La parola ai poeti. Piergiorgio Dallan Viti

Scrivere è l’unica forma di interazione con gli altri che pratico con disinvoltura. Parlo poco, odio il telefonino, fatico a stare in mezzo alla gente, forse perché ho sempre saputo, già da piccolo, quando leggevo i grandi poeti, perché mia madre, maestra, me li faceva leggere, che il linguaggio era qualcosa di prezioso e il linguaggio poetico, il più prezioso di tutti. L’unico linguaggio che mi apparteneva, una seconda pelle. Allora, quando componevo i primi versi, più o meno intorno ai sei anni, sapevo che non dire era molto più importante di dire: selezionare con cura non solo le parole, ma anche i silenzi, le pause, gli “a capo” contro il barbaro mondo ruminante che mi circondava, incapace di venire a patti con la mia timidezza, la mia scelta marginalità. In fondo non ero altro che un grazioso soprammobile che “guarda com’è tranquillo” dicevano, e me ne stavo lì con i fogli stropicciati a scrivere. A scrivere sempre, dappertutto, nel mio disparte. Anche dentro la macchina, nei tragitti che mi permettevano di osservare le rondini, le spiagge, le colline delle Marche, l’unico mondo possibile, perché, certo, non si navigava nell’oro: il mare era quello di Porto San Giorgio, a dieci minuti da casa, e le gite fuori porta, poche, e frizzi e lazzi, pochi, anche quelli.

L’incontro con Antonio Santori a 18 anni poi, ebbe l’effetto dirompente di un tuono dentro la gabbia toracica: fino ad allora avevo letto i classici, ma ignoravo completamente il Novecento, la galleria aurea dei mostri sacri, pronti a sbranare le mie poesiole di bambino. Ecco allora che il professor Santori mi diceva di leggere questo e quello, e sentivo che la mia poesia iniziava a sfaldarsi, a sfarinarsi, a crollare poco alla volta per risorgere sotto altre forme, ben più complesse; d’altronde l’incontro con Amelia Rosselli non poteva essere indolore…Ma nel mondo dei grandi a cui mi affacciavo, tutti i concorsi che avevo vinto da piccolino, quando, a forza di vincere ero addirittura diventato la mascotte degli organizzatori, mi ero reso conto, non contavano più nulla: è stato come perdere la carta d’identità. Non ero più nessuno, a diciott’anni. Piergiorgio Viti, e chi è questo? Non sapendo nulla, gli altri, i giudicanti dalle barbe appassite, delle filastrocche, dei lutti, dei silenzi, delle malattie, sceglievano presto: un continuo ignorare. Allora, nonostante le porte chiuse, gli inviti mai arrivati, le lettere senza risposta, ho continuato, nel tempo, a coltivare i miei bonsai di parole, in ermetica devozione. E ancora oggi è così. Sono pochi gli amici che, fuori dall’hortus conclusus, dalla mia sfacciata “insularità”, hanno saputo stimarmi e rispettarmi, senza inganni, senza lecchinerie, perché essere onesti e fare “la poesia onesta”, come diceva Saba, significa questo: specchiarsi, non compromettersi, guardare da fronte a fronte. A Luciano Benini Sforza però, va una menzione particolare: perché da intenditore vero, ha saputo comprendere, più di altri, il talento e il labor limae celati in un fazzoletto di parole, entrando a poco a poco nella carne viva, come i bravi chirurghi, di quelli che sanno il mestiere. A lui (e a pochi altri, loro lo sanno…) il ringraziamento perché la mia poesia, in mezzo a tanto scintillante e a volte vacuo artificio, possa continuare a essere quello che è, pura, semplice ma non banale, quasi cantabile e volutamente da “poeta minore”, come ho detto in un’intervista, anni fa, non ricordo più dove…

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Nota biografica

Piergiorgio Vitivive nelle Marche, dove è professore di lettere. Le sue poesie sono tradotte in spagnolo e rumeno. Nel 2010 esce un suo intervento critico per il catalogo, tradotto anche in cinese mandari-no, della mostra di Pietro Annigoni, in occasione delle esposizioni nelle Marche del cele-bre “pittore delle regine”. Nel 2011 ha pubblicato la prima raccolta poetica, “Accorgimenti” (L’arcolaio), mentre nel 2015, per Italic, esce “Se le cose stanno così”. Ha anche scritto per il teatro: “La fiabola di Virginio e Virgilio” con Tosca protagonista e “I sogni di Ray” con Carlo Di Maio. E’ andato in scena a teatro come autore e voce recitante per “La voce dell’uomo”, un tributo a Sergio Endrigo. Ha tradotto “I Preludi” di Alphonse de Lamartine con lettura di Ugo Pagliai e Paola Gassmann per il festival “Armonie della Sera”. Nel 2016 ha fatto parte, insieme ad altri poeti e scrittori, del progetto fotografico-editoriale “Memory Card” (Hacca Edizioni), realizzato dall’artista Rita Vitali Rosati. Nel 2017 esce un contributo per una “Piccola inchiesta sul provincialismo” (Galaad Edi-zioni, a cura di Simone Gambacorta). Nel 2019, per Pequod, pubblica “Aperto per inventario”, terza silloge poetica, che viene anche presentata al Salone del Libro di Torino con copertina di Ilario Fioravanti. I suoi testi sono presenti e recensiti in blog, siti letterari e riviste (La Lettura, Poesia, Zeusi, Segno, Poetarum Silva, Centro italiano di poesia, Rai news ecc.).

 

Un pensiero su “La parola ai poeti. Piergiorgio Dallan Viti

  1. S&R

    Grazie per questa bella testimonianza dell’intreccio inestricabile tra poesia, storia e personalità. E’ la vita che parla in questo scorrere di parole cadenzate dai silenzi.

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