Un nuovo romanzo fra tragedia, noir contemporaneo, scuola lombarda
di Guido Michelone
Il tempo dell’innocenza del titolo si scopre solo alla fine del libro, in un paio di paginette riflessive che sono tra le più ispirate di un romanzo – il dodicesimo nella lista dell’autore bergamasco-milanese – foriero di svariati citazionismi. Qui Montanari sembra un po’ fare il verso a se stesso, riassumere nelle forme e nei contenuti, nelle trame e nei discorsi, ogni precedente sua opera narrativa, quasi a ripetere uno schema collaudato di romanzo in romanzo. Tuttavia, mai forse come nel passato (che dagli esordi abbraccia circa un quarto di secolo) sembrano convergere nella struttura almeno tre grandi fattori ispirativi: la tragedia greca, il noir contemporaneo, la scuola lombarda soprattutto alla Piero Chiara. Montanari è un intellettuale raffinato, che ha studiato a fondo i classici (e i moderni) e in questa losca, truce, controllatissima (sul piano stilistico) vicenda di faide, vendette, maledizioni pare avvertirsi l’eco profonda di sortilegi arcani, tra fato e sventura, come nelle messinscene di Sofocle o Euripide. Tuttavia i drammi familiari, i legami sangunei, i giochi camerateschi non assurgono mai a valori universali, perché di proposito Montanari contestualizza la realtà odierna che schizofrenicamente si nasconde tra la sonnolenza inquietante della vita provinciale (il Lago d’Iseo) e la giungla metropolitana di una Milano anonima, dove la violenza premeditata è frutto di una irrazionalità magico-trascendente che però alla fine conduce a turbe psicologiche latenti da anni, lustri, decenni. È il caso dei tre adolescenti evocati, dopo un prologo allucinatorio, nella prima parte del libro come un lungo flashback cinematografico. I sensi di colpa restano quindi alla base dello sviluppo di un plot narrativo rivolto essenzialmente al thriller postmoderno di invenzione americana con tanta azione, scene improvvise, paurosi colpi teatrali, atteggiamenti rabbiosi, nevrotici, imprevedibili. Ma anche questo iperrealismo si stempera nei paesaggi cari alla memoria dell’Autore, il cui autobiografismo persino più recondito è trasfigurato fino a spalmarsi su tic, fobie, manie di quasi tutti i personaggi. Montanari non vuole però il bozzetto e il bozzettismo così come rifiuta la letteratura di genere, per porsi invece lungo un’area di confine, dove, nell’epilogo anche nei fitti dialoghi o nelle rare descrizioni (che, come si sa, rifiutano la narrativa psicologistica) ormai si dedica a riflessioni morali adulte, non più giovaniliste, forse per esprimere il peso della vita da non-credente.
Raul Montanari, Il tempo dell’innocenza, Baldini Castoldi Dalai, Milano 2012.

