
Kai palin katakypsas egraphen eis ten ghen
E, chinatosi di nuovo, scriveva per terra.
Gv. 8,8
Dover parlare di poesia genera in me sempre del disagio, associato alla consapevolezza dei miei limiti e della mia inadeguatezza sul tema. È come se non riuscissi a dire in modo esaustivo quello che davvero vorrei dire a riguardo. Una luce ad intermittenza, un respiro, una sparizione, una magia, tutto e niente.
Non so perché mi sia venuto in mente quel versetto di Giovanni, inserito nella pericope della peccatrice perdonata, celebre per la durezza e la verità di quelle parole, che alla condanna sostituiscono l’esame interiore di sé, che al furore e alla violenza sostituiscono la misericordia per la condizione umana: «Chi di voi è senza peccato, getti per primo la pietra contro di lei».
Da lì voglio partire.
Gesù scrive solo in quell’episodio, mentre scribi e farisei, i dotti e i giusti, lo interrogano con insistenza per trovare il pretesto di accusarlo, e ciò che scrive resta un mistero.
L’evangelista che Gesù amava sottolinea quell’atto due volte: Gesù si china a terra con le mani nella polvere, mentre l’uomo grida la sua giustizia, decreta la fine di una donna, il nazareno scrive con un dito.
L’unico momento in cui l’insegnamento di Cristo diviene scrittura, parola-grafema, viene impresso con sette parole, e non a caso, a mio avviso. Laconicamente il passo evangelico contiene tutto. Nessuno lesse, nessuno sa con certezza cosa. Solo innumerevoli ipotesi.
Resta scolpita in me l’immagine di uomo a terra, che scrive.
Chinatosi, katakypsas, ancora, palin, scriveva, egraphen.
L’atto dello scrivere impone una postura, il capo chino, e una condizione, l’assoluta lacerazione con il reale, un reiterato esercizio, ???????, di purificazione che è anche esercizio di alterità.
Si scrive bene quando si incide la terra con una falange.
«Ho detto anche che il cielo non può operare da nessuna parte meglio che nel fondo della terra», dice Eckhart, che designa l’Entbildung, una “spoliazione”, un non dimostrare nulla, l’abbandono delle immagini, uno svuotarle dalla pretesa di dire per aprirle davvero, non una volontà iconoclasta, bensì un tentativo di inquadrarne l’essenza.
Sento di concepire l’atto poetico come questo stare da soli nella polvere col mistero, con l’enigma delle parole, lontano dal clamore inferocito e ansimante dell’approvazione, del continuo sgomitare per raggiungere il posto d’onore, del voler esserci sempre e ovunque, del lapidarsi vicendevole.
E non è per volontà ma per necessità che accade il miracolo, entro una vorticosa ars combinatoria in una dimensione atemporale e immanente, che tenta così di comunicare l’incomunicabile.
Scholem sostiene, ed io con lui, che l’esperienza del poeta, come del mistico, nasca dall’esperienza del potere magico delle parole e del loro uso, «di una magia interiore che non incorre nell’anatema che colpisce l’incantesimo», per questo una parte dell’opera è condannata a restare preclusa, inspiegabile, illeggibile, come quelle monete tardoantiche corrose che dicono tutto celando i dettagli.

