Di solito presto poca attenzione all’immagine sulla copertina di un libro. Così è stato anche per l’ultimo romanzo di Francesco Recami, Prenditi cura di me.
Solo dopo averlo terminato di leggere, ora che giace sul tavolino in cristallo, sotto il gazebo della mia villa in campagna, mentre osservo due cerbiatti brucare l’erbetta del parco, mi rendo conto come in questo caso sia già tutto contenuto lì, in quell’elaborazione grafica ritagliata nel blu Sellerio.
L’immagine in copertina è una natura morta di Antonio Donghi, del 1928. Riguardandola, mi sono chiesto perchè sia stato scelto proprio quel particolare, raffigurante l’angolo di un vassoio con una tazzina da caffè, e un coltello in primo piano, fuori dal vassoio.
E’ un’immagine che mi ricorda le opere di Hopper, specie per le linee di fuga tagliate, in diagonale, a dare l’idea di non completo, di indeterminato. Ed è un’indeterminatezza che c’entra molto con la vita dei personaggi che popolano l’ultimo romanzo di Recami. Sballottati tra un’esausta acquiescenza verso i piccoli personali fallimenti e una lotta a tratti tenera ma spesso disperata con i propri mulini a vento. Continua a leggere
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L’ombra più nera. Incontro con Giorgio Falco e Antonio Scurati a Scrittorincittà-Cuneo

Condensare in un post l’efflorescenza di spunti emersi nell’incontro di venerdì scorso a Cuneo, per Scrittorincittà, con Giorgio Falco e Antonio Scurati (Giorgio Vasta a moderare), è impresa fuori dalla mia portata.
Certamente è stata l’occasione ideale per focalizzare il filo conduttore dell’intera manifestazione di quest’anno, dedicata alle Luci nel buio, partendo proprio dagli aspetti più cupi emersi negli ultimi anni, dove si è estesa quella “tenebra etica, sociale e culturale” evidenziata da Vasta nell’introduzione agli eventi.
A partire dalla sentenza di Johann Wolfgang Goethe, come prolegomeno dell’incontro: “Dove c’è molta luce, l’ombra è più nera”.
Bene ha fatto Giorgio Vasta a citare in apertura Walter Benjamin, a proposito della necessità di carezzare la storia contropelo. Ci sono scrittori che lisciano il pelo all’esistente, che assecondano gli eventi, altri invece, come Falco e Scurati, agiscono in senso contrario, con narrazioni che scoprono nervi e zone d’ombra, e creano disagio.
Non potendo riprendere tutti i temi affrontati, come dicevo, preferisco concentrarmi su un aspetto che mi è sembrato trasversale a tutto quello che si è detto. Questo argomento è ciò che definisco- con termine senz’altro inappropriato, ma altri non ne ho- la letteratura del prendere atto. Continua a leggere
L’ubicazione del bene
Giorgio Falco, L’ubicazione del bene, pp.150, Einaudi Stile Libero € 16,
Quando, nel 2004, venne pubblicato Pausa Caffè, titolo che segnò l’esordio di Giorgio Falco, furono in molti a salutarlo con l’entusiasmo della sorpresa e con la meraviglia che si prova al cospetto di una scoperta felice. Ebbe particolare eco, allora, una favorevolissima recensione firmata Aldo Nove che dalle colonne di Tuttolibri parlò di «nuovo poeta epico del mondo del lavoro precario», intendendo così sottolineare il potere evocativo di una scrittura capace di partire dalle zone marginali di una realtà vicina per approdare a nuove forme, altri simboli, zigzaganti e instabili, ma universali. Marginalità, spazi a latere, luoghi angusti e miserrimi che nel caso di Falco erano attinti dal mondo del lavoro di oggi, un mondo popolato da personaggi completamente arresi al potere spersonificante della propria professionalità labile e precaria, e contro le cui aberrazioni si faceva strada l’impossibilità di opporre vere alternative esistenziali. Continua a leggere
