle palme non siano un miraggio;
ha impressa sulla pelle la carezza
ruvida delle burrasche del nord
e il bacio traditore anche se tiepido
degli alisei che al largo di Ceylon
precedono un diluvio tropicale;
ricorda il lungo esilio delle navi
nella torrida morsa delle secche
del golfo di Guinea, ricorda l’urlo
straziato che galoppa sulle coste
della Tasmania percosse da raffiche
soffiate dai bianchi deserti antartici;
mare, raccontaci com’è che andata
la tua odissea, che hai visto che hai appreso
girando il mondo bussando a ogni porto,
le prove superate e i rischi corsi,
e che tesoro di sale e di spume
ti porti dietro, di ritorno oggi
tu che casa non hai in nessun luogo
da questa traversata che mai ebbe
inizio e mai ugualmente avrà termine.
NOTA BIO
Guglielmo Aprile è nato a Napoli nel 1978. Attualmente vive ad Ischia, dove si è trasferito per lavoro. È stato autore di alcune raccolte di poesia, tra le quali “Il dio che vaga col vento” (PuntoacapoEditrice, 2008), “Nessun mattino sarà mai l’ultimo” (Zone, 2008), “L’assedio di Famagosta” (Lietocolle, 2015); “Il talento dell’equilibrista” (Ladolfi, 2018); “Elleboro” (Terra d’ulivi, 2019); “Il giardiniere cieco” (Transeuropa, 2019); “Falò di carnevale” (Fara, opera I classificata al concorso Narrapoetando 2021); “Il sentiero del polline”(Kanaga, opera I classificata al premio “Arcore” 2021); “Thanatophobia” (Progetto Cultura, opera I classificata al premio “Mangiaparole” 2021); per la saggistica, ha collaborato con alcune riviste con studi su D’Annunzio, Luzi, Boccaccio e Marino, oltre che sulla poesia del Novecento.
Guglielmo Aprile,
nato a Napoli il 21/08/1978
Email: [email protected]
Cell.: 3298054280

VIENIMI A TROVARE A FORIO GUGLIELMO SONO UN TUO GRANDE FAN TI PREGO VOGLIO UN TUO AUTOGRAFO