Quattro quadri per “Macchine del diluvio” di Stefano Massari

di Lorenzo Chiuchiù

I.

Primi dodici morti: ognuno incarna un transito verso l’impossibile della salvezza. In questa prima sezione del libro dominano la materia, la sovranità del caso e le proiezioni dell’angoscia. Dominano– eppure chiedono alle creature di obbedire al dolore che infliggono loro; vorrebbero che si riconoscesse il magistero della sofferenza. Come se il dolore accettato smettesse di essere tale. Ed è questo che Stefano Massari rifiuta. Tutto l’ethos del poeta si risolve in una legge: il dolore non ha nulla da insegnare a chi lo patisce. Che possa insegnare a chi lo osserva è ignobile.

[mio figlio mi scrive sul viso salva e amore
poi ride allora per un attimo io rifiuto la colpa
e mi unisco ai padri impauriti che sorvegliano
la schiena del mondo e battono le mani le mattine
nere di freddo e si preparano all’odio e al lavoro
al cospetto dei giudici e i loro denti inauditi]

II.

Figure del diluvio. Qui tutto accade nei «confini indecidibili della notte» che accoglie «la genuflessa tra le sue candide spine fino alle piaghe del suo santissimo cuore», «la santa incoronata e promessa sposa», «l’orfana con molti semi e corone, la nuda impaurita, l’arca vagina incinta».
In Figure del diluvio le figure femminili hanno i tratti di mistiche sopraffatte dalla visione. Sono tutte «madri piene di gloria» che vedono senza capire. Accumulano nel corpo qualcosa che le ha attraversate: le cicatrici e le ferite sono lettere che tentano di compitare– a volte il messaggio rimanda a una qualche gloria sconosciuta, di frequente a un nulla compatto. Il dettaglio anatomico si sfigura fino alla carne martirizzata.
Massari sembra attingere allo stupore angosciato di cui scrissero Georges Bataille e Giovanni Testori di fronte ad alcune forme del sacro. Bataille fu colpito da Angela da Foligno: attraverso la santa filtrano un eros e un grido inumani, quando non disumani. Testori notò che il cadavere del Cristo dell’altare di Insenheim è arborescente, è una corteccia verde che ha attraversato i domini di tutto ciò che è organico: umano, animale, vegetale.
A questi orizzonti appartengono le figure di Massari che si susseguono caotiche, violente e somiglianti come gocce di un diluvio notturno.
Il poeta non fa che indicare uno spazio alterato dal sacro e presieduto da una figura cristica: «Il precursore vive per sempre con gli occhi bendati», perché ha già contemplato ogni possibile realtà e visione. «Il più amato tra noi con un cappio conservato intatto nei secoli dei secoli»; «l’agnello nostro e l’obbedienza accecata da un divieto».

III.

Macchine del diluvio. La forza che percorre la terza sezione del libro non è un’energheia che trasforma, ma bia che uccide. La macchina è l’effetto di questa forza che manifesta il suo potere autentico. Perché, come insegna Simone Weil, la forza è davvero tale solo quando ha ricondotto il vivente a cosa. Il limite e lo scopo ultimo della forza sono convertire il vivente in cadavere. E dunque la guerra è l’unica espressione adeguata per la forza: trasforma i viventi in dispositivi destinandoli al cadavere.
Ed è in questo senso che Eraldo Affinati ha rilevato come la poesia di Massari sia sempre legata ad una guerra. Una guerra accaduta. Il poeta è una prima linea scavalcata, può solo opporre un controcanto, tardivo e scheggiato, alla forza che ha dilagato: la pietas, il grido o la rivolta.
Massari non fa che combattere la signoria incontrastata della forza.

[Mater bianchissima e sola sul confine
Nei cortili dove restiamo muti lontani
Gli uni dagli altri tra le pianure di queste case
E animali della buona sorte avvolti ai fianchi
E stanchi sull’abisso come un volto vecchio
Tenuto tra le mani e il pianto improvviso
come una frusta sulle gole sorelle immemorabili
che non smettono di baciare sulla bocca
il padre morto come un talismano]

IV.

Diario nostro. Simone Weil, nel tradurre il Padre nostro, sa che il quotidiano è la guerra e che rendere arton epiousion con «pane quotidiano» significa bagnarlo nel sangue. E infatti arton epiousion è «pane sovra-sostanziale», pane che non è mai appartenuto alla quotidiana guerra terrestre.
Ed è di questo pane che Massari ha sempre scritto – dal primo libro Diario del pane a quest’ultima sezione di Macchine del diluvio, Diario nostro:

Avremo i nostri figli legioni
i nostri fiori sentinelle
le vene disarmate le gambe unite

come latitudini avverate le mani
impareranno a riposare il pane
lo faremo insieme

Perché la poesia, in alcuni istanti prodigiosi, sembra sospendere la meccanica della morte:

[quel tratto esatto del ponte controvento
che stringe il passo delle acque sporche
eterne hai detto ridendo ricongiunta a me
ora che tutto è vero che insieme liberiamo
i troppi nomi dati alla morte e che mai
ci hanno uccisi alla fine e qui davanti alla città
riunita intera nelle mani nostre che fanno piano
ancora che imparano a cercarsi sapendo
che tutto è raggiunto che tutto comincia
adesso]

 

 

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *