La parola ai poeti. Rita Greco

Il mio primo incontro con la poesia è avvenuto a otto anni. Scrissi una filastrocca che parlava di asce e di infelicità. Oggi, da adulta, il contenuto di quei versi mi colpisce perché mi sembra indicare che molto presto ho avvertito la scossa interna dell’inquietudine e che molto presto ho scoperto nella scrittura un rimedio efficace per placarla. 

Nel periodo dell’adolescenza mi sono imbattuta, quasi per caso, in alcune voci maestre della poesia: Octavio Paz, Anna Achmatova, Konstantinos Kavafis. Fu una vera e propria folgorazione. Ero incantata da questo linguaggio alato, musicale, così diverso dal quotidiano, porta schiusa alle visioni, che non comprendevo pienamente, ma che sentivo di voler esplorare. Da allora, la poesia è diventata una presenza costante nella mia vita e l’ha alleggerita, migliorata. Come molti adolescenti, mi sentivo in prigione: la poesia mi permetteva di evadere da quella prigione, mi autorizzava a esercitare il mio sacrosanto diritto alla libertà.

Sono poeta
se voglio che la rosa sbocci, la rosa sboccerà
la libertà tornerà, portando la sua piccola conchiglia
in cui risuona l’eco di una tempesta.
Yang Lian

Lenimento dell’inquietudine, accesso alle visioni ed esercizio di libertà sono pungoli alla mia scrittura validi ancora oggi, ai quali, crescendo, ne fanno eco di nuovi. 

Primo fra tutti, il tentativo di rispondere alla domanda: io chi sono? Probabilmente tutta la poesia è un tentativo – di dire l’indicibile, di onorare l’invisibile, di prendere per mano quella quota di mistero insita nella vita, attingendo alle zone più profonde e inesplorate del sé, per le quali il linguaggio poetico si fa canale privilegiato di incontro ed espressione. Nell’ “io chi sono?” si confronta con la sua prova più ardua, essendo la tensione tra la domanda e la continua ricerca della risposta – chissà se e quando raggiungibile –  la zona entro la quale si gioca la relazione con l’altro. Credo mi interesserebbe poco sapere chi sono, se io fossi l’unico abitante della terra. Ciò che anima la mia domanda, è il desiderio di incontrare l’altro, di edificare nel “noi” una relazione che abbia radice nell’autenticità. Del resto, la poesia è per sua stessa natura relazione e autenticità. Scriviamo per poter dire qualcosa di noi che voglia essere accolto; leggiamo ponendoci in ascolto di una voce nella quale avvertiamo risonanze e affinità. È mostrarsi nudi, disarmati. È il tempo lento dello scavo, della caduta delle maschere, dell’avvicinamento alla propria verità. 

Ecco un’altra delle ragioni che mi inducono a frequentare la poesia, da lettrice e da autrice: la dilatazione del tempo che essa opera, trasformando l’assedio frenetico del quotidiano in un tempo interiore di sosta e raccoglimento, nel quale, per dirla con Bobin è possibile “crescere in chiarità”. Una chiarità  verso cui tendere nell’accezione umana e poetica, non potendosi, a mio avviso, considerare disgiunte le due dimensioni. Nel ritorno alla lentezza e, per suo tramite, nel sostegno di  quel bene prezioso che è l’attenzione – al piccolo, al nascosto, all’insignificante, che torna a brillare e investe col miracolo del puro esistere, alla moltitudine di mondi visibili e invisibili che abitiamo o che ci abitano – la parola poetica trova la più nutriente delle dimore per decantare, venire alla luce, essere assimilata. 

In conclusione, se dovessi rappresentare con un’immagine la mia visione dell’esperienza poetica, sarebbe quella di un effetto domino virtuoso, che muove dalla poesia, attraversa la vita e torna alla poesia.  

*

Tutta la casa era un alibi
o un fiume
che scorreva verso di me

pensavo l’eternità
come si pensa
un fiocco di neve.

*

Prima che il giorno accada
saremo abbondantemente nati.

Viaggiavamo sul ciglio del dirupo
come affacciati a una finestra

stringiamoci, mi hai detto,
cos’altro ci resta?

*
Io chiedo alla poesia
la cura e l’abbandono,
il fascio di luce che germoglia
dal mio viso al tuo,
la colpa dissolta
l’onda lunga del perdono.

da La gioia delle incompiute (Ladolfi Editore, 2021)

Rita Greco è nata e vive a Mesagne (Br). Ha pubblicato le raccolte di poesie “Perché ho sempre addosso un cielo” (2007) e “La gioia delle incompiute” (Ladolfi Editore, 2021, prefazione di Alfonso Guida). Ha conseguito diversi riconoscimenti in premi letterari a livello nazionale. È stata ospite, tra gli altri, del Festival Internazionale di Poesia Civile e Contemporanea del Mediterraneo e di “Colpi di voce”, maratona letteraria di Bologna in lettere. Suoi testi sono apparsi su vari blog, antologie e riviste letterarie,  su “La Repubblica” e nel tredicesimo volume “Sud I poeti” (Macabor editore). 

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