Una breve riflessione sulla poesia di Loris Maria Marchetti

di Mauro Ferrari

Valutando l’opera di un poeta nel complesso, come oggi alla presenza di una antologia del suo lavoro e della raccolta ad essa successiva, si rischia di confondere l’originalità della cifra personale con quella quota di idiosincrasia spesso esibita dai poeti, e che solo a volte è decisiva in senso positivo. Dico questo perché la poesia di Loris Maria Marchetti è un caso emblematico di poesia fortemente personale, originale, riconoscibile quindi, ma scevra di scelte estreme. Anzi, la forza di questa poesia è proprio nell’avere trovato una aurea via di mezzo, un sermo humilis nutrito di sabaudo rigore e di un suo equilibrio classico che ha più a che fare con il tono che con scelte ad esempio metrico-prosodiche.

 

Guardando l’opera completa di Loris Maria Marchetti, vale a dire almeno quanto è raccolto nel ponderoso volume Latitudini fluttuanti (puntoacapo 2019), completato da Le incognite dell’anima (ivi 2020), e dalla neonata raccolta Mémoires (ivi 2024), ciò che balza subito agli occhi è una straordinaria coerenza, anche tenendo conto delle inevitabili esigenze di evoluzione, comuni a ogni vero poeta. Il lavoro di Loris Marchetti ha proceduto in maniera “lacustre”, se possiamo usare la metafora dei poeti di lago e poeti di fiume: Loris ha cioè affinato una vena poetica che, già all’altezza degli esordi nel lontano (non me ne voglia) 1977, era presente quantomeno in nuce. Anzi, proprio in quell’opera, Il prisma e la fenice (Forum, Forlì 1977), si vede il passaggio da uno stile forse più in linea con il periodo, diciamo lievemente più sperimentale (con scarsa punteggiatura, per dirne una), a una cifra già molto vicina a quella tipica di Loris. Del resto, storicizzando un poco, gli anni dell’esordio di Marchetti sono densi di novità: Il pubblico della poesia di Beradinelli e Cordelli è del 1975;  Il disperso di Cucchi e Somiglianze di Milo De Angelis sono del 1976; l’antologia La parola innamorata è del 1978, Simulacri di Carifi esordisce è del 1979; Ora serrata retinae di Magrelli è del 1980. Ma non dimentichiamo che sono anni di evoluzione anche nei grandi, direi anzi dei più grandi (Montale, Sereni, Luzi, Giudici, Caproni…). Cito solo l’ultimo Montale, con la sua sterzata verso i territori del prosastico e dell’antilirico.

È in questo fermento che si forma Marchetti, il quale trova una cifra che da subito Bárberi Squarotti inquadra perfettamente, parlando di “un’eleganza fascinosa” e aggiungendo come la “lucida linearità di un’esposizione estremamente puntuale e attenta e precisa […] per contrasto, deve, tuttavia, rilevare più efficacemente e sicuramente l’inquietudine, il sommovimento, il tragico che c’è sotto”. 

Paolo Santarcangeli, nella Prefazione a La vie delle ortensie (Genesi, Torino 1981) precisa: “Dietro la discrezione ironica […] dell’autore si nasconde una sicura, catafratta precisione del dettato poetico”. Ventidue anni dopo Sandro Gros-Pietro (Vernice, IX, maggio 2003) sottolinea  “da un lato un’acribiosa attenzione della ragione per i particolari e dall’altro accentuando una sensualità panica”. Insomma, si comprende subito non solo la cifra di superficie, ma ciò che essa rivela in trasparenza.

Loris, come scrivevo sull’Almanacco Punto, “ha affinato una visione molto personale della poesia, come misura classica di un discorso umano attorno a semplici esperienze quotidiane o occasioni in cui un fatto, un aneddoto o una coincidenza paiono quasi alludere a uno squarcio montaliano – per poi richiudersi subito, tuttavia, e ritornare piccolo anello di una catena di eventi e fatti quasi inintelligibili” (Mauro Ferrari, Punto. Almanacco della poesia italiana, 2, 2012).

La poesia di Marchetti, o meglio la sua poetica, è antilirica, narrativa, ironica, ma di un’ironia amara che mi pare una delle caratteristiche della poesia piemontese. La stessa struttura del verso, anche quando a prima vista potrebbe sembrare regolare, è invece caratterizzata da frequenti enjambement che segnalano una tensione verso una asciutta constatazione e narrazione, distesa lungo un asse metonimico, piuttosto che  metaforico o tantomeno allegorico.

Quanto all’antilirismo, non si tratta (o non solo) della ritrosia o del pudore di un poeta che non vuole cadere nelle trappole dell’effusione sentimentale, anche se affiora, specie nei testi più recenti, una nota sempre più malinconica: il lirismo necessita di un oggetto concreto su cui riversare il pathos e, come dettaglieremo, proprio questo elemento viene sistematicamente omesso da Marchetti.

Le figure e i paesaggi metropolitani, poi, che siano Torino, l’amata Parigi o altre città, hanno una atmosfera lontanissima – e l’esempio non è casuale – dalla tragica contiguità con il nulla della Milano di De Angelis. Nella poesia di Loris lo sfondo è in sintonia con i personaggi, con le loro storie che vengono messe sulla pagina per frammenti, anche sottilmente drammatici ma come in controluce, e non si tratta di reticenza; la voce è decorosamente impostata su una conversazione affabile e quasi casuale con il lettore; lo sfondo è un ambiente umanizzato e mai un non luogo tragico. Il nitore e la precisione dei quadri (uno dei tratti distintivi di questa poesia, dagli esordi, è la sovrabbondanza di precisazioni, aggiunte, incisi che aggiungono dettagli) non fa che rendere quasi iperrealistico l’effetto finale, creando un paradossale e sottilmente inquietante effetto di straniamento che è il corrispettivo del distanziamento ironico del timbro stilistico: nonostante l’addensarsi di dettagli, precisazioni, aggiunte, l’impressione finale è sempre quella di frammenti irrelati, vagamente onirici e surreali, in cui sembra sempre che sfugga o proprio manchi un elemento concreto che li astragga da uno sfondo di caos indifferenziato. Si tratta, e non è possibile non fare un riferimento a Montale, di “occasioni mancate”, di apparizioni che non conducono ad alcuna rivelazione, ad alcuno squarcio.

L’elemento del ricordo, poi, che connota questa poesia, almeno a partire dalla Suite delle tenebre e del mare (puntoacapo, Pasturana 2016), si riveste a tratti di una tenue luce trascendente che, mi cito dalla Postfazione a Suite delle tenebre e del mare (puntoacapo, Pasturana 2016), “pur non avendo i contorni di una esplicita dichiarazione di fede, è tuttavia il basso continuo del libro e la sua nota più innovativa”. Anche in questo contesto in evoluzione, la cifra ironica, illuminista, fondamentalmente e forse bonariamente scettica non smette di restare centrale, come sigillo di una poetica oggi forse unica.

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Nota bio di Loris Maria Marchetti

Loris Maria Marchetti, torinese di residenza e di studi, laureato in Lettere e Filosofia, ha all’attivo una ventina di opere poetiche spesso premiate (nel 2018 il Premio “Marcel Proust” sezione Poesia), quattro volumi di racconti (Premio “Goffredo Parise” 2008 per la Narrativa), un romanzo breve, volumi di saggi sulla cultura letteraria e musicale dell’Otto e Novecento, collaborando a miscellanee, Festschriften, enciclopedie.
Ha curato edizioni di Classici e di Atti di convegni. Dal 1989 dirige la collana “La linea d’ombra” per le Edizioni dell’Orso di Alessandria. Dal 2007 al 2017 è stato condirettore degli Annali del Centro di Studi e Ricerche “Mario Pannunzio” di Torino. Nel 2017 gli è stato attribuito il Premio “Francesco De Sanctis. Una vita per la cultura”.
Nel catalogo puntoacapo è presente con l’antologia Latitudini fluttuanti. Poesie 1977-2017 (2019), le raccolte Suite delle tenebre e del mare (2016) e Le incognite dell’anima (2020), oltre ai racconti di Tappeto mobile (2018).

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