La parola ai poeti. Valentina Calista

Avvicinarsi alla poesia è stata una salvezza arrivata molto presto nella mia vita e grazie ad una figura che rimarrà, per me, sempre il suo simbolo: la poetessa Paola Malavasi, prematuramente scomparsa, nonché mia insegnante di Letteratura Italiana durante gli anni del liceo. Con i miei quaranta anni di oggi, posso affermare che la poesia è entrata definitivamente in forma scritta nella mia vita nel periodo dell’adolescenza. La poesia e la musica mi hanno salvata. Avevo quindici anni e frequentavo la terza superiore e Paola Malavasi (Viterbo 1965 – Venezia 2005) fece una cosa che tutti gli insegnanti dovrebbero fare: credette in me e mi diede la chiave di accesso al mondo della poesia. Conobbi Paola in III liceo, quando avevo 15 anni. Fu la mia “poetessa guida”, come amo definirla. La nostra amicizia scavalcò le aule del liceo. Mentre preparavo il mio primo esame di letteratura italiana all’Università, l’andai a trovare per un consiglio. Stava facendo il pane per il figlio. Un giorno, tra le barriere dei libri nel suo studio pieno di carte scoprii alcune sue poesie pubblicate nelle edizioni Pulcino Elefante dai titoli Dolce (1999) e Paese Passato (2000). Mi sembrarono un piccolo miracolo. Mi introdusse alla lettura di Alda Merini, un giorno, sulla porta, mentre me ne stavo andando per tornare a casa. Ho iniziato a scrivere pensando ad una fattibilità del percorso poetico alla fine degli anni di liceo. All’università, grazie agli studi umanistici e ad incontri intellettuali altrettanto nutrienti, consolidai il mio lavoro di scrittura e pubblicai il mio primo libro, dal titolo La vertigine dell’andatura, nel 2015 per le Edizioni Ensemble. Prima di questo testo ci furono alcuni premi letterari e soprattutto la pubblicazione del mio primo Pulcino Elefante (2013) di Alberto Casiraghy, dal titolo Oltretutto. Quando Paola Malavasi morì intrapresi definitivamente il percorso accademico delle lettere e capii che la scrittura era parte totalizzante della mia persona, della mia vita. E divenni insegnante di liceo anche io, dopo aver vinto una borsa di Dottorato in Italian Studies alla University of Reading in Inghilterra, capii che la trasmissione del patrimonio delle humanae litterae era il mio percorso. Anche io, come Paola, volevo far capire ai giovani, non tanto – in fondo – più giovani di me, ciò che avevo appreso dall’arte oratoria di questa poetessa guida. Terminato il dottorato insegnai in Inghilterra e capii che l’accademia, così autoreferenziale, non faceva al mio caso. L’amore per lo studio e la ricerca rimasero ma decisi di dedicarmi all’insegnamento e così tornai in Italia per insegnare Letteratura italiana alle scuole secondarie.Dare una definizione di poesia credo sia una delle cose più difficili, facilmente si può cadere nel banale e nella retorica, ogni parola sembra non essere mai abbastanza. Per me, tuttavia, credo rappresenti una dimensione “altra”, un momento di stasi spirituale in cui decodificare l’interiorità rendendola parole e, per questo, renderla momento divino dell’esistenza. Credo fortemente a ciò che chiamo “divino quotidiano dell’esistere”, alla connessione tra poesia e il mondo spirituale. Dopotutto, la nostra immensa tradizione letteraria prende vita, canonicamente, con San Francesco d’Assisi attraverso la forma della lode. E se la nostra eredità poetica ha seme nella preghiera, per quale motivo – mi sono detta, sentendo assonanza con questa tradizione – dovrei allontanarmi da questo? Ecco, dunque, che la poesia divenne per me, nel tempo, da urgenza della comunicazione in età giovanile a causa di una adolescenza travagliata, a momento di silenzio spirituale attraverso il quale divinizzare la vita e coglierne il sacro. Sacro, cifra misteriosa e vivente aldilà del velo. Questa parola è intrisa per me di sangue, di vita, di forza che scorre nel sottobosco della vita, dunque nell’anima. La poesia è – per me – contatto con Dio e l’Universo, con una forza vitale e con l’amore (pur carnale), anche quello mancato e che trascina la vita in un percorso di luce e ombra. Serve la parola, il codice che si mette a servizio dell’impossibilità del dire l’infinito e dell’indicibilità per decifrare l’essenza umana che trasuda nel quotidiano. Questo è per me poesia: un silenzio nel quale leggere la vita e il fuoco del divino amore per l’esistenza, nel bene e nel male, un modo per leggere il dolore e farlo luce, per rigenerarlo e donarlo all’altro come esempio di vita vera. Un modo per dire: “ecco, non siamo soli, non sei solo, sola”. E nel fuoco della vita c’è soprattutto il sentimento amoroso, il quale, insieme alla tensione per il divino e per l’esistenza, è stata ed è la forza motrice della mia poetica. Amore è una parola di immensità semantica e la poesia, da sempre, lo traduce in parola che fa realtà e ci riporta a casa. Non solo l’amore dato, ricevuto, ma quello mancato, quello dei vuoti e dei traumi dell’infanzia e di una adolescenza difficile in cui l’unico scopo diventa quello della ricerca del senso della vita e del dolore. Allora ecco che la parola subentra in aiuto e si trasforma in lama per scavare dentro sé ma anche balsamo che lenisce. Da qui, è poi partito un percorso che, in età matura, si è condensato nel suo significato più profondo in ciò che è il mio lavoro di insegnante – educatrice. Insegnando la letteratura italiana a scuola ho scoperto, man mano, che l’urgenza di oggi è proprio aiutare i ragazzi nel colmare il senso di vuoto e dispersione in una così difficile società ed età, l’adolescenza, più colma di mancanze – soprattutto d’amore – che altro. Non è certamente – il senso – riempire le menti dei ragazzi di nozioni scollegate dalla realtà, bensì saper tradurre per loro i significati più profondi delle opere che studiano, dei contesti storici, adattarli all’attualità che vivono e che viviamo. Insegnare letteratura dovrebbe essere anche educazione ai sentimenti, perché quando leggiamo l’altro leggiamo parti di noi, leggiamo l’essere umano. Da anni, con le mie classi, porto avanti tutto l’anno momenti di didattica creativa attraverso la quale, nei laboratori di poesia in cui i ragazzi sperimentano, portano avanti progetti letterari creati da loro. Proprio recentemente è stato pubblicata una silloge poetica creata da tutti i miei studenti e dal titolo Non so scrivere d’amore, edita per Delta3Edizioni (2023). Gli studenti di tutte le mie classi, quindi di diverso grado, hanno lavorato tutto l’anno a questo libro affiancando il progetto di scrittura collettiva alle lezioni di letteratura. Questo progetto ha portato degli evidenti benefici tra i quali aiutare i ragazzi a nominare le emozioni col nome giusto, a parlare di queste, quindi aiutarli e guidarli ad aprirsi a temi difficili, come l’amore, da loro scelto. Inoltre, il progetto ha portato collaborazione tra diverse fasce di età e questo ha creato una maggiore unione e partecipazione tra loro. Inutile dirlo che i benefici sono stati molti altri ma qui ho voluto evidenziare quelli che più mi stanno a cuore. Quindi, quando ci chiediamo cosa sia la poesia, forse dovremmo imparare a guardare nuovamente a questa arte con lo sguardo dell’antica etimologia derivante dal latino poësis, risalente al greco poí?sis, derivato di poié?, ovvero ‘faccio, produco, creo’, un atto collegato alla nascita di quel momento in cui si realizzano individualmente e si rendono intelligibili le possibilità creatrici e suggestive delle intuizioni e della fantasia. Invece, purtroppo, si tende spesso a guardare questa arte esclusivamente con la lente dell’accademia intesa come mera espressione metaforica di contenuti umani in corrispondenza di peculiari schemi ritmici e stilistici, produzione letteraria in versi. Ahimè, un dolore – a mio avviso -accogliere nella propria vita la poesia esclusivamente con quest’ultima accezione.

Inediti

1)

Di cosa siamo capaci.
Di silenzio e canto
di abbracciare gli occhi
del vicino più vicino
ora, da sempre lontano.

Stare è l’abito che indossiamo,
ci siamo riusciti ad apprezzare il sacro,
a scongiurare maledizioni, a dissolverci
nel quieto vivere che implora: resistiamo.

Restiamo.

Stiamo, come il cielo sopra le punte degli alberi
le mani sopra i seni a provocare tempesta,
le lacrime a scendere, a scavare trincee.
Stiamo, siamo, saremo, parole che infine
sanno di buono e di vero, di briciola di pane
d’amore e sale, di casa, d’incenso e chiesa, d’altare.
Volare, creare, stare.
Amare, l’infinito si fa tutti i giorni.

2)

Oggi va così: e dico, io.

Si perde il panico della vita,
non si ha paura di morire,
d’ascoltare i morti , le loro storie,
le saggezze nascoste nei racconti
nelle mani che snocciolano rosari.

Si perde il battito del bacio, del tocco,
dei corpi che si cercano per non morire.
Chiusi nelle nuove solitudini delle case,
delle chiese. Non ci sono più altari
che siano degni di Verbo e ascolto.

Oggi la tramontana gela la parola,
quella che è dono e sangue,
profezia e letto d’amore per il ristoro.
Mi gela tutta l’aria intorno, le mani
non le muovo per cercare il nulla.
Strette nel cappotto, le mani, ora
mi parlano di ruvidezze che curano.

Il mio decalogo lo scrivo al freddo.
Ricordare di amare.
Ricordare di respirare.
Ricordare di ricordare il respiro d’amore.
Ricordare di ricordare l’amore del respiro.
Ricordare di scordare il nulla, l’infamia,
la mala parola, la mala sorte, il male tutto.

Ricordare il mare. Pieno, solo, amore.

3)

Proviamo a prendere
questi desideri, farli pane
fuori dal buio,
quando la notte
scalpita per essere.

Proviamo a consacrarli,
portarli in dono
sull’altare della vita.
Rendiamo lacrime all’acqua,
facciamole mare cielo e sangue,
letto di paglia per riposare.

Amiamoli, i desideri,
che del loro aspetto
rimane il rapimento,
la stella oltre l’io,
la scintilla del sorpasso,
la voce dell’eterno
dove sempre siamo
saremo.

4)

Sii quel niente che ti promette
al tutto. Sii quel nulla che ti devota
al giorno, che della notte non sai
parlarne. Sii, soltanto, sii questo
saziare la lingua di senso e pane.
Sii, come l’altezza della nuvola
che inafferrabile richiama l’acqua.
Sii gesti, molliche di pane sulla tavola,
bicchieri di vino e ostie quotidiane.
Sii, soltanto, sii. Uno schiudersi.

2 pensieri su “La parola ai poeti. Valentina Calista

  1. Giorgio stella

    Ricordare di scordare il nulla, … Verso prezioso! La ‘morbosa’ analisi’ si evade nella cifra appunto in cui scompare. Mi piace pensare a te e la tua insegnante, la guida, come dante e Virgilio in effetti il tuo laboratorio dura il tempo di un orfanotrofio che passa su una vetrina di una foto.
    Grazie!

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  2. fabrizio centofanti Autore articolo

    Questo è il commento che Paolo Valesio non è riuscito a postare per motivi tecnici:

    “La dichiarazione di Valentina Calista sulla vita e la poesia è una delle più belle e profondamente umane che abbia letto in questo blog. Vorrei aggiungere: questi pensieri possono chiarire e incoraggiare forme di poesia molto diverse”

    Rispondi

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