Per tutta la vita era andato faticosamente componendo la sua opera, dedicando lunghi anni agli indici e alle note.
Poi, d’un tratto, ne compose il testo vero e proprio.
Non più di mezza pagina, forse appena un paio di frasi, forse qualche parola appena.
In merito le testimonianze dei pochi che lessero il testo sono confuse e discordi. Per prudenza non fu pubblicato, dicono addirittura che venne distrutto; ad essere pubblicati non furono che gli indici e le note. Indici e note che alla maggior parte degli uomini paiono abbastanza, e forse sono già troppo.

Gentile Roberto,
che cosa avrà mai scritto in quella mezza pagina, forse anche meno, se tale testo non fu pubblicato “per prudenza”?
“Dicono che venne distrutto”.
Certamente aveva scritto qualcosa di esplosivo! Forse una nuova scoperta?
Grottesco il lungo lavorìo di un’intera vita sugli indici e le note!
Un caro saluto
posso dirti solo “grandioso rob!”?
abbraccio
eli
Cara Giorgina,
mi rendo conto di aver sollevato qualche interrogativo… destinato a rimanere tale.
Quanto al lavorìo di un’intera vita su indici e note, quanto cioè a vite intere troppo occupate fra prolegomeni e paralipomeni per mai riuscire a gettarsi nel vivo delle cose, di casi del genere intorno me ne vedo tanti, senza peraltro sentirmi di definirli grotteschi. Chi è senza peccato ecc. Posto che di peccato si tratti e non di ineluttabile retaggio umano.
Grazie e un caro saluto a te,
Roberto
Cara Eli,
così non vale.
Va detto che il protagonista dell’apologo dopo la stesura della fondamentale paginetta è letteralmente scomparso: inghiottito dal vulcano, rapito dal carro di fuoco, o caduto in una delle tante lacune stradali che le nostre Amministrazioni trascurano di colmare.
Noi invece continuiamo ad aggirarci straccamente in questa valle di lacrime, illudendoci perfino di piangervi bene.
Riabbraccio,
Roberto
Il testo parla di un mendicante che doveva preparare una supplica diversa per ogni passante.
si potesse , per quelle note e qugli indici, avere più testi !!!!
un sorriso grande.
Gentile LP,
fuochetto…
Un saluto,
Roberto
Cara Ilaria,
si dice sempre che si scrive e si stampa troppo, meno male che qualcuno in proposito non storce il naso.
Sorridevolmente,
Roberto
mi ricorda molto la situazione italiana, Roberto.
ma è un’impressione del tutto soggettiva.
Aggiungerei volentieri un mio commento, se non fosse che diventerei a mia volta ‘nota’ a ‘un testo vero e proprio’.
Roberto, la tua capacità di dire tutto, ma proprio tutto, in così poco, non smette mai di stupirmi, impressionarmi e ispirarmi.
E qui chiudo.
Ciao.
Matteo.
Caro Fabrizio,
è evidente che frequenti cattive compagnie, che ti inducono a una visione maliziosa.
Riabbraccio,
Roberto
Prima di tutto, gradevolissima Provocazione, Roberto: far sorridere dicendo in due righe la verità, non è da tutti!
Arrivo ben ultimo e non vorrei apparire banale: di persone che passano una vita a scrivere “note e indici” senza mai cimentarsi nell’agone, anche io ne ho conosciute non poche.
Mi consolo pensando che, si, è stata evitata la pubblicazione di un ulteriore titolo; e anche che quella persona ha ingrossato le fila di coloro che guardano il mondo che procede, che osservano gli operai della vita al lavoro, con questo significando che ha lasciato forse spazio a persone più in grado di lui di integrare il senso della vita stessa.
Un abbraccio!
Marco
Caro Matteo,
so bene che alcuni testi e paratesti sono fagocitanti, ma non avevo mai pensato ai miei in questi termini.
Onde evitare il rischio mi permetto un consiglio, ancorché provvisorio e parziale: commentare i post prima che siano pubblicati. Non è difficile, del resto a volte lo si fa con i libri, e ne escono le recensioni migliori. Del resto, bene che vada, non siamo che degli hysteron-proteron.
Quanto all’ispirazione che dici di trarre da questo tuo cachettico prozio in (poesia ed) ispirito, ti ringrazio comunicandoti che eventuali spedizioni di generi di conforto non saranno rispedite al mittente ;-D
Auguri per tutto, buon lavoro e ciao a te,
Roberto
Caro Marco,
non vorrei sembrarti un azzeccagarbugli, ma non ho parlato di “persone che passano una vita senza mai cimentarsi nell’agone”, bensì di
“vite troppo occupate per mai riuscire a gettarsi nel vivo delle cose”. La differenza forse è sottile ma sostanziale: “operai della vita” siamo tutti, anche chi non riesce a gettarsi nel vivo delle cose. “Operai della vita” e braccianti in vigne altrui e combattenti, che riusciamo o non riusciamo a ingaggiare il buon combattimento, o che addirittura ne rifuggiamo.
Perché il senso della vita si integra anche se non soprattutto nell’insignificanza, nell’inconcludenza, nello scialo.
Un riabbraccio,
Roberto
Grazie, Roberto, per il giusto chiarimento, sottile ma essenziale. In effetti, ognuno di noi è “operaio della vita” pur se a modo suo. Voglio pensare che, avendo commentato presto al mattino, le tue idee non hanno avuto modo di farsi spazio correttamente in me…! Le tue parole, che adesso mi aiutano meglio a comprendere, mi fanno pensare (un po’ mestamente in verità), a “chi conduce una vita così impegnata, da non riuscire a gettarsi nel vivo delle cose”. Cosa perde costui dal non partecipare attivamente alla girandola della vita? Cosa perdiamo tutti noi dalla sua non partecipazione? Ecco: voglio pensare che la somma di queste singole “perdite” rappresenti ciò che gli altri devono recuperare piuttosto che patire.
Di nuovo un abbraccio!
Marco
Caro Marco,
belle domande. Proprio quelle alle quali la letteratura del Novecento si è sforzata di darci le risposte.
E ce ne ha fornite di bellissime, per quanto il più delle volte desolanti e tragiche.
Grazie ancora e un altro abbraccio,
Roberto
si dice che quell’autore ancora si aggiri, ormai cieco, sulla riva del fiume, nella terra degli immortali, e tracci ormai solo segni incomprensibili sulla rena . . . . . . .
… si dice pure che, per colmo di disgrazia, oltre che cieco sia anche diventato muto, sicché non può più nemmeno cantare…