La stessa persona, di Antonio FIORI. Recensione di Giovanni Nuscis

Antonio FIORI

La stessa persona

peQuod 2024

Collana Portosepolto

Volume a cura di Luca Pizzolitto

 

Ci sono, nella poesia di Antonio Fiori, delle caratteristiche che ricorrono raccolta dopo raccolta; come il raccontarsi intimamente, il disvelarsi senza infingimenti. Non parliamo naturalmente di temerarietà, di coraggio, ma di altro, di qualcosa di complesso che pertiene alla sua etica, alla sua idea di civiltà, di rapporti umani, di umiltà senza compiacimento; ciò è indubbiamente legato alla sua fede religiosa, e dunque alla consapevolezza di un giudizio finale per il quale dovremo giocoforza spogliarci di tutto, mostrandoci per ciò che realmente siamo.

Non possiamo non considerare che questo suo lavoro incessante di ricerca dell’assoluto, del senso del mondo e delle cose, della sua identità autentica è proprio dei poeti.

C’è nel nostro autore un’onestà rara, una coscienza adamantina; anche nella costruzione dei versi, che sono sempre essenziali, netti, senza espressionismi né trucchi retorici. “Sia invece il vostro parlare: “sì, sì”, “no, no”; il di più viene dal Maligno», ci insegna del resto il Vangelo.

Lo stile di Antonio Fiori è elegante, sapiente, carico di altra poesia e di altri saperi compreso quello scientifico (ricordando le poesie sulla funzione logaritmica, e quella che ipotizza un telescopio puntato sul nostro pianeta che permetterebbe con un solo sguardo di violare il tempo e lo spazio).

Quando parliamo di eleganza e sapienza letteraria non possiamo dimenticare I poeti del sogno, libro che ha riscosso importanti riscontri di critica e di letture. Poeti, quelli “del sogno”, che sono stati una purissima invenzione di Antonio Fiori, pura finzione letteraria, eppure indiscutibilmente veri, reali, tangibili con le loro biografie storicamente verosimili, le loro poesie perfettamente congrue col canone letterario del tempo in cui sono stati collocati. A conferma che l’arte si nutre di altra arte e di altre esperienze, oltre che di vita e di conoscenze.

Ciò che fa della poesia un genere letterario incomparabilmente alto è la sua capacità, negli esempi mirabili, di racchiudere nei versi un mondo immenso, un’avanguardia di sguardo, di percezione, di pensiero sul mondo attuale e su quello eterno, immutabile; e sull’uomo, sulla sua ragion d’essere; versi, a volte, solo in apparenza semplici e lineari, capaci di toccare nel profondo il lettore: non (o non solo) per la loro sapienza, il loro carico di senso, ma per la loro capacità di evocare mondi, suscitare emozioni. Non perché la poesia sia irrazionale, ma perché essa, la migliore poesia, ricerca ed esprime il senso e il mistero del mondo facendo risuonare in noi corde emotive profonde, a livello dunque prerazionale.

Sottolineo ancora una volta che le poesie di Antonio Fiori hanno la grande qualità di condurci dentro temi in apparenza ordinari, come quelli dell’amicizia, dell’amore, ma in realtà complessi, ardui, proprio perché comuni, e per questo spesso abusati e banalizzati; l’Autore sa affrontarli invece con tocco leggero, con versi essenziali e levigati dalla giusta cadenza, senza sbavature né effetti speciali.

La sua poesia arriva dritta, e diletta, induce il lettore a rileggerla, soprattutto nei punti più ambigui, polisemici, rimasti in ombra.

Un esempio di chiarezza e di mistero in uno stesso testo ce lo offre la prima poesia che apre la raccolta, Sei la stessa persona. I versi ci giungono come dardi nell’alludere alla nostra finitezza, al senso di colpa, al non sentirci mai all’altezza nel dare e nel ricevere; alla nostra baluginante, struggente consapevolezza di ciò, di questi nostri umanissimi limiti, che generano talvolta in noi rammarico e rimpianto per ciò che potevamo fare e non abbiamo invece fatto.

Molti i temi sfiorati in un libro pur non voluminoso; molte le poesie dedicate: al figlio, al vecchio professore di liceo, all’amico mancato la cui presenza ancora resta nella rubrica telefonica; e poi ai maestri, ai padri putativi come Angelo Mundula, dallo sguardo severo, a Mario Baudino, alla madre novantenne che scrive al poeta su un foglietto le date di nascita dei fratelli e delle sorelle perché non li dimentichi, al proprio padre salvato da un Angelo mentre sotto le bombe scappava senza riuscire a nascondersi, ai giovani docenti di allora cercati e ritrovati su Facebook. Infine, lo struggente epitaffio in attesa di lapide, di cui non dirò, invitando alla lettura del libro.

Giovanni Nuscis

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