Massimo Morasso genovese è un poeta e scrittore poliedrico. Oltre che poeta, infatti, Morasso (germanista di formazione e vincitore di molti premi) è critico, traduttore, recensore. Il numero delle sue opere saggistiche pubblicate bilancia quello dei suoi volumi poetici; e in effetti le mie poche osservazioni sul suo libro di poesia, Frammenti di nobili cose, tengono presente come sfondo di riflessione il suo più recente volume saggistico, Re-visione della poesia; quest’ultimo appare, a prima lettura, come una serie di impressioni o cammei su singoli poeti, ma in realtà è qualcosa di simile a un trattato che proceda per schegge.
Descrivere la “teoria” generale e poi “applicarla” ai casi particolari delle poesie sarebbe troppo scolastico; quello che tenterò di fare in questo breve scorcio, invece, è dire qualcosa delle poesie di Morasso sullo sfondo di alcuni pensieri nella sua Re-visione. E comincio (con poco sforzo di fantasia, lo ammetto) dal titolo del suo libro: Frammenti di nobili cose.
Qui la presenza petrarchesca “riecheggia in antifrasi” (scrive Morasso) il più famoso titolo nella storia della poesia lirica in Italia e non solo: Rerum Vulgarium Fragmenta. L’antifrasi però è a doppio fondo: contrastando i suoi “frammenti” come “nobili” a quelli “volgari” del Petrarca, Morasso, poeta raffinato, è (anche) ironico. Perché, come noto, l’indicazione di Petrarca è tecnico-linguistica, non valutativa (vulgaris significa semplicemente, a quei tempi, “italiano”), e la pseudo-modestia o understatement petrarchesco si annida invece nei due sostantivi.
Petrarca sa bene (dopo il suo accanito lavoro di lima) che i suoi “frammenti” sono in realtà elaboratissime strutture poetiche, e che le sue “cose” sono complicati esperimenti con i vari generi della poesia; allora, quando Morasso chiama “nobili cose” i suoi propri “frammenti” –– così apparentemente correggendo il tiro di Petrarca –– egli in realtà ironizza sulla inevitabile “tardezza” (la belatedness di cui parla Harold Bloom) del suo — del nostro— lavoro rispetto a quello della grande tradizione. Il linguaggio della poesia infatti (scrive Morasso in Re-visione, connettendosi a un certo filone della critica americana) è il linguaggio “del paradosso”, che egli contrappone alle “poetiche dell’ovvio”.
La prima parte della sezione iniziale dei Frammenti di Morasso è ricca di belle poesie. Come, per esemplificare, la poesia che comincia: “La fine del mondo: che verrà”, con quella cesura che fortemente modifica una delle frasi finali del Credo, sul “mondo che verrà”; infatti ciò “che verrà” nella poesia di Morasso si riferisce soprattutto alla fine di questo mondo, non all’inizio dell’altro. Oppure in quei versi finali di un’altra poesia, che parlano di “[…] un gorgo spirituale cui mi affido / con tutti i sensi tesi verso l’alto / non perché è in alto ma perché è lontano” (si noti la fedeltà di Morasso all’endecasillabo); sono versi di tono Romantico –– e uso la maiuscola per chiarire il riferimento, non a una qualche ornamentazione superficiale, ma a tutto quel grande movimento spirituale che Morasso ben conosce.
E’ però negli ultimi testi di quella sezione che la poesia di Morasso scatta in avanti –– e mantiene lo scatto per il resto del libro. Ma, in avanti verso dove? Evidentemente potrò soltanto abbozzare una risposta, e per di più empiricamente, attraverso richiami a testi specifici. Prima è utile, peraltro, un riferimento alla Re-visione; almeno là dove si parla della poesia come “sempre ascendente e sempre al contempo discendente; sempre in movimento dalla creazione agli invisibilia e viceversa. Tutto il sensibile compreso come un sacramento che non chiede di essere organizzato o fondato, ma che, piuttosto, si offre per essere attraversato”. E ancora: “Fra i grandi poeti anagogici ci sono dei poeti cristiani, come ovvio, ma ci sono anche dei poeti non cristiani, degli atei interroganti, dei ‘pagani’ confessi come W.B. Yeats, e degli inquieti anticristiani come Lucian Blaga”.
Infatti (sempre continuando dalla Re-visione): “La via anagogica è un sentiero della mente tesa verso la realtà del simbolo, cioè a dire è uno spazio interiore, in noi, dove si svolge il viaggio della nostra parte orientata al divino verso il suo Fine: soprattutto in questo senso è un opus spirituale, oggi come sempre, a qualsiasi latitudine, e in qualsiasi ambito stilistico […], culturale […], e fideistico […] ci si trovi a intraprenderlo, o a incrociarlo, o anche soltanto a presentirlo”. A questo punto si tratta di chiarire un poco questi pensieri con le poesie di Morasso, sperando che avvenga anche il cammino inverso.
Anche perché ciò che si è detto finora potrebbe dare un’impressione di eccessiva solennità; laddove la poesia di Morasso conosce (come tutte le forme di poesia contemporanea veramente interessanti) anche i toni dell’ironia – l’abbiamo già visto –– del surrealismo, del grottesco. Come quando, rispetto alle dichiarazioni di un’anonima persona saggia che conferma il suo dire con il cliché : “Non c’è diavolo che tenga”, il poeta evoca un’alternativa: “per quanto, cocciuti come lama / i diavoli insistano a ripetere / che tutto si fa polvere e non vale, / gli invidiosi funamboli del niente” ; o quando “il sentimento celeste di un esilio” viene metaforizzato surrealisticamente : “è il morso del leviatano”; o quando, con un’immagine barocca, si dice che la morte “m’incontra nello specchio / come in sogno / quando il mio fianco fuoriesce dal costato / che dà rifugio al cuore”.
O quando la frase idiomatica ‘giochi di parole’ è rovesciata, con effetto lirico: “Sono giochi di luce le parole”; oppure di nuovo il paradosso, nei due versi conclusivi di una poesia: “e il sapere è il non-sapere / una gioia tragica”; o, ancora, quando, nella parte finale di una poesia intitolata, senza ambagi, Dio, si legge: “polla invisibile / fluente silenziosa / che se ne sta sgorgante ad annunciare / tana libera per tutti”. Dove l’ultimo verso suona come un’allusione di tono scherzoso ma al tempo stesso molto serio (nello stile tipico di Morasso) all’idea della reintegrazione o redenzione finale di tutte le creature. In effetti, se le poesie di questi Frammenti hanno spesso l’intonazione delle preghiere, il loro tono non ha nulla di monotono ed edificante: si tratta spesso di dialoghi concitati e diretti, in una colloquialità che ricorda certi dialoghi dell’Antico Testamento.
Per finire, non vorrei tacere della poesia conclusiva della raccolta: Spine, scritta nell’occasione di una mostra d’artista (Roberto Pietrosanti). Molto spesso le poesie di occasione, anche quando sono vivaci e raffinate, hanno qualcosa di doveroso, di “ingessato”. Invece Morasso ha deciso di scrivere una poesia che è la più lunga, e forse la più impegnativa e complessa, di tutta la raccolta. Degna conclusione di un libro forte ed originale, il cui fondo culturale è (come abbiamo visto) insolito nel panorama della poesia italiana contemporanea.
Aprendo questa nuova rubrica, mi limito a dire che il titolo parole, poesia allude a un’idea della parola poetica come umile ma instancabile processo che sempre insegue e mai completamente raggiunge quella cosa che è la poesia.
Paolo Valesio



