
Credo nella poesia come forma di imminenza ed esperienza di attesa. Uno dei suoi contatti, dei più duraturi accordi, è con l’infanzia, che rende visibili i sensi e offre spessore alle apparizioni, conferendo loro memoria di realtà. Alla prima parte della vita dobbiamo molto, perché in quel precipuo tempo il linguaggio, con i suoi molteplici aspetti e funzioni, non ha ancora compromesso l’integrità delle visioni, le quali sono pura vigilia sulla lancetta di ogni potenzialità. Nella vita adulta questo stato di trepidazione va sfumando, il quotidiano s’insinua coi suoi continui assalti eppure qualcosa di allora resta: nel guardare, nell’andare in fondo, nel non disattendere sé stessi. In quel rimanente, in quelle preziose macerie, va raffinandosi la vita. È da lì che ha inizio ogni compimento.
Ma la poesia è anche una questione di remissione, di paradossale abbandono. Soprattutto di grazia nel passare tra le cose e le persone con spirito di compassione e vigilanza, il che non equivale a dire che bisogna essere per forza benevoli con tutti o lasciarsi andare a facili astrazioni. Significa non prendersi troppo sul serio e congedarsi dall’ego, varcando quei mille chilometri di ignoto che ci separano da noi stessi tutte le volte in cui abbiamo il dovere di metterci in discussione e comprendere più a fondo gli uomini, i fatti, la società. In questo senso, la lingua del poetico, con le sue generose aperture di significato, aiuta a uscire fuori di sé, a sottrarsi agli autoinganni e alle autocelebrazioni. Niente ha significato se ci rivolgiamo a uno specchio, compiacendoci di quel che crediamo di vedere. Tutto invece acquista un significato se tendiamo intelligenza e gesti verso l’esterno. Forse la poesia non salva, ma mostrando la verità della precarietà, del vulnerabile, dell’imperfezione, dell’inesatto, nutre il coraggio di avanzare, di non morire, di operare incessantemente per la vita, ben sapendo che pure, inevitabilmente, un giorno la morte sopraggiungerà.
Vengo da un mondo semplice, primitivo, autentico. Sono cresciuta tra il mare e le campagne del sud della Puglia, circondata da genitori, familiari, amici che si sono sempre sforzati di apporre una traccia non ordinaria sul loro cammino. Questi tentativi eccezionali di espressione, questi stili non conformi hanno guidato il mio immaginario, che si è perfettamente accordato al paesaggio mediterraneo, ai suoi archetipi naturali e animali, anche alle sue incontrovertibili dissonanze. Perché la poesia, originandosi dallo vita dello sguardo, è anche atto di dissonanza, di svista, di contrasto. Si fa dalla forra, dall’interstizio, dall’inspiegabile, da una certa anonimia. Nel mio lavoro di insegnante sono abituata a non pregiudicare la strada di alcun alunno che sulle prime appaia come poco interessato, perché l’insospettabile è sempre un passo avanti rispetto all’istinto umano di categorizzare e delle volte esonda con tutta la sua miracolosa energia. La poesia e la letteratura lo dimostrano continuamente, anche in questi tempi complicati, di transizione del buio mondiale. Forse è anche la ragione per la quale amo i posti in cui nessuno va: alberghi abbandonati, alimentari di contrada, torri diroccate, litoranee deserte. Lì riesco ad essere felice e a varcare tante altezze quante sono le suggestioni decadenti che questi luoghi discreditati esprimono.
Sono grata a molti poeti e scrittori, che naturalmente ho letto e leggo assecondando gli stili e i tempi della lettura solitaria, disinteressata e vocazionale. Sono vicina alla scrittura che intelligentemente, scevra da cadute in cerebralismi o pose retoriche, decide di stare nel calibro della parola e della sua potenza di immedesimazione, senza scarti rispetto alla lealtà della propria solitudine. Per questo amo il panismo mediterraneo di Vittorio Bodini, l’innocenza che stride di Lorenzo Calogero, i villaggi di mare dello spagnolo Carlos Barral, la perentorietà della compassione nella poetessa greca Kikí Dimulà. Sono autori che conferiscono una drammaticità parlante e a tratti aliena alla luce del sud; ne mostrano i frammenti d’ombra e li perseguono, assegnando loro una concretezza metamorfica.
Olvido
Tutti gli orologi della tua casa
sono fiori irrequieti,
o battono con tempie di limoni
nelle fruttiere, al buio delle sale.
Ciò che sfere inuguali
segnano in essi è il tempo
dei tuoi fuochi divisi: odio e speranza,
timore e gratitudine, e i tuoi anni
fra cui rapido passa il tuo bel viso
come luna nei vuoti delle nubi.
Io non so questa mano che mi dai
a che giorno appartenga
o a quale notte;
né tu per dove io ti raggiunsi,
in quest’arca ribelle che sorvolano
ore a morte colpite dai propri inganni.
Ma se dal fosco secolo dei tuoi capelli
un garofano cade com’astro in fiamme,
tutta s’aliena in fiamme e di quel fiore
la memoria confessa di voler vivere.
(Vittorio Bodini, Tutte le poesie, Besa 2004)
Centrali, sebbene ad altre latitudini (dal Nord Europa all’America), sono le voci di diversi autori contemporanei. Tra tutti, per me, Mark Strand. Nei suoi versi – e soprattutto nelle prose liriche – l’esperienza del cammino nel circolo oscuro del tempo, dove i molti di noi, riproducendosi all’infinito in contesti quasi onirici o sulle retrovie del reale, si ritrovano nella congestione dell’essere ugualmente vittime e carnefici di una condizione di oppressione e scarna oggettività. Tuttavia, nelle sue pagine resiste un fondo fatto di inattesi sprazzi di levità e aperture: all’appuntamento col tempo, ogni desiderio scomposto ritorna a spingere oltre le connotazioni ovvie e, per il tramite del linguaggio, ricostruisce un modo possibile per attraversare la vita.
Quando ho compiuto cent’anni
Volevo partire per un immenso viaggio, viaggiando giorno e notte entro l’ignoto finché, dimenticando il mio antico sé, non entrassi in possesso di un sé nuovo, uno che magari mi era sfuggito in uno dei miei viaggi precedenti. Ma fare il primo passo era al di là delle mie forze. Me ne stavo sdraiato a letto, incapace di muovermi, meditando, come si fa alla mia età, sulla natura della malinconia – su come s’insinua nello spirito, come disincarna la volontà, su come confina i sensi nel gelo del crepuscolo, su come persino le migliori e le peggiori intenzioni avvizziscono nella sua morsa. Io continuavo a fissare il soffitto, poi d’improvviso sentii un getto d’aria fredda, e scomparvi.
(Mark Strand, Quasi invisibile, trad. D. Abeni, Mondadori 2014)
Carla Saracino

Gentile, per un poeta, nella propria banalità, sarebbe non scrivere versi semmai esserne un fruitore – anche questo un peggiore modo di-versare. Lei si raccoglie appunto cifrando una moltiplicazione tra vita e poema e vita nel poema che mai potrà suggerire una divisione nel medesimo schema, confermo fallimentare dal principio che lo detta, detta bene. Cordiali saluti.
Poi lei cita Mark Strand, quasi invisibile lo ho qui davanti evidentemente lo comprai; eccolo qui il firmamento che non firma nulla tranne una sigla di nessun primato come essere il primo dell’ultima classe in sintesi la poesia. Versi del tipo la strada alla fine del mondo e non apro a caso tanto sarebbe uguale, raccolgono un’elemosina non richiesta dalla poesia stessa ecc… Ora vado a lavorare cosa che mi consente di potermi permettere un Mark Strand.
Scusi l’ulteriore disturbo ma la sua indagine mi accora: lei cita pure Lorenzo Calogero. Anni fa, a Melicuccà, mi spogliai completamente nudo di fronte all’inutile ‘targa’ a lui dedicata. Amelia Rosselli lo decantava! Questo è tutto un programma. Perdoni la mia provvida retroattiva disappartenenza da questi ruoli di compassione.