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Le parole della settimana. Abraham H. Maslow

Gli scritti di Charlotte Buhler, Gordon Allport e Kurt Goldstein dovrebbero pure averci sensibilizzato alla necessità di cogliere e sistematizzare il ruolo dinamico del futuro nella personalità esistente nel presente; poiché, ad esempio, il suo sviluppo, il suo divenire e le sue possibilità, necessariamente puntano al futuro; e così fanno i concetti di potenzialità e di speranza, di desiderio e di immaginazione; la riduzione al concreto è una perdita del futuro; la minaccia e l’apprensione puntano al futuro (niente futuro = niente nevrosi); l’auto-realizzazione è priva di significato se non ci si riferisce a un futuro attivo in ogni momento; la vita può essere una Gestalt nel tempo, e così via.

Pure, l’importanza fondamentale e centrale che questo problema riveste per gli esistenzialisti ha qualche cosa da insegnarci; per esempio, l’articolo di Erwin Strauss nel volume di May. A mio avviso è giusto dire che nessuna teoria psicologica sarà mai completa se non incorporerà, nel suo nucleo centrale, il concetto che l’uomo ha il proprio futuro dentro di sé, attivo dinamicamente nel momento presente. In tal senso, il futuro si può trattare in senso a-storico, come fa Kurt Lewin. Dobbiamo pure renderci conto del fatto che soltanto il futuro è, in linea di principio, sconosciuto e inconoscibile, il che significa che tutte le abitudini, le difese, i meccanismi per affrontare le situazioni sono dubbi e ambigui, perché si fondano sull’esperienza passata. Soltanto la persona flessibilmente creativa può realmente padroneggiare il futuro: soltanto quella che riesce ad affrontare la novità con fiducia e senza timore. Sono persuaso che gran parte di quanto oggi chiamiamo psicologia consista nello studio degli espedienti che impieghiamo per evitare l’angoscia prodotta da una novità assoluta, illudendoci che il futuro sarà simile al passato.

[Abraham Maslow, Verso una psicologia dell’essere]

 

Le parole della settimana. Fëdor Dostoevskij


Stralcio della lettera di Fëdor Dostoevskij, alla nipote Sof’ja Aleksandrovna Ivanova:
«E così io, tre settimane fa […], mi sono messo a scrivere un nuovo romanzo e ci lavoro giorno e notte. L’idea del romanzo è una mia antica e prediletta idea, ma è talmente difficile che per un pezzo non me la sono sentita di affrontarla, e se mi ci sono risolto adesso ciò è dovuto senz’altro al fatto che mi sono trovato in una situazione quasi disperata. L’idea principale del romanzo è quella di rappresentare una natura umana pienamente bella. Non c’è nulla di più difficile al mondo, e specialmente oggi. Tutti gli scrittori, non soltanto russi, ma anche tutti gli europei, che si sono accinti alla rappresentazione di un carattere bello e allo stesso tempo positivo, hanno sempre dovuto rinunciare. Giacché si tratta di un compito smisurato. Il bello è un ideale, e l’ideale – sia il nostro sia quello dell’Europa civilizzata – è ben lontano dall’essere elaborato. Al mondo c’è stato soltanto un personaggio bello e positivo, Cristo, tantoché l’apparizione di questo personaggio smisuratamente, incommensurabilmente bello costituisce naturalmente un miracolo senza fine.
Tutto il Vangelo di Giovanni è concepito in questo senso: egli trova tutto il miracolo nella sola incarnazione, nella sola apparizione del bello»

Le parole della settimana. Ildegarda di Bingen


«Giungeranno tempi in cui le donne per conseguire la santità dovranno spogliarsi della loro natura. Poiché l’uomo è stato creato dal fango, mentre la donna è stata plasmata dalla carne e dal sangue. L’uomo al principio era nudo come un simulacro, per questo chiese alla donna affinché lo vestisse con la carne e con il sangue. L’opera fu uno stampo perfetto, come era nelle intenzioni del Grande Vasaio. Ma i tempi cambieranno. Si chiederà alle donne di dimenticare il corpo, vedendo in esso poco più dell’impaccio di una scorza. Come dice Aristotele, che la deformità della donna non fa parte dell’ordine naturale delle cose, il santo tanto più sarà innalzato quanto più si distaccherà dalla gabbia delle viscere. Le donne sante diventeranno pneumi. Dio, invece, che ama in ogni cosa la discrezione e l’armonia, non ha creato l’anima perché stesse a sospirare, ma affinché albergasse nel corpo, come l’ape nella sua arnia di miele. Ma questo mio intendimento non avrà fortuna, nei tempi a venire, in cui alla discrezione si preferirà l’eccesso e alla misura la vertigine». 

Così disse e io un poco quietai la malinconia che mi visitava ogni tanto come un’eclissi di sole. Il mio cruccio era di sentirmi lontana dalla santità, sempre fuori luogo, come quegli esuli che chiedono ovunque asilo senza sentirsi mai a casa, figli dell’orfanezza. Ora cominciavo a comprendere che, piuttosto che diventare santa, dovevo diventare donna. Ildegarda aveva impiegato tutta la vita per esserlo.

[da Lucia Tancredi, “Ildegarda, la potenza e la grazia”, Città nuova]