Francesco Recami – Prenditi cura di me

Di solito presto poca attenzione all’immagine sulla copertina di un libro. Così è stato anche per l’ultimo romanzo di Francesco Recami, Prenditi cura di me.
Solo dopo averlo terminato di leggere, ora che giace sul tavolino in cristallo, sotto il gazebo della mia villa in campagna, mentre osservo due cerbiatti brucare l’erbetta del parco, mi rendo conto come in questo caso sia già tutto contenuto lì, in quell’elaborazione grafica ritagliata nel blu Sellerio.
L’immagine in copertina è una natura morta di Antonio Donghi, del 1928. Riguardandola, mi sono chiesto perchè sia stato scelto proprio quel particolare, raffigurante l’angolo di un vassoio con una tazzina da caffè, e un coltello in primo piano, fuori dal vassoio.
E’ un’immagine che mi ricorda le opere di Hopper, specie per le linee di fuga tagliate, in diagonale, a dare l’idea di non completo, di indeterminato. Ed è un’indeterminatezza che c’entra molto con la vita dei personaggi che popolano l’ultimo romanzo di Recami. Sballottati tra un’esausta acquiescenza verso i piccoli personali fallimenti e una lotta a tratti tenera ma spesso disperata con i propri mulini a vento.
Tornando all’immagine di copertina, non mi pare casuale che il coltello sia proprio lì, in primo piano. Nel mezzo dei sogni mancati, dei progetti falliti o della semplice lotta per la sopravvivenza dei suoi personaggi, l’autore allestisce uno stato di tensione sottile ma crescente, come un coltello che viene sfoderato lentamente dalla sua guaina, prima di nascosto, poi sempre più palesemente. E in effetti alla fine la coltellata arriva, eccome.

Il fondale. Firenze. Raffigurata nelle sue periferie industriali e postindustriali più degradate, lontana dalle stereotipate immagini da cartolina e invece simile ai panorami di un altro romanzo uscito qualche anno fa, ambientato sull’Arno, Donne e topi, del giovane scrittore fiorentino Emiliano Gucci. Nel caos di tangenziali e di vite con speranze in fine-corsa questo romanzo di Recami mi ricorda anche la Cortesforza e dintorni dell’ultimo libro di Giorgio Falco, L’ubicazione del bene (a mio avviso il titolo più geniale degli ultimi anni).
Nel modo con cui Recami rappresenta il suo ambiente c’è tutta la finta calma dell’immagine in copertina, l’ordine apparente minato solo da quella presenza del coltello in primo piano, proprio come l’apparente calma presente nei quadri di Hopper, I Nottambuli su tutti, dove il falso nitore induce in realtà un senso di profonda inquietudine. E’ un libro che già nella copertina anticipa quella sensazione di stallo, di incapacità dei protagonisti a trovare una soluzione che non sia l’avvitarsi nel vuoto delle proprie esistenze. La luce che illumina la natura morta di Donghi, come l’apparente esattezza dei quadri di Hopper, come la precisione chirurgica della scrittura di Recami, sono tutti elementi che sembrano sottolineare come un ossimoro l’oscurità in cui si agitano le coscienze di questi personaggi. Penso che l’intero romanzo di Recami potrebbe essere definito un riuscitissimo ossimoro lungo 270 pagine. Scrittura piana nella sua oggettività, a cui fa da contraltare l’angoscia di quelli che in terza di copertina sono definiti “i nuovi miserabili della nostra epoca” (più o meno tutti noi, direi).
Quanto ai personaggi, sul podio metto la rappresentazione dell’universo delle badanti, questo esercito invisibile che spesso fa comodo ignorare e su cui invece Recami punta un faro potente. Da oscar della narrativa la messa in scena di Marìa Asunciòn, che non comprende ancora bene l’italiano “però non chiedeva di ripetere, per non fare cattiva impressione”.
Non avessi ancora detto a sufficienza dell’immagine in copertina, è chiaro che il vassoio, al di là delle mie interpretazioni figurative di cui sopra, richiama l’evento che fa da innesco all’intreccio: l’ictus ischemico che colpisce la madre di Stefano, il protagonista. Ma, suvvia, dilungandomi sulla trama offenderei l’intelligenza di chiunque sappia digitare su Google “Prenditi di cura di me” e rintracciarla su un qualunque sito di libri in vetrina.
A me invece interessa ancora dire qualcosina sulla tecnica usata da Recami. C’è un uso del discorso libero indiretto da antologia, funzionale anche a microscopizzare ogni pensiero di Stefano, mantenendo però il sano distacco della terza persona. Anche per questa esemplare padronanza della tecnica narrativa, Recami lo accosto volentieri agli esponenti della più fortunata stagione della narrativa italiana, quella intorno agli anni ’60, prima del successivo lento ma costante declino (oggidì si pubblica perfino uno come Cacciolati). Del resto, come ho già fatto per un precedente romanzo di Recami, Il correttore di bozze, accostandolo a Malerba –Il serpente, in particolare-, è facile riscontrare anche in quest’ultimo libro ascendenze (o discendenze? boh) di certa narrativa intimamente pessimistica. Ecco, per Prenditi cura di me mi permetterei l’accostamento all’ironia senza speranza del miglior Giovanni Arpino.
Mi resta solo da aggiungere una piccola e inopportuna annotazione. Questo romanzo di Recami è tra i dodici finalisti del Premio Strega 2010. A parte il fatto che è un libro troppo cattivo per vincere lo Strega, dico, ma può avere speranze di successo un romanzo in cui il protagonista se la prende con “questi stronzi della CGIL, superprotetti, supergarantiti” e che prova diffidenza per quelli che “girano il mondo, che fanno le esperienze, di solito sono figli di papà con le spalle coperte, gente magari di sinistra che non ha mai fatto un cazzo in vita sua e viene a menarcela a noi che siamo qui a farci il mazzo”?
Monellaccio di un Recami, in castigo, e non provare a spiegare a quelli dello Strega che l’autore non corrisponde ai pensieri del suo protagonista, mica ci cascano, quelli, vagliela poi a raccontare che è solo per illustrare il suo vuoto di coscienza, eccetera, eccetera, eccetera.

Francesco Recami, Prenditi cura di me, Sellerio.

4 pensieri su “Francesco Recami – Prenditi cura di me

  1. 09031969

    Se dobbiamo limitarci alla grafica dei libri di Recami, allora direi che TUTTI sono fantastici.
    Stamattina ero nella sala d’attesa di un laboratorio di analisi e leggevo Il ragazzo che leggeva Maigret, sempre suo. Recami ha un modo di scrivere che ha la capacità di tenere una grande compagnia.
    Non mi perderò nemmeno questo di cui si parla, garantito.
    Grazie.

    Rispondi
  2. Giovanni Inzerillo

    Ho incontrato Recami a Palermo, in occasione di un ciclo di eventi organizzato dalla Società Dante Alighieri. Lo scrittore ha dato una suggestiva spiegazione del romanzo disegnando una mappa di Firenze che, in un certo qual modo, raffigura l’immagine di un corpo umano. La Firenze degradata e sporca non è certo quella da cartolina, come sostiene Paolo, ma si fa, almeno come la intende l’autore, simbolo di un caos urbano in cui i protagonisti vivono le loro esperienze drammatiche e fortemente egoistiche. Macchine, elicotteri e ambulanze sono anch’esse parte di un tutto in disordine, atte a simboleggiare parti del corpo malato del mondo (e non solo il corpo malato della madre di Stefano).
    Prima di sentire le parole dello stesso Recami nutrivo molte perplessità sugli esiti della scrittura, a mio parere troppo lapidaria, cruda, quasi si adattasse ad una sceneggiatura (soprattutto l’uso assai frequente di parolacce a volte gratuito e ingiustificato persino nella bocca di un uomo immaturo come Stefano). Le spiegazioni di Recami mi hanno però convinto. Romanzo validissimo e scrittore indubbiamente bravo.

    Rispondi
  3. paolocacciolati

    @09031969
    Io ti consiglierei anche L’errore di Platini.

    @Giovanni
    Grazie per l’intervento, è molto interessante il raffronto tra l’ambientazione e un corpo malato.

    Rispondi
  4. Felicia

    Francesco Recami è un discreto giallista ma quando tenta il “letterario” mostra purtroppo gravi limiti stilistici e formali. Peccato. Meglio i gialletti, almeno ci si diverte.

    Rispondi

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *