neossoi gypos

From: Luca
Subject: i miei volatili
Date: Thursday, August 28, 2008 10:42 PM
To: errepi

Ti devo raccontare di un mio volo del mese scorso. Ho incrociato dei grifoni! E ci ho volato insieme, verdad! Tu non puoi avere idea della loro, come dire, nobiltà di movimento. Te ne accorgi subito, se li osservi nel loro elemento, se ti avvicini mentre volano. Non puoi giudicare queste creature se sono a terra. Secondo una leggenda dei nativi del Nordamerica, l’aquila e l’avvoltoio sono le creature che salgono più in alto di tutte, e le preghiere degli uomini a essi affidate sono le uniche che arrivano alle orecchie di Dio. Buon segno quindi scorgere ancora le grandi ali sopra di noi e accompagnarle per un tratto di via nel cielo. I messaggeri non portano pena.
Nell’isola di Cres c’è un paesino alto sulla montagna, sul versante scosceso che precipita verso il mare, si chiama Lubenice. Da là, un giorno di luglio, pensavo di fare tutt’al più una planata turistica fino alla spiaggia, quattrocento metri più in basso. Invece mi ha preso una termica blu e sono salito subito di mille metri. Non ti dico il panorama.
E mentre non sapevo bene dove andare, perso in mezzo all’azzurro, sono arrivati da Sud una dozzina di indigeni grifoni, in un vagabondaggio o in perlustrazione.
Ora, devi sapere che la colonia dei grifoni di Cres è forse la più monitorata del mondo, anche per motivi di interesse turistico. Originariamente si nutrivano delle carcasse della pastorizia allo stato brado, oggi invece ricevono da mangiare ogni giorno, e quindi volano più per sgranchirsi le ali che per reale necessità. Oppure si muovono per riflettere, più o meno come passeggiano certi umani: come i pensatori nel peripato.
A me quel giorno infatti parevano tutti assorti nei loro pensieri uccelleschi. In realtà sono bestie mansuete e non mostrano curiosità per il nuovo venuto, anche se sono gregari: si limitano a scostarsi se gli voli vicino. Magari un’aquila ti può attaccare: mi è capitato una volta di vederne una in volo. Andava di fretta, ma il modo in cui mi è passata accanto, senza deviare la sua traiettoria, mi ha fatto pensare a un bullo di quartiere, che se non avesse qualche faccenda per le mani in quel momento, quando passi tu, ti pesterebbe i piedi per dimostrare chi è il più forte. Il nome scientifico del grifone è Gyps fulvus, non ne vedi più in Italia. Sanno volare come degli dei, sembra che seguano dei binari invisibili nell’aria, disegnano linee di volo perfette. Rette, circonferenze, curve spirali, ellissi. Geometri pennuti. Danno significato alle tre dimensioni.
Il mio interesse per gli avvoltoi in realtà ha radici sapienziali più che naturalistiche (oltre all’aspetto pedagogico della loro compagnia: sono i maestri dell’aria). Nel testo di Giobbe, piuttosto noto, c’è un passaggio che sembra messo lì come una considerazione di buon senso, e che mi ha dato sempre da pensare. La tradizione masoretica dice qualcosa come «l’uomo nasce ai dolori come le scintille volano in alto» (Job, V, 7). La parola tradotta con «scintille» è l’ebraico ‘ben’ (bane), che significa letteralmente ‘figlio’, ‘prole’, e figurativamente ‘saetta, folgore’, etc. Qui viene la parte interessante. I Settanta (i traduttori alessandrini del Vecchio Testamento in greco tra III e I secolo BCE) traducono in variante «l’uomo nasce al dolore come i giovani avvoltoi (neossoi gypos) volano nei luoghi alti».


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(questo è preso dal Codex Sinaiticus)

S. Girolamo (IV-V sec.) rende con: «Homo ad laborem nascitur et avis ad volatum», cioè preferisce l’iperonimo ‘uccello’, meno pregnante e purtroppo generico; il suo testo si può approssimativamente rendere come: «l’uomo nasce per soffrire, come un uccello nasce per volare», ma il lettore deve sapere che l’attitudine nativa del tordo differisce da quella dell’aquila. (En passant, la moderna traduzione greca sostituisce agli avvoltoi le giovani aquile, neossoi de aeton).
Questo è Lutero: «sondern der Mensch wird zu Unglück geboren, wie die Vögel schweben, emporzufliegen» (come Girolamo).
Testo “poetico” francese: «L’homme engendre la peine comme l’aigle grimpe dans le ciel» (stupendo! segnalato da Ceronetti).
Insomma, la parola ebraica consegna un’immagine notturna: le faville di roghi che volano in alto. I Settanta, che dovevano lavorare con la luce del sole, delle faville fanno piccoli di avvoltoio, già pronti a librarsi nelle altezze delle ore calde del giorno. Versioni moderne restituiscono in tutti i paesi il calore delle faville originarie e l’oscurità della notte.
Che dire di tutto questo? Spero che i miei avvoltoi siano di buon augurio.
A proposito di varianti al testo di Giobbe, diciamo piuttosto che siamo nati per offrire, magari al miglior sofferente. Ti devo un caffè.
È tardi. Domani finalmente TGIF (thanks God it’s friday).
Ti allego foto di avvoltoi e vela, di avvoltoi e bambini, di avvoltoi che divorano bambini, a prestissimo, ti pensiamo molto.
Ciao Robertino

Luca

P.S. Ti ha poi risposto l’editor di Parma? E quella nuova agenzia letteraria di Milano?

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