La parola ai poeti. Marco Mittica

Codesto solo oggi possiamo dirti,
ciò che non siamo, ciò che non vogliamo.
(Eugenio Montale)

Quella che sarebbe potuta essere la migliore delle mie poesie, e che in nessun caso avrei potuto trascrivere, mi è venuta in sogno.
(Lorenzo Calogero)

Finché ho scritto poesie di sfuggita le cose sono andate tranquille.
(Leonardo Sinisgalli)

Negli anni ’90, mio nonno e Vincenzo Sinisgalli (fratello del più noto Leonardo) decidono, dopo anni di peregrinazioni, di tornarsene a Montemurro e lì trascorrere, da pensionati, l’ultima stagione della vita: l’unica cosa che avevano in comune e che li affratellava in una breve (morirono entrambi nel 1999) ma intensa amicizia. Leonardo non ebbe questa fortuna e, anzi, fingeva di non volerla nemmeno, ma in cuor suo ha sperato fino all’ultimo di poter ritrovare una propria dimensione nel paese che era stato costretto a lasciare a soli nove anni: non gli fu concesso e ripiegò sull’alimentare il lato mondano del proprio personaggio, in una Roma che quel personaggio aveva contribuito a creare, forse ancor più che Milano. Ecco: chiamato a dire cosa sia per me la poesia, mi vengono in mente due anziani che si incontrano in piazza e che, invece di andare al bar da Mario o al circolo (due storiche attività di piazza Giacinto Albini a Montemurro, che ormai non ci sono più), prendono la via per Armento e se ne vanno a passeggiare fuori paese.

Mi viene in mente uno dei più grandi intellettuali del Novecento che non accetterà mai il proprio destino, nemmeno in tarda età, quando però (pur con un atteggiamento che è il più lontano possibile dalla serenità del Sisifo di Camus) ammetterà a se stesso che svegliarsi un domani, avere di nuovo nove anni, perdere la corriera e mettersi a fare il fabbro è un sogno folle e impossibile. Carmelo Bene, rispondendo a una provocazione di Roberto D’Agostino al Maurizio Costanzo Show, confessa di essersi tinto i capelli per vanità, uscendosene nientepopodimenoche citando i canti di Maldoror, sicuro che il suo interlocutore, non conoscendo il Ducasse, sarebbe risultato sconfitto dalla discussione, a prescindere. E ci riesce! La poesia allora, per la maggior parte del tempo, si manterrebbe in equilibrio lì, tra la solitudine della propria stanzetta (o della strada per Armento) e la legittima vanità della condivisione con gli altri (o della tintura per capelli). Nella mia personale esperienza, ho scritto la mia prima poesia (quella, cioè, che riletta oggi mi sembra regga ancora) a tredici anni ma ho pubblicato il mio primo libro solo poco più di un mese fa, due giorni prima di compiere quarantun’anni. In mezzo, anni di scritti in cui scrittore e lettore coincidono, anni di studio, anni da spettatore. Intorno, una valanga di fenomeni che sgomitano ovunque per il loro posto al sole. Ecco, dunque, che io credo davvero di essere stato un poeta, ma lo sono stato dai 13 anni fino alla firma del contratto di edizione: quando è uscito il libro ho realizzato il mio essere poeta, derealizzandolo appieno (direbbe sempre C.B.), e da essere un poeta ora sono solo un altro che scrive poesie. Ma è chiaro, spero, che sto volutamente esagerando. Voglio dire che è poesia quella che non si vede, quella che si vede può esserlo, ma anche no. E questo perché il poeta vive in questo mondo, ma vorrebbe essere in un altro: non all’altro mondo (dove non si vive), né nel mondo dei sogni (dove comunque si vive, pur nei limiti della realtà onirica), ma in un’Arcadia, dove egli è tutto tranne che poeta. Un mondo per lui impossibile, che egli racconta a se stesso (la poesia, diversamente da un libro di poesie, si regge benissimo anche senza lettori) per illudersi di viverlo, con la lucidissima consapevolezza che si tratta di un’operazione destinata a fallire. Fallimento che il lettore chiama poesia.

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