La poesia prima della fine del (o di un) mondo, a cura di Rita Pacilio. Monia Gaita

Ci sono mille cicatrici

Ci sono mille cicatrici
sulla guancia sinistra dell’aria,
ignoro il loro nome e ne raccolgo il pianto mormorante
nella mano.

Lividi vecchi e nuovi,
tagli infossati nel tronco delle nuvole
coi lembi di fessura aperti e sanguinanti.

Escoriazioni, edèmi e strappi
che affondano con l’amo della rabbia nella pancia
e strisciano all’indietro come lucertole intontite
fino alla prima donna crudelmente assassinata.

Nemmeno un filo di pietà
ricuce gli organi interni al connettivo,
attacca l’osso all’osso
nel punto esatto in cui il colpo determinò
il piano di frattura.

Nemmeno un filo di pietà allatta la rinascita
restituendo un volto ai corpi tumefatti.

Adesso il vento è saturo di buio,
guarda con espressione sbigottita i tetti delle case.

Il sole ha smesso di sfiorare i rami.

Senza una grazia di discolpa,
le costole dei giuramenti crocifissi
ristagnano in cantina,
e l’ossido dell’inganno rivelato
tarla gli ulivi e perquisisce i ghiri.

Non basta sfregare la speranza sulla lingua.
Viene punita con decreto di espulsione,
si genuflette al codice di scisso della strada.

Tintinna il male restaurato contro i vetri.

Non entreranno le donne nel regno dei cieli.

Le viole scrutano i dintorni nella siepe,
le insidie imbrattano di melma sopralluoghi
e testimoni,
la falsificazione del reato segue il feretro,
i moscerini della frutta sorvolano i batteri
della resa.

Ecco, le ghiandole mammarie del dolore
buttano latte dal capezzolo estroflesso.

Il becco degli uccelli si è spezzato,
la fiamma ustiona le pattuglie,
e la difesa, accumulata con i vermi nel fienile,

sotto i fendenti della lama risentita,
grida, grida, grida

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *