La parola ai poeti. Edoardo Sant’Elia

Cosa vuol dire ‘riflettere’ in poesia? In particolare riflettere sul Sacro? 
Il Sacro come categoria poco si presta, a mio parere, ad interpretazioni concettualmente astratte, capaci solo di imbastire una teologia parallela; mentre di maggior rilievo, più incisiva può rivelarsi l’analisi filtrata attraverso un’opera creativa il cui linguaggio sappia esprimere una sfuggente/struggente tensione verso l’assoluto (tra i primi esempi novecenteschi, mi vengono in mente i racconti parabola di Kafka e la simbologia metafisica creata da Borges).

In quest’ottica propongo qui il mio contributo, attraverso due monologhi in versi originati da un viaggio in terra toscana: prima a Pescia (Pistoia), nella Chiesa di San Francesco, poi a Montepulciano (Siena), nella Chiesa di Sant’Agostino. Due occasioni d’incontro, rinnovate: con una figura storica che ha inteso rifondare il cristianesimo sulle antiche basi ed è anche l’iniziatore della nostra letteratura, e con una maschera nata a Napoli ed incarnata poi sulle assi del palcoscenico da tanti interpreti di tanti paesi. Francesco e Pulcinella. Entrambi ci parlano, dal loro particolare contesto artistico: il santo di Assisi in una tavola che è la sua prima raffigurazione conosciuta, nove anni dopo la morte; la maschera stando in cima ad una torre, all’aperto, mentre scandisce il tempo battendo la campana. Entrambi si rivolgono a noi: Francesco, consapevole ma umile, in un tono piano, preciso e tuttavia lirico; Pulcinella, arrembante e fantastico, alternando al suo dialetto un italiano arcaico che vorrebbe essere prezioso. Sono personaggi che non temono il dialogo, che intendono comunicare, che ripongono una naturale fiducia nelle proprie capacità espressive. Personaggi attraverso le cui voci – non mischiate ma in successione poste a confronto – il Sacro emerge in più modi: nel misticismo senza retorica come nella sfrontatezza intrisa di candore, nel piglio avventuroso senza vanterie come nella buffonaggine che non si nega all’Infinito.
Buona lettura. Anzi, buon ascolto.

DUE VOCI

1. Francesco e le sue storie

Bonaventura Berlinghieri
Dossale d’altare su tavola lignea,
dipinto a tempera e oro,1235
Chiesa di San Francesco
Pescia (Pistoia)

In posa, nella nicchia a misura,
vigile, malinconico,
custodito dagli angeli;
il viso una maschera austera, appena dorata,
dai neri contorni;
e il cordone che pende dal saio, il cordone a tre nodi,
per non dimenticare.

Così mi hanno ritratto.

Nel libro che impugno,
semplici sacre parole.
Ornate figure mi circondano,
figure in cui mi perdo
figure in cui mi esprimo
figure in cui ripeto ed imito me stesso.

A Lui, in realtà, volevo somigliare.
A chi si scelse
un padre falegname
e una croce di legno.
Del suo viaggio in terra, troppo breve,
pallida eco
le mie avventure.
Riconosco, sì, a destra a sinistra,
gli storpi in preghiera
e le grucce non più adoperate e gli uccelli
attenti, immobili, in silenzio
e il delirio degli ossessi;
e su di me le stimmate, chiodi segreti
piantati nella carne.
Ma dov’è la natura fiorita,
dov’è la dolce purissima Chiara?
Dove mi attende
il demonio in agguato?
Dov’è il Saladino dal viso suadente
ed il lebbroso
a cui cambio le bende
e quel lupo,
quel lupo che muore di fame?

Frammenti di una fiaba
che corre
lungo i secoli.

Il mio posto? È anche qui, in questa chiesa.
Io sono nello sguardo
di chi mi osserva.

2. Pulcinella campanaro

Torre del Pulcinella (o dell’orologio), 1680
Chiesa di Sant’Agostino
Montepulciano (Siena)

Udite udite udite!
Io, Pulcinella Cetrulo,
neapolitano cittadino del mondo,
vi ragguaglio e vi conguaglio
– alla maniera toscana, con dolce
lengua e polito costume –
che per mia voluntà e cundiscendenza
(e consequente scienza)
ho pregato lo Tiempo
di attendere un momento,
di non fuire, di accuciuliarsi un poco
in esto ameno loco,
qui dove ogni dì, ogni mese, ogni semana,
come comanda lu Signore,
batto e ribatto la campana
e vi annunzio le ore!

Voi, gente de lo paese, statevi accorti:
pensate ai vivi
e benedite i morti!
E pazziate, pazziate tutto lo juorno
et anco quello appresso
e quello appresso ancora,
non vi mettette scuorno,
che io dalla Torre
vi guardo e dico allo Cielo:
azzurro rummani
e dico allo Sole: li raggi arricrea
e dico alla nube:
nun chiagnere acqua.

E sappiate – più meglio: auscultate –
ca quanno s’appiccia
la luce nelle case,
ca quanno puranco s’appiccia
nei lampioni,
ca quanno chiano chiano
nella prufonda notte si inzerrano i purtoni
e s’addorme la Luna
e zompano le stelle a una a una,
io, per lo mio, stongo scetato
poiché – haimé! – pace non trovo
ho nostalgia dell’uovo
e quanno ’nfra lo pietto (mai pe’ dispietto)
mi spanteca il core,
allora, come comanda lu Signore,
batto e ribatto chiù forte e vi annunzio le ore:
campana che sona e richiama
campana che allucca e proclama,
campana d’ammore!

Edoardo Sant’Elia, poeta e saggista, è nato a Napoli, dove vive e lavora. Come poeta ha privilegiato la forma poematica ed il registro epico; tra i volumi, Il circo (2009), Cartografia (2013) ed a sua cura Fuoco. Terra. Aria. Acqua (2017). Come saggista, nonché docente universitario a contratto, ha ideato e portato avanti una nuova disciplina, Filosofia delle narrazioni contemporanee; in quest’ambito sono apparsi Ri(e)mozioni novecentesche. Dieci saggi narrativi su dieci idee (2019) e L’età degli eroi. Filosofia e mitologia ‘dell’umano’ nei western diretti da Clint Eastwood (2021). Ha fondato e diretto due pubblicazioni: “il rosso e il nero”, rivista di letteratura italiana contemporanea (1992-’99), e “La freccia e il cerchio”, annuale internazionale bilingue italiano/inglese di filosofia, letteratura, linguaggi (2010-’21). È studioso di teatro, critico letterario ed esperto di fumetto e illustrazione.  

2 pensieri su “La parola ai poeti. Edoardo Sant’Elia

  1. Prisco De Vivo

    Complimenti caro Edoardo, quella tua sottile, discreta ed incisiva lettura che da tempo.. profonda nella poesia di è nella spiritualita dell’azione e riflessione creativa.

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  2. Raffaella Ragone

    Grazie Edoardo, la tua scrittura poetica come quella saggistica incanta e rallegra il cuore,Queste due poesie sono l’esempio di una fede profonda, non quella dei riti ma delle continue domande interrogotivi …per l’amore verso un’uomo chiamato Dio.

    Rispondi

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