Lo stato dell’arte. Lucianna Argentino

Quello che mi ha sempre stupito della poesia è la sua capacità di andare all’essenza dell’essere, inteso come la totalità dell’esperienza umana nelle sue due dimensioni: orizzontale e verticale e il fatto che essa è in grado di portare alla luce ciò che, altrimenti, rimarrebbe inespresso, compito che svolge perché la poesia viene dal silenzio. Ci può essere silenzio senza poesia, ma non c’è poesia senza silenzio. E’ nel silenzio, infatti, che il poeta si spoglia di sé stesso e il suo vissuto riceve un respiro più ampio così da farsi poesia ossia parola sconfinata e sconfinante. Poesia che è, innanzitutto, la messa in opera di un linguaggio che si spinge e ci spinge fino all’estremo delle sue e delle nostre possibilità che sono un tutt’uno e in cui il lettore può dare vita a una sua personale riscrittura della poesia scritta da un altro da sé, nel doppio senso che vede lo stesso poeta come altro da sé nell’atto di scrivere ed è anche in questo la grande forza della poesia e dell’arte in genere, qualunque forma essa assuma. Ma nella poesia è, secondo me. più pregnante ed efficace perché si esprime attraverso un linguaggio che coglie l’attimo in cui un frammento di verità balena dalla realtà, è dunque un linguaggio epifanico e per questo riesce a coinvolgerci con tanta intensità. La poesia avrà sempre qualcosa da dirci perché cambiano gli scenari, ma non cambia l’essenza di ciò che è fondamento e radice della nostra umanità e della sete che essa ha di parole nuove, buone, vere, della nostra sete di assoluto. Il linguaggio della poesia rompe, scompiglia le regole della grammatica quotidiana e usuale con la quale siamo abituati a comunicare e che spesso è assai povera e ci lascia insoddisfatti, è un linguaggio alt(r)o che dice meglio della realtà profonda e nascosta di tutto ciò che ci circonda. Indaga il mistero della nostra esistenza, del creato intero e cerca di dare un nome all’inquietudine che ci agita e che ci spinge a guardare oltre. L’oltre che la poesia, ogni poesia, ci mostra, suggerendoci che ci può essere un modo diverso di guardare al mondo che ci circonda, dà una sferzata al nostro sguardo assuefatto, piegato dai pregiudizi, da pensieri preconfezionati. Ci dice che i nostri occhi possono gettare una luce nuova sulle cose perché il vedere non è solo un fatto di luce che entra nella retina e crea immagini, ma anche della luce che dai nostri occhi esce e va a posarsi su ciò che guardiamo ed è, quindi, importante che la sorgente di quella luce sia pura e libera. La poesia è per me una necessità, una vocazione nel senso di un qualcosa che mi chiama ad essere testimone del mio tempo, certo, ma soprattutto a dire e a cercare quanto ci rende umani e che ancora dobbiamo imparare perché l’umanità è ancora e sarà sempre in cammino verso una meta di pienezza e di sempre maggiore consapevolezza del senso profondo della nostra esistenza. Per come stanno le cose nel mondo, non solo ai giorni nostri, ma in tutte le epoche, non sembra, in realtà, che questo cammino sia un cammino di evoluzione verso la realizzazione della nostra piena umanità, anzi, tutto tende a far pensare l’esatto contrario. Eppure ci credo, altrimenti non riuscirei a scrivere nemmeno un verso. A volte penso che sia il male stesso a chiamarmi alla poesia, a sollecitarmi a testimoniare che la sua non è l’ultima parola, anzi che non è parola, ma un disarticolato silenzio in cui tutto muore. E’ per questo che la poesia mai esaurisce e mai esaurirà il suo dire perché è un dire mai definitivo in quanto sgorga da quella sete, da quella nostalgia insita nel cuore umano che mai si estinguerà perché nulla di umano può estinguerla. L’umano non si cura con l’umano, ha bisogno che si faccia un passo in più per oltrepassare la soglia del limite – visione ed esperienza del chiamiamolo infinito, chiamiamolo divino, chiamiamolo con Anassimandro àpeiron, che ci fa sentire che in noi e nel mondo c’è qualcosa che ci trascende. Per questo credo nella qualità evangelica della parola poetica, parola che spogliandoci attraversa la nostra nudità di creature e la riveste di verità. Non mi riferisco solo a verità ultime e alte, verità escatologiche, ma alla verità che racchiude e illumina la nostra vita e che è l’amore. Questa è la strada che la poesia può aiutarci e senz’altro ci aiuta a trovare perché è essa stessa strada, come ho scritto in una poesia di “Le stanze inquiete”. E una strada c’è e ci sarà sempre finché ci sarà la poesia, la musica, la pittura perché gli esseri umani attraverso l’arte creano strade percorrendo le quali è possibile dare un respiro nuovo alla nostra esistenza, comprendere a pieno il valore e l’unicità di ogni singola esistenza e il senso del dono che ogni singola vita custodisce in sé. Ed è perché la poesia – l’arte – spera che può fare questo. E’ perché speriamo che possiamo vivere, pensare e progettare il nostro domani. Quindi è insito nella natura stessa dell’arte il generare speranza perché dalla speranza nasce. Ho sempre sentito e praticato la poesia (mia e altrui) come una presenza, fondamentale e indispensabile, una presenza capace di dare alla realtà più delle quattro dimensioni che le sono attribuite e quindi di amplificarne la visione e l’ascolto. Per questo e per tanti altri motivi che sto provando a condensare in questo scritto e di cui so già che molti rimarranno esclusi per ragioni di spazio e di tempo, posso affermare che la poesia avrà sempre qualcosa da dire perché attinge alle fonti dell’essere, dell’origine e attraverso la parola ci accompagna e ci sostiene, nutre la nostra fame di infinito, placa l’inquietudine che a volte ci fa sentire in trappola. Arricchisce la realtà di contenuti che altrimenti sfuggirebbero al nostro sguardo spesso disattento e distratto. Mi sono più volte detta che mi piacerebbe che attraverso le mie poesie il lettore possa sentire l’abbraccio di Dio, ed è perché nelle poesie degli altri quando è poesia che parla, racconta o descrive, l’esperienza del male, del dolore, anzi forse soprattutto in questo caso perché è quando il male ti tocca che senti che c’è dell’altro, perché il male è una menzogna, non è la verità del nostro essere qui. La verità è il bene a cui ogni giorno, direi ogni istante, dobbiamo rinnovare il nostro assenso. Ognuno con le proprie capacità, i propri talenti. In conclusione quindi mi sento di dire che la poesia essendo una particolare forma dell’esperienza di noi stessi e della nostra relazione con gli altri e con il mondo è qualcosa di necessario che se non cambia il mondo, può cambiare noi stessi e il cambiamento nasce dal singolo, da ogni essere umano e la poesia può risvegliare senz’altro le coscienze a questa consapevolezza.

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Non è facile scrivere poesie. è facile semmai dirsi poeti se sia poesia vera poi chi lo sa che già dire cos’è poesia non è questione da poco. Eppure mi appassiona la vita e lascio che le cose mi rovistino lo sguardo e l’anima anche in questo bar di periferia dove assieme al caffè bevo le parole di un poeta morto in un gulag vicino Vladivostok quasi cinque lustri prima che io nascessi che tutto questo fosse che ormai di anni da quella data incerta ne sono passati quasi settanta ma ancora mi parla ancora mi dice sopra il vocio del bar sopra il vocio del mondo. Ma cosa avremo noi da dire a coloro che verranno se è già difficile intendersi parlando figuriamoci poi dirlo in poesia come tento io che non sono laureata e non insegno ma imparo imparo molto anche se di noi mi passa davanti quanto finisce nelle fogne ma pure tanti occhi tante storie perché magari ecco so ascoltare d’altra parte se non sapessi ascoltare che poeta sarei? Eppure temo che tutto in noi passi e scorra via ma devo credere che qualcosa resti e si fermi e sia seme ma poi mi dico pure che credevo che il dolore rendesse migliori e invece no perché il dolore a volte sta tra noi e il mondo come uno scudo e non come un abbraccio. Né credo che la poesia deve tirare giù dio perché dio ce l’ha già dentro semmai deve tirare su gli uomini sollevargli il mento e alitargli nelle narici parole ancora calde di vita fragranti di verità che poesia certo non è solo un fatto di metrica e la libertà del verso è condizionata perché non basta andare a capo. A capo di che poi se siamo in un tempo senza capo né coda a capo di me stessa almeno anche se ho una biografia stanziale ma fitta fitta di anime e di corpi e dunque nomade nell’essenza e allora scrivo. Scrivo perché poesia è la casa e la strada che ad essa mi conduce.
(settembre-ottobre 2005)

 

Domani sarà Natale e ci vorrà giusto
il coraggio di un Dio per nascere qui
dove nulla è tempio e nemmeno mangiatoia in realtà
né casa o grotta. E’ solo un continuo errare di errore in orrore
di dolore in dolore sopra la gioia o sotto
nel suo suolo inaridito dalla secchezza dei cuori
irrigati a stento con parole strappate a un silenzio stanco.
Dimenticate nella dispensa come cibo scaduto
ma ancora buono da mangiare per sostentare almeno
quel poco di speranza che, intatta, ci sorride.
(inedito)

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