Le Reliquie di Gorret, le Cose di Borges e l’abuso di letteratura

di Augusto Pivanti

Daniele Gorret, Reliquie, Giulio Einaudi Editore, Torino, 2023

L’itinerario immaginifico di Daniele Gorret – dalle Campagne e acque del suo esordio, nel 1984, fino alle odierne Reliquie – si snoda in un paesaggio rarefatto eppure denso di richiami e figure; un paesaggio nel quale – indifferentemente si tratti di poesia, di prosa o di mediazione omoritmica – il lettore viene indotto a interrogarsi su un senso laico di “(tempo)eterno” e di “(spazio)infinito”. 

Emergono evidenti – in Gorret – i risultati di un (peraltro dichiarato) “abuso di letteratura”, condizione che porta ad un parallelismo stringente con la testimonianza di Jorge Luis Borges (le vaghe ore, la memoria impura, il lungo abuso di letteratura e al termine la misteriosa morte).

Non è solo la comune esperienza della siepe leopardiana a darne traccia, ma più vastamente l’idea che “il mondo è libro”: entrambe le biografie indicano in questa dedizione/dedicazione – non più laica, ma “religiosa” – la ragione stessa delle rispettive scritture, e non sembri azzardato accostare L’Aleph borgesiano – con il suo uso, anzi, abuso di simboli – al piano metaforico degli Anselmo Secòs, che Gorret ha accompagnato – accompagnando se stesso – nell’arco dell’intero stare al mondo.

Ma dove le rette convergono in un nodo affatto scontato è nel protagonismo delle “cose perse”, nel valore che assumono – a causa della loro permanenza – gli oggetti e le memorie alle quali essi riconducono. 

Inevitabile la comparazione tra le Cose di Borges e le Reliquie di Gorret: le monete, il bastone, il portachiavi dell’uno hanno la medesima forza evocativa della pietra raccolta, dei primi occhiali, della moneta ritrovata dell’altro, in un gioco ad inseguire che fa appartenere le intuizioni di entrambi alle vite (e ai cassetti, ai ripostigli, alle soffitte) di ciascuno di noi.

Con una differenza: i panorami dell’autore dell’Elogio dell’ombra non hanno tracce d’uomo (di sangui, di cuori), raccontano oggetti e solo oggetti (i tardi appunti che non potranno leggere i miei scarsi giorni, le carte da gioco e la scacchiera, un libro, il rosso specchio a occidente in cui arde illusoria un’aurora. E poi atlanti, lime, soglie, coppe, chiodi; cose che ci servono come taciti schiavi, senza sguardo, stranamente segrete, cose che dureranno più in là del nostro oblio, e che non sapranno che ce ne siamo andati).

In Gorret, l’oggetto che evoca memoria si arricchisce di circostanze vitali, reliquie che hanno vissuto i giri del sangue e i battiti del cuore: è così che Il passero a terra – appena morto, ma ancora caldo di vita lasciata da poco – implica una domanda: difficile dire se caduto dal tetto o cacciato; prevede una considerazione: significa addio ai movimenti leggiadri / al moto più ardito di tutti: il volare; e infine sollecita un gesto che l’autore dipinge a fresco con una pietas tenera, pure nella crudezza dell’atto: è reliquia presente che lascia pochissimo tempo / per essere guardata e pregata: / richiede d’esser sepolta / sospinge su tempo / ha premura di farsi una sola con terra.

Dai peli di Ciccius il cane al ritratto di Puff la gattina, dalla giacca di Anselmo all’abito festivo della madre, le reliquie di Gorret si susseguono illustrate con la consueta eleganza e profondità di analisi, ma – qui più che in altre sue opere – con una riserva di benevolenza per ciò che è stato, quasi che il ricordo – al presente – avesse il potere di emendare il dolore del vissuto, della realtà degli “allora”; quasi che il coinvolgimento autobiografico dell’autore fosse oggi placato da uno sguardo lontano perciò maggiormente protetto dalla sofferenza della perdita, delle perdite.

Ma quando rientra nell’“abuso di letteratura”, l’autore non può non (ri)leggersi con l’indulgenza lecitamente dovuta alla propria dedizione/dedicazione: A pagina cinquecentosettantotto c’è una foglia / che lì è stata collocata da un lettore / quando questo lettore era ragazzo: / aveva ventun anni quel lettore /ed ora ne ha settanta e vede poco. / Ma di foglia e di libro si rammenta; / troppo per lui quel poema fu importante: / al punto che segretamente qualchevolta / ne imparava intere pagine a memoria […].

Vi sono, poi, passi di uguale premura per le alterità di breve quanto di lunga vita: La lapide di Lia, vissuta un solo giorno (per l’esattezza, sei ore), con l’epigrafe spiazzante: Vide il mondo non le piacque / guardò il ciel sorrise e tacque, e La lettera di nonna Angela ai suoi nove nipoti, dov’ella dice una cosa soltanto: siate onesti e vogliatevi bene. Gli esempi che porta sono numerosi: / esempi di piante esempi d’animali: / tutti affettuosi, tutti solidali

È davvero amplissimo il “teatro del mondo” presente in Reliquie, una raccolta che pare porsi agli antipodi di questo tempo pieno di morte eppure senza consapevolezza della morte, della decadenza in ogni possibile forma: Daniele Gorret, uomo di pensiero e di lettere, ci insegna – al di fuori delle liturgie, con una metafora laterale eppure efficacissima – che ogni vita può trovare, nelle proprie reliquie, le radici e le ragioni del proprio essere qui, in questo tempo, con un’idea possibile di sé che non sia – per appiattimento, per utilità – l’idea che gli altri hanno di noi.

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