
Era la nostra relazione il fondamento, il perno della storia. Più si procedeva, più il Signore ci faceva comprendere che occorreva trovare lì energie e motivazioni, che l’incontro tra noi era il nucleo incandescente, il big bang da cui si sarebbero formati gli eventi promessi, come una serie potente di deflagrazioni. Proprio per questo il demonio ci attaccava, cercava di mettere zizzania, suscitava incomprensioni e gelosie, che portavano sull’orlo di rotture irreparabili. Ogni volta però, nella preghiera, riemergeva la coscienza di un dono, di un Progetto che andava al di là delle nostre mancanze e insicurezze. La storia della profezia era piena di queste insufficienze, del dolore di chi viaggia in direzione opposta, lottando coi fantasmi delle tentazioni e della propria umanità recalcitrante. Ci invadeva una forza misteriosa, spingendoci ad andare oltre noi stessi, approdando, come dice il Vangelo, all’altra riva. Era questa la chiave che ci dava il coraggio di affrontare un contesto refrattario e ostile, di combattere una guerra con nemici invisibili e mortali, annidati in ogni angolo, pronti a sferrare in ogni istante il colpo decisivo. Ma con noi non l’avrebbero spuntata: questa era la nostra fede, questa è la fede della Chiesa.
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8. Il suo combattimento

La prima impressione fu quella di trovarsi all’improvviso nel posto sbagliato al momento sbagliato: un pacchetto già pronto, dove il prete era poco più che un soprammobile. Un’idea simile sarebbe potuta scaturire solo da qualcuno convinto di disporre di persone e cose alla stregua di una proprietà privata. Tentarono di instradarmi nei binari, censurando ogni minima obiezione. La sostanza dell’approccio si riduceva a questo: qui fai quello che diciamo noi. Non c’era l’ufficio parrocchiale, ma una segreteria dove il gruppo laico dirigente era padrone incontrastato. Da anni continuavano a ripetere le medesime cose nell’identico modo: provare a cambiarle avrebbe significato guerra aperta. Il mio ufficio diventò un tronco d’albero nel giardino antistante la parrocchia, situata al di sotto di una struttura alberghiera annessa all’opera del Divino Amore. Dopo un primo istante di sorpresa, cominciai a procedere in direzione opposta a quella suggerita: dosi massicce di ecclesialità e di Parola di Dio, che restituirono agli spauriti catechisti una coscienza della loro dignità. Un po’ alla volta, la comunità fioriva, iniziava a coltivare in cuore la parola libertà. Dalla grotta di Elia ai nuovi posti dove era possibile incontrarsi, noi due ci lasciavamo ispirare dal Progetto di un Dio che si faceva ogni giorno più vicino, più coinvolto, come se il combattimento fosse il suo, e non il nostro.
7. L’ignoto

Il primo impatto, dunque, fu durissimo. Dentro mi sentivo morire, ma mi sforzavo d’essere aperto e disponibile, per non propormi sotto forma di problema, ma semmai come risorsa. Nel Santuario era il caos: una riunione del clero locale fu interrotta da un intervento telefonico del Cardinale, che proibiva le consultazioni indipendenti. Nessuno sapeva cosa fare. Paradossalmente, ero l’unico in possesso di certezze: l’urgenza di scaricare le valige, sistemare la stanza, prendere coscienza dell’ambiente. Il mio mentore era il vice del don, che mi trattava con squisita gentilezza, cercando d’alleviare l’angoscia del momento. Era il primo settembre: dietro di me lasciavo una parrocchia e un Centro giovanile cui trasmettevo il mio carisma, ereditato da don Mario, il maestro di sempre; davanti a me, l’ignoto.
Presto, al Santuario, fu nominato un amministratore, che conoscevo dagli anni del seminario diocesano. Mi stimava, e valorizzò largamente i miei talenti: mi affidò messe importanti e mi permise di tenere, settimanalmente, una catechesi cui presto affluirono cento e più persone. Da febbraio in poi, mi delegò la pastorale parrocchiale: lì subii il secondo trauma, che si aggiunse alla scomparsa imprevedibile del don.
6. Sorprese

Alla fine la spuntammo: avrei fatto un anno sabbatico, poi sarei tornato. Dentro di me, però, sapevo bene che non si sarebbe trattato di un tempo così breve. Intanto, bisognava pensare a un sostituto: sua eminenza disse di aver trovato la persona giusta, “un uomo di Dio”, che poi si rivelò diverso da quanto potessimo pensare.
Avvicinandosi il giorno del trasferimento, m’interrogavo sugli scenari nuovi che si aprivano. Con il don si parlava di creare un centro di spiritualità e cultura, e già mi vedevo contattare questo e quello, tessere reti con scrittori, pittori, musicisti. Ma soprattutto pensavo a quanta gente avremmo avvicinato, grazie al santuario di recente costruzione, capace di accogliere due migliaia di fedeli.
Venne il giorno fatidico: mi preparavo all’incontro con il don. Assaporavo la bellezza di poter condividere con lui l’ebbrezza di una vita nuova, la realizzazione di un Progetto pensato su misura, la manifestazione potente della volontà di Dio. Ora lo chiamo, ora mi chiama. Per prima cosa cosa andremo a prenderci un caffè.
No, niente chiamate, né caffè: il don se n’era andato.
5. La sua spiaggia

Il tempo passava, e sembrava non succedere nulla. Poi, all’improvviso, ci fu un’accelerazione inaspettata. Nella preghiera, emerse la necessità di puntare molto in alto, di parlare del Progetto con la gerarchia. Divisi tra speranza e panico, percorremmo una strada che solo il Signore avrebbe potuto suggerire, perché le autorità costituite erano del tutto refrattarie a questioni di tal fatta. Ogni volta che mi presentavo in Vicariato, mi sentivo un alieno in visita fugace a un pianeta lontanissimo. Eppure avvertivo una strana sicurezza, come se le istanze non fossero mie, ma agissi su delega di qualcuno più importante. Sarà per questo, sarà che la preghiera diventa infallibile se si allinea col volere di Dio, accadde quello che non avremmo mai sperato. Scegli il divino amore: l’invito imperioso apriva le porte che in qualunque altro caso sarebbero rimaste invalicabili. Cominciai a preparare i parrocchiani e i membri del Centro giovanile. Mi sentivo tirato da due parti, lacerato da opposti desideri. Ma sapevo quale fosse il mio destino, avvertivo la presenza di un Dio che ti lascia sempre libero, ma al tempo stesso ti rende consapevole di dove ti vorrebbe: e quando vuole, è un’onda irresistibile che ti trascina dritto alla sua spiaggia.
4. Naufraghi

Parlavo col don a intervalli regolari. Lui era minuto, con gli occhiali che prendevano sul volto uno spazio esagerato. Mi capiva: solo più tardi seppi che era uno dei direttori spirituali più quotati, nella nostra città.
Ascoltava senza mai interrompere e ciò m’incoraggiava a raccontare, sgranando la mia vita come un rosario logoro per l’uso. Dai colloqui con lui non trapelava nulla della reale situazione del Santuario: quando entrai e mi resi conto, mi chiesi spesso come avesse potuto resistere anche al minimo sfogo, pur essendo la vittima innocente del sistema. Dagli incontri con lui ritornavo migliore: una lezione di ascolto e di accoglienza, che faceva maturare in me una fiducia radicale nel Progetto. Fino ad allora, questo termine non era, per me, così importante: adesso, invece, si rivelava un credo di cui non avrei più potuto fare a meno. Intorno c’era gente che procedeva incerta, come a tentoni; persone angosciate o rassegnate, indifferenti, impegnate a sopravvivere facendo il morto a galla. Io no, ero parte di un Disegno, un volere di Dio che mi chiamava nel mezzo di una prova in cui da tempo navigavo a vista. Il Signore, per intercessione del mio amico, mi aveva sottratto a poco a poco a una rovina più certa della morte. Nelle nostre preghiere alla luce delle stelle, mi sentivo un naufrago sospinto sulla spiaggia da un’onda irresistibile. Elia ci fissava con le braccine alzate, indeciso se esultare o disperarsi. Il gatto non osava avvicinarsi: ci studiava da lontano, per decidere, alla fine di una lunga riflessione, se fidarsi o meno dei due strani personaggi con cui condivideva il territorio.
3. La grotta di Elia

Non ricordo come emerse la questione del Divino Amore. Pregavamo in cima alla collina, nella grotta di Elia. Leggevamo i pensieri scaturiti dalla preghiera intensa cui da tempo eravamo abituati; ogni tanto si affacciava un gatto: non si capiva se cercasse compagnia o protestasse per l’usurpazione del proprio territorio. Per poter decifrare la scrittura, a quell’ora, occorreva una torcia: sembravamo due eremiti in un rifugio in capo al mondo, dove solo le stelle osservavano i nostri movimenti. Una sera di quelle, espressi il desiderio di rimanere lì, in un luogo dove avrei coltivato il mio carisma. E fu in un’atmosfera come questa che sentimmo una voce proveniente dal profondo: scegli il divino amore. Avrebbe potuto trattarsi di un’esortazione a non fermarsi all’amore solamente umano, imperfetto e insufficiente; una spinta a fare con coraggio il salto che traghetta dalla nostra volontà – la famigerata filautia – alla volontà di Dio, che tanto invochiamo, ma spesso ci rimane estranea. Solo più tardi comprendemmo che l’appello prediceva che sarei stato trasferito qui, che il Signore l’aveva previsto dall’inizio, e che l’enigma della vita non avrebbe trovato soluzione se non in questa casa dello Spirito Santo e di Maria.
2. La profezia

Poter celebrare nuovamente in orari decenti mi fece un effetto singolare. Da tempo ero stato relegato in messe ad ore antelucane e ritrovarmi con la gente che tanto aveva atteso per sentire una parola nuova, era una gioia che ripagava di molte umiliazioni. Comprendevo, nello stesso tempo, che il Signore prevedeva da sempre tutto questo, perché crescessi in umiltà e rinunciassi a quella idolatria che era stata la fonte di mali innumerevoli. Mi avevano riaccolto con calore, chiedendo quale fosse la ragione di una così lunga assenza: rimanevo nel vago, accennavo ai disegni divini, sempre misteriosi, sempre al di là della nostra comprensione contingente. Pensavo, a dire il vero, anche all’aria soddisfatta del gruppo dirigente, che aveva riacquistato le leve del potere. Ma Dio dimostrava che il Vangelo è un’altra cosa, che un luogo così santo non poteva rimanere ostaggio di dinamiche non chiare. Non provavo alcun risentimento, né desiderio di vendetta. Mi era più che sufficiente il senso di gratitudine profonda che mi faceva guardare al futuro con fiducia sconfinata. Ecco, si poteva ripartire: il luogo era pronto a rivelarsi come centro di potente irradiazione dello Spirito Santo: la profezia che mi portavo dentro stava, finalmente, per attuarsi.
1. Mondo nuovo
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Guardandomi indietro, mi sembrava inverosimile: non c’era più nulla di ciò che fino a ieri mi assillava. Uscii nella piazza deserta, mentre un vento troppo caldo scompigliava i capelli tagliati da poco, per fortuna. Feci un lungo respiro, come se lo Spirito Santo s’infilasse nei polmoni tutto in una volta, per rifarsi del tempo perduto. Il cane era sdraiato ancora lì, da tempo immemorabile: si diceva, in giro, che si fosse dimenticato di morire, ma un giorno anche lui avrebbe tirato le cuoia, come tutti. Mi affacciai dal ponte che collega la piazza alla cappella. Anche le colline erano là, come quando pregavo per l’amico, strappando incerti auspici al variare del tempo limpido o nebbioso: quando sei disperato, ti aggrappi a qualunque assurdità. Ora mi sentivo più sereno: sperimentavo, dopo anni, una pace che sembrava fuori luogo: che fosse la sua, la famosa pace di Gesù, annunciata nel vangelo di Giovanni? Da tanto, era solo un’utopia. Ogni giorno mi sentivo più osteggiato, un residuo tossico da espellere. Ma ora era diverso: attraverso la nebbia che saliva laggiù, dai colli grigi, emergeva qualcosa di mai visto, un mondo nuovo.
Contemplazione
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da qui
Non sono più una piuma appiccicata
sulla ringhiera gelida, d’inverno:
ora mi visiti nel sole, il mare,
nell’eleganza verde della felce,
nella roccia a strapiombo sulla baia,
nel chiasso irregolare di stoviglie
che dal bar si diffonde per incanto
nello specchio increspato dei ricordi,
su cui si sovrappone il nostro amore
azzurro, puro come il vento, santo.
75. Conclusione
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da qui
Per l’uomo, la possibilità di pienezza è solo nella libertà. Agli occhi di chi crede, l’essere di Dio viene incontro all’essere dell’uomo, Lasciando emergere l’identità profonda, fino ad allora sconosciuta. Continua a leggere
L’attesa

[Segue da qui]
Ci chiedevamo dunque: il Napoli è una fede? Di certo, è qualcosa che mobilita le masse, le coinvolge in un evento biblico di chiamate e migrazioni, di trasferte rischiose dove si entra in contatto con popoli diversi, di credenze opposte. Continua a leggere
Questo gol

[In vita mia, ho pubblicato persino due articoli sul calcio: tra l’altro, su un sito prestigioso della mia città natale. Agosto mi sembra il mese giusto per rendervene conto. Qui di seguito, il primo. Domani toccherà al secondo.]
Col Napoli non bisogna esagerare: è una squadra di calcio. Se fosse una fede, sarebbe un pericolo mortale: potrebbe rivelarsi un idolo, muto e sordo come gli idoli, un dio che non ti può salvare e che anzi ti procura più dolori che gioie. Continua a leggere
74. Vivere all’altezza
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da qui
Tutti i discorsi che abbiamo fatto finora suggeriscono che, per educare, occorre una competenza ben precisa e che è fortemente sconsigliato improvvisare. Continua a leggere
Perché di questo si tratta. 10.

B) Quotidianità e altrove, un altrove che è territorio dell’anima in cui convergono ricordi d’infanzia, volti di persone appartenenti al passato, emozioni e desideri provati per un istante e che si sono fissati per sempre nella carne come tatuaggi indelebili. Via di fuga e al tempo stesso tesoro prezioso al quale attingere, dove l’alto sentire e il più basso desiderio, come scrivi nella poesia Chopin, possono toccarsi. Continua a leggere
73. Alla ricerca del senso perduto
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da qui
La perdita dell’unità dell’essere è la grande malattia dell’uomo moderno ed è la fonte delle maggiori depressioni che colpiscono i giovani d’oggi, perché perdendo l’unità di se stessi si perde il senso della vita. Continua a leggere
72. Bontà e bellezza
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da qui
Qualche tempo fa, in occasione dell’anno dedicato a Giorgio Vasari, il Cardinal Ravasi lodava l’abilità del maestro nel «riuscire a ricostruire il proprio passato, attraverso il filo continuo della memoria e l’intreccio tra vita, santità e bellezza». Per Vasari la bontà, che raggiunge i suoi massimi vertici nella carità tipica dei santi, è dunque legata inestricabilmente alla bellezza.
Eppure questa unione, per noi, non è così immediata. In un’epoca in cui il pensiero cristiano impregnava la cultura e la mentalità, era più facile intuire questo dato: arte e fede si abbracciavano e vivevano l’una dell’altra. Poi si è consumato un divorzio, per dirla ancora con Ravasi. Quel legame non ha caratterizzato soltanto la cultura cristiana. Anche nel Primo Testamento compare chiaramente: per esempio nel primo libro delle Cronache dove, in ebraico, si usa la stessa parola per indicare l’ispirazione dei musicisti e dei profeti, o in Esodo, dove si afferma che l’artista costruttore dell’Arca era “avvolto dallo Spirito di Dio”, come un profeta.
Un autore più vicino a noi, Hans Urs Von Balthasar, ha contribuito a ricostruire la continuità tra queste dimensioni: nella sua “via estetica” sostiene che la bellezza è il punto di partenza, perché una bontà senza bellezza rischia di ridursi a norma rigida e ben poco attraente. Nella sua prospettiva, la contemplazione della bellezza fa trascendere i limiti presenti nella mente dell’uomo, gli permette di non appiattire la realtà col suo metro insufficiente. La stessa esperienza si ritrova nell’amore autentico, in cui si passa il limite del calcolo e dell’egoismo naturale.
Entrambi i valori dilatano i confini della vita: la bontà esercita attrazione e dunque è bella; la bellezza dilata mente e cuore, e innalza l’uomo al di sopra della sua mediocrità, ricordandogli chi sia veramente e di quale bene possa essere essere capace.
Perché di questo si tratta. 9.

B) I personaggi di Stelle sono colti su di una soglia critica della loro vita. Mentre alcuni si trovano costretti a fare i conti con un fallimento o un inciampo che investe e mette sottosopra la loro esistenza e i loro progetti, altri si scontrano con gli spazi esigui che la realtà mette a disposizione per la realizzazione di aspettative e speranze. Da qui parte una riflessione sull’esistenza, sulla solitudine, sulla difficoltà di accettare e dare un senso alla sofferenza e ai propri limiti, ma anche sulla ricerca della felicità. E loro sono lì, o forse sarebbe meglio dire noi siamo lì, in bilico tra la concretezza fragile del quotidiano e il bisogno, a volte inconscio, di spingersi oltre, verso un qualcosa che la ragione con i suoi limiti non permette di abbracciare, anche perché ritenuto non necessario. Continua a leggere
71. Il tesoro nel campo
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da qui
A partire dalla bellezza, si entra nel mondo dello spirito. Non a caso Dostoevskij, nel romanzo L’idiota, ripete più volte il ritornello della bellezza che rovescia il mondo. Continua a leggere
70. Spaccature
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da qui
L’unità dell’essere è una questione spinosa. Il suo contrario è la malattia moderna più diffusa: l’uomo dimidiato, spaccato a metà. Continua a leggere
