Capita a molti di sentirsi nel posto sbagliato al momento sbagliato. Ho già raccontato di come, da bambino, mi ritrovai nella classe di mio fratello col grembiule bianco, mentre tutti lo avevano nero. Là il motivo era palese: non era la mia aula. Altre volte la ragione è più complessa: avrei potuto prevedere quel disagio, la prima e ultima volta che entrai in discoteca? Forse non sapevo ancora di essere introverso. Altre evenienze sono più drammatiche: matrimoni sbagliati (a giudicare dalla mole di distanze e incomprensioni), lavori che non piacciono, amicizie che deludono.
In genere, situazioni come queste inducono una serie di negatività aggiuntive, di pensieri “cattivi”: non ne azzecco una, qualcuno me la tira, non uscirò mai da questa trappola. La vita diventa insopportabile, ci si rassegna al peggio o si butta tutto all’aria: un nuovo partner, la ricerca di una diversa occupazione, un altro giro di amicizie.
Non di rado, il mutamento non sortisce effetti: invertendo l’ordine dei fattori, il prodotto non cambia. A volte, il nuovo stato è peggiore del primo, con l’aggravante di una frustrazione elevata all’ennesima potenza.
Questa, paradossalmente, è la condizione ideale per entrare in contatto col Vangelo: per affacciarsi a un altro mondo, può essere uno stimolo avere problemi con quello precedente. Oppure basta coglierne le falle, il montaliano “anello che non tiene”.
In genere, il bello di Dio ti viene incontro quando, per un motivo o per l’altro, senti il bisogno di guardare verso l’alto. Quando gli chiesi la preghiera allo Spirito Santo, don Mario mi rispose: vuoi salire?
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Pizza, pesto e pandoro

Vantarsi è una cosa ridicola, lo sanno tutti. Eppure, ogni tanto, scappa l’autoincensazione, come fosse una trappola nascosta a cui pochi riescono a sottrarsi. A volte ci vantiamo per scherzo, ma non è meno rischioso: in questi casi, il confine è molto labile, e poi va’ a sapere se lo humour è compreso dagli astanti.
Ci si vanta di tutto: di una macchina, di una laurea, di una donna. Se il soggetto è femminile, si gloria di un vestito, di un gioiello, di un taglio di capelli. Alla lista delle millanterie appartengono le stranezze più improbabili: il bagno di casa, un paio di occhiali, l’autografo di un calciatore. Il bello della vanteria è che non ha senso, quindi, paradossalmente, può passare di tutto. Napoli si vanta della pizza, Verona del pandoro, Genova del pesto. Una volta, in una bettola della città vecchia, mangiai con don Mario un piatto di trenette, e scoprimmo che il pesto che spacciano a Roma è un’altra cosa.
Vantarsi, in genere, è nocivo: chi si loda, s’imbroda. Figurati se sei di Ancona e ti vanti del brodetto…
Un tema così frivolo non ha mancato di suscitare l’interesse di personaggi illustri: Gesù condanna la vanità di scribi e farisei; san Paolo, oltre a informarci che “la carità non si vanta”, se ne esce nell’unico vanto ammissibile, per un cristiano: di cosa mi vanterò, se non della croce di Cristo?
Questo mi fa pensare: un atteggiamento ridicolo può trasformarsi in una scelta eroica. Bene e male non sono mai astrazioni: si spiegano soltanto in relazione alla persona. La vita, più che uno scontro tra bontà e malvagità, è una battaglia tra Dio e il demonio. Quest’ultimo si vanta d’averne ucciso il Figlio, e in quel momento perde.
C’è un tempo

C’è un tempo per tutto: lo dice Qoelet, ma ce ne accorgiamo anche da soli.
Il bello di questa verità lo assapori quando vivi una svolta, altrimenti rimane una teoria.
Appena nati, non siamo che una palla di carne: bisognosi di tutto, passivi, dipendenti. Facciamo tenerezza. Man mano che cresciamo, affrontiamo le prime, vere frustrazioni: realizziamo che la vita non è solo ricevere, ma anche attivarci, elaborare, dare. Tra il ricevere e il dare c’è un cambio di stato, una discontinuità.
Restare palla di carne (intesa come categoria teologica) è una tentazione che continua a inseguirci, a volte per sempre: pensiamo alla dipendenza dalla pornografia. Qui si pone una chiara resistenza al passaggio fondamentale della vita: dalla carne allo spirito. Dov’è l’ostacolo?
La risposta è semplice: tutto dipende da ciò che riteniamo bello, buono e vero. La carne ha un suo fascino, una sua bellezza. Il frutto dell’albero del bene e del male era “bello a vedersi e buono da mangiare”. La questione è se si tratti di vera bellezza, di qualcosa che è bene per noi e per gli altri.
Possiamo utilizzare tre strumenti, per sciogliere il nodo: la fiducia assoluta del bambino, l’umiltà e la Parola di Dio.
Con la fiducia del bambino mi fido più del discernimento del Signore che del mio. Con l’umiltà, impedisco che la superbia si metta di traverso. La Parola di Dio mi chiarisce il suo punto di vista, il fatto che la carne “non giova a nulla” ed esclude dal Regno, la scoperta che è lo spirito soltanto a dare vita.
C’è dunque un tempo della carne e un tempo dello spirito: quando questo arriva, comprendi veramente Qoelet, e con Qoelet tutto il resto.
Pesi

Se ognuno sapesse quanto pesa sugli altri, proverebbe un desiderio di sparire. Sarebbe utile stimare, con un’apposita bilancia, il carico di aggressività, di incomprensione, di volgarità, di mancanza di tatto che incombe quotidianamente sul genere umano. Di fronte alle cifre precise di un imparziale tabulato, immaginando i nostri simili e noi stessi tramutati in bestie da soma, avvertiremmo un senso di pietà e di fratellanza, come avviene, a volte, in tempo di guerra.
Ogni mattina, invece, come niente fosse, scarichiamo sulle spalle degli altri tonnellate di rifiuti tossici, senza l’ombra di un rimorso.
Ci sono casi in cui ciò è perseguito con malizia, come fosse una sorta di sfogo personale, una riparazione d’ingiustizie, di torti subiti, magari, nell’emisfero opposto, ma che importa? L’essenziale è che qualcuno paghi, che la sofferenza si diffonda, perché una volta ferito, non accetto che ci sia chi possa uscirne illeso, più felice di me, o meno disperato.
Proporrei una scienza sociale dei fardelli spesso insopportabili che ci scambiamo con larghezza; esperti in materia potrebbero configurare i diagrammi di una coppia, di un giro di amici o di parenti, di un luogo di lavoro.
Osservando quei grafici potremmo essere presi da un tardivo pentimento, spremeremmo una lacrima quasi controvoglia, come se ammettere quanto siamo pesanti fosse l’operazione più incongrua e stravagante che un essere umano possa concepire.
Cronache di qualche tempo

Tutto, in quel mondo, funzionava bene: ti alzavi a quell’ora, consumavi quel genere di colazione, ti vestivi in quel modo, prendevi quel mezzo pubblico se abitavi in quella zona, salutavi i colleghi con quel cenno della mano, sedevi al tavolo con la schiena dritta, rispondevi al telefono con un certo tono, utilizzavi il computer con gli identici programmi, usufruivi della pausa mangiando e bevendo quelle cose, riprendevi il lavoro fino allo squillo dello stesso campanello, risalutavi con quel cenno della mano, risalivi sullo stesso mezzo pubblico, cenavi in base al solito menù, accendevi la televisione appena entrato in casa, vedevi l’unico programma sull’unico canale, ti sentivi stanco al punto giusto, ti mettevi il pigiama e andavi a letto.
Non esistevano eccezioni a questo meccanismo, in base al quale ciascuno sapeva esattamente cosa fare, cosa dire, come essere. Non si sprecavano energie, nemmeno in contrasti impercettibili, perché non c’erano argomenti intorno a cui discutere o non essere d’accordo: tutti dicevano e facevano le stesse cose, gli stessi gesti, con le parole levigate dall’uso, senza più quei fastidiosi errori di pronuncia o di grammatica.
Tutto, tutto era perfetto.
Solo un dettaglio non erano riusciti a regolare: la notte. Appena scivolavi nel sonno, ti scoprivi ad agire, pensare e parlare in un modo diverso; ma così diverso che finiva col turbarti, fino a minacciare l’armonia universale, fino a provocare un’azione che nessuno avrebbe immaginato, un atto foriero di conseguenze imprevedibili: mangiare, a colazione, un cornetto al cioccolato anziché i biscotti dietetici integrali. Fu lì, dissero poi, che prese avvio un movimento dapprima sommesso, poi sempre più deciso e travolgente, che cambiò in modo irreversibile il corso della storia.
Attaccamenti

A volte penso che la vita sia soltanto una questione di buon senso. Abbiamo necessità di dimostrare che l’universo sia stato creato da Qualcuno? La straordinaria ricchezza e complessità della realtà si è inventata da sola?
Dal mondo fisico al mondo morale. Il peccato è una trasgressione della logica: cadere in tentazione significa non stare in piedi, e l’uomo è caratterizzato dalla posizione eretta. Nello stesso ambito, un altro verbo è cedere: se una cosa cede, non funziona, è logora, avariata.
I peccati della carne dovrebbero essere aborriti in un mondo di vegetariani e di vegani. E comunque la carne non si può separare dal contesto: lo spirito, la psiche.
È peccato non rubare quando si ha fame, cantava De André, e posso essere d’accordo; ma negli altri casi non ha senso: esiste il mio e il tuo, anche se portano in sé una vocazione – onesta e trasparente – a diventare “il nostro” (vedi il pane del Pater).
Uccidere è il massimo della contraddizione: chi mi autorizza a togliere all’altro quello a cui sono più attaccato?
Questo è un punto critico: un omicida, sarà davvero affezionato al vivere?
Forse la questione va affrontata da un’altra prospettiva.
A cosa vale la pena essere attaccati? Cosa amo, sul serio, nella vita? Da ciò dipende, in ultimo, l’ordine della mia esperienza. Ciò che amo, lo metto al primo posto, e da lì discende la mia scala di valori. Ora, se questo mondo lo ha creato qualcuno che chiamiamo Dio; se Lui ha plasmato la bellezza che ci affascina, in mezzo alle bruttezze che abbiamo avuto il coraggio di produrre; se la logica suprema, dunque, di ciò che ci circonda giace nel fondo del suo “cuore”; allora sì, mi viene da credere che la scelta più coerente stia nell’essere attaccati a Lui, amandolo con tutta la mente, il corpo e l’anima. Altro che rubare, uccidere o commettere peccati della carne.
Conviene più fidarsi del Padrone di casa, che ha le chiavi di ogni stanza, ed è tanto sicuro di sé da metterle nelle nostre mani.
Piacevolevolissimevolmente

Satana punta molto sulla vanagloria. L’uomo è fatto così, ha bisogno di essere approvato. In certi casi, esaltato, idolatrato. Si fa presto, in questo senso, a cadere nel ridicolo.
Oggi tutto è amplificato dalla cassa di risonanza della rete: si pubblica un post per far sapere che cosa si è mangiato, se si ha il mal di pancia o l’emicrania. Esigenza di condivisione? Spirito comunitario che viaggia con il web?
Spesso viviamo di ciò che di noi pensano gli altri. Siamo molto preoccupati di porgere un’immagine, accuratamente predisposta. Se riceviamo un “like”, siamo appagati: abbiamo fatto accogliere il messaggio a cui tanto tenevamo.
Sarebbe utile tentare l’esperimento opposto: mettere in piazza quello che di noi disapproviamo, c’imbarazza, o di cui ci vergogniamo. In fondo, l’amicizia è accettare l’altro per quello che è realmente, non accontentarsi della maschera.
La vanagloria introduce in una vita parallela, dove tutto fila liscio, è piacevole, suscita adesione spontanea e simpatia: un mondo virtuale, appunto, che poco ha a che fare con la nostra esperienza quotidiana.
Il passaggio salvifico sarebbe quello dal mondo virtuale al mondo virtuoso, scaturito dall’esercizio delle tre colonne della vita cristiana: verità, carità e libertà. Essere se stessi nell’amore significa essere finalmente liberi: non m’interessa il giudizio degli altri, ma quello che mi sembra il loro bene. Non cerco la loro approvazione, ma la scoperta delle nostre ricchezze, il tesoro spesso sconosciuto, nascosto nel campo incolto delle anime.
Semplice

A volte è utile semplificare. Che nella testa girino pensieri non sempre gradevoli o graditi è un dato di fatto; che spesso ci lasciamo appesantire da preoccupazioni, reazioni negative, scoraggiamenti e depressioni, è altrettanto incontestabile. Ci siamo certamente posti, prima o poi, la fatidica domanda: perché è tutto così maledettamente complicato?
Se siamo arrivati a questo punto, possiamo passare alla fase successiva: la ricerca di una soluzione.
Tempo fa uscì un libro, che acquistai assecondando la mia curiosità vorace: “Simplify your life”. Era una frizzante proposta di alleggerimento degli ambienti e delle modalità di relazione. Un classico esempio – per me, almeno – di risposta al di sotto delle aspettative. Di quella lettura, non rimase niente.
I manuali che promettono di rendere la vita più piacevole, di fornire ricette infallibili per la realizzazione personale, non si contano più. Sono formule che lasciano tutto come prima, senza incidere in nulla su ciò che vi è di più importante.
Poi torni al Vangelo e trovi, al riguardo, istruzioni interessanti: ti ringrazio, Padre, perché hai rivelato queste cose ai piccoli, e le hai nascoste ai sapienti e agli intelligenti; beati i puri di cuore, perché vedranno Dio; gli ultimi saranno primi e i primi ultimi; venite a me, voi tutti che siete affaticati e oppressi.
La semplificazione più efficace e radicale si nasconde in questo libro. È come se l’arte della vita consistesse soprattutto nel togliere: quante realtà riteniamo indispensabili?
Marta, Marta, tu ti agiti e ti affanni per molte cose, ma una sola è quella che conta. Quale? Quella che ha scelto Maria: ascoltare Gesù, conversare con Lui. Se Cristo diventasse il nostro confidente; se è vero che – soddisfatte le necessità primarie – l’amore è tutto ciò che serve; se vivendo nell’amore autentico non si sente più bisogno d’altro, avremmo risolto definitivamente ogni problema: Lui è amore infinito e onnipotente, basta e avanza. Semplice, no?
Quando

Quando sarà tutto finito, ci volteremo indietro, con un po’ di nostalgia. Penseremo alle cose belle della vita, a quel golfo visto dalla terrazza del paese, al tramonto che si portava via un segreto, allo sguardo del bambino che ti chiedeva il nome. Ci sembrerà strano andarcene così, senza saluti. Mio padre, quando partì con l’ambulanza, disse a mio fratello: dài un bacio a tutti. Ecco, dare l’ultimo bacio, sapendo che qualcosa resterà dopo l’addio, la partenza spogliata della tranquilla certezza del ritorno.
Quando ce ne andremo, però, avremo anche gli occhi conficcati nel futuro, pronti ad accogliere l’affidabile promessa del riposo. In fondo, la vita è un lavoro impegnativo, e a un certo punto ti chiedi: quanto manca alla pensione?
Sì, quando sarà tutto finito andremo alla pensione paradiso, dove il vitto è gratuito, e i cornetti non finiscono. C’è gente che ti tratta bene, che ti ama: sarà curioso sentirti amato da tutti quelli che incontri, come se la rabbia, l’odio, o il saluto negato, la parola maldicente, il giudizio temerario, non fossero che un ricordo sbiadito, da guardare con una certa tenerezza.
Quando saremo di là, sarà normale pensare a quelli che ancora si stanno arrabattando, che a quest’ora della sera mettono in fila parole come soldatini, sul pavimento freddo della casa paterna: scrivere è giocare con la guerra che in te combattono i dolori e gli squarci improvvisi di allegria.
Quando sarà tutto finito, riporremo il nostro esercito nella scatola blu, e finalmente Qualcuno scriverà, in fondo all’ultimo racconto, la parola pace.
Dia-logos

I dialoghi sanno di miracolo. Sembra facile capirsi, ma ognuno ha un suo punto di vista, un’esperienza irripetibile, una serie di filtri che ne orientano, in un senso o in un altro, l’attenzione: speranze, paure, desideri. Eppure il rischio si corre, intravedendo un possibile guadagno, un incremento d’essere, un ampliarsi di orizzonti.
Se non dialogasse, che sarebbe l’uomo? Si scoprirebbe rinchiuso nel suo mondo con le idee ibernate, le parole logore, la convinzione che nulla possa esistere al di là del suo modo d’intendere la vita.
Invece no, ci proviamo, nonostante tutto: equivochiamo, litighiamo, ci togliamo la parola, ce la rendiamo a stento.
Il dialogo è battaglia, trappola, sorpresa: ti metti in discussione e affini le tue armi, sei costretto a scrutare più a fondo, a ipotizzare ostacoli, a misurarti con dubbi ed obiezioni, a farti togliere e a ricevere qualcosa. Finché ci si ritrova esausti e ci si guarda a fatica, come pugili all’ultima ripresa.
Dialogare è scommettere che oltre la mia idea, oltre la tua, c’è una realtà che in tanto si avvicina in quanto ci lasciamo trasformare dai botta e risposta, dalla mano che gesticola, dal tempo che passa e ci scolpisce come il vento le dune del deserto.
Ecco, siamo dune sotto il sole del Senso. In principio era il Logos; con Lui viene il dia-logos, la parola che passa, ferisce, uccide, risuscita in una formula più pura, rarefatta, miracolosamente comprensibile, appetibile, come un pane spezzato sulla tavola, prodigiosa, come un fiore sbocciato nel deserto.
La Legge

Il mondo è fatto così: d’inverno piove, d’estate c’è il sole. È vero che esistono, oggi, vistose anomalie, ma insomma: il bue muggisce, il cavallo nitrisce, non ci sono santi. Il fatto che la realtà funzioni così, e non altrimenti, continua a sembrarmi degno di attenzione. Si danno leggi che non possiamo ignorare, fuori e dentro di noi. Tutto sta a capire il loro senso, la loro direzione. Si è parlato tanto di teoria evolutiva, della sopravvivenza del più forte; nel nostro tempo, diversi uomini di scienza tendono invece a difendere il principio di collaborazione, preferendolo a quello antagonista. Mi sembra un passo in avanti decisivo: nell’essere tutto è collegato, ogni cosa corrisponde a un’altra, un meccanismo perfetto governa l’universo, altrimenti non staremmo qui a parlarne.
Contemporaneamente, ci accorgiamo di come, in questo quadro armonico, si aprano falle: terremoti, cataclismi cosmici, carestie, siccità, fenomeni più o meno disastrosi arrivano a sconvolgere il libero e tranquillo fluire dell’energia universale. C’è qualcosa che turba la pace, e che forse è ancora più visibile all’interno dell’uomo e della rete dei rapporti che costituiscono il suo mondo: conflitti, incomprensioni, odi, omicidi, guerre, stragi ed olocausti segnano la storia con una scia di sangue senza fine.
Qual è il segreto dell’ordine, del buon funzionamento di tutta la realtà, il principio affidabile che ispira ogni buona condotta, all’altezza del Progetto originario?
A chi gli chiede quale sia il comandamento più importante, Gesù risponde: l’amore per Dio, per se stessi e per il prossimo. Questa è la Legge, aggiunge subito.
Se la Legge è l’amore, vuol dire che tutto ciò che va in direzione dell’amore tiene insieme l’universo; tutto ciò che gli si oppone, invece, causa dissidi, catastrofi, la tragedia del male di cui arriva notizia ogni momento.
In fondo, come sempre, sta a noi scegliere di quale legge lasciar innamorare il nostro cuore.
Scommettiamo?

Per un momento, immaginiamo che tutti credessero in Gesù. A ben vedere, non è così impossibile. Ha insegnato l’amore, la speranza, la fiducia. Ha detto che la vita non finisce con la morte, che la bontà viene premiata, e la cattiveria è votata al fallimento.
Non pochi atei hanno intravisto in Lui una figura straordinaria: Nietzsche ha scritto che c’è stato, nella storia, un solo cristiano, ed è morto in croce. Sono famose le canzoni dedicategli da Fabrizio De André, culminanti nel coro finale della “Buona Novella”: “non posso pensarti figlio di Dio, ma figlio dell’uomo, fratello anche mio”.
Se tutti credessero in Gesù, il mondo sarebbe migliore. Solidarietà, pace, non violenza, diverrebbero realtà quotidiane; il pane si moltiplicherebbe e i malati sarebbero guariti. Tutto da guadagnare, a prima vista. Ma dev’esserci un anello che non tiene, perché, in fin dei conti, non sono poi tanti quelli che lo seguono davvero.
Pensa che ti ripensa, mi pare che una parte di responsabilità ricada sui credenti. Il peccato ha una sua bellezza, come ricorda Genesi: il frutto dell’albero del bene e del male era “bello a vedersi e buono da mangiare”. Come rinunciare a tanto allettamento? Solo imbattendosi in qualcosa di più bello. Agostino d’Ippona, santo e genio, ha stabilito una volta per tutte che la fede è desiderio. Finché non desidera il bene più del male, l’uomo ignora la proposta di Cristo: chi glielo fa fare?
Non resta che invitare i credenti a mostrare la bellezza di Dio, il fascino irresistibile dell’essere cristiani. Qualcuno in più ci crederà. Scommettiamo?
Due bocche

Se l’uomo ha due occhi, un naso, una bocca, ci sarà un motivo. Due bocche avrebbero fatto comodo, magari: se in una i denti si fossero cariati, avremmo masticato con l’altra. Per i dentisti ci sarebbe stato più lavoro. O forse meno?
Qualcuno ha dichiarato che viviamo nel migliore dei mondi possibili. Dio non sarebbe d’accordo. Ne aveva progettato uno senza malizia, violenza, dominio di un essere sull’altro. Il paradiso terrestre è qualcosa da considerare attentamente: l’idea di Dio è sempre la migliore.
C’è chi, però, ha qualcosa da ridire. Il mondo vuole farlo lui, pensare che sia così o così. Un giorno, forse, farà un uomo con due bocche e con tre occhi, di cui uno dietro la testa. Come mai Dio non ci ha pensato? Forse perché, nel paradiso terrestre, non c’era bisogno di guardarsi le spalle. O forse, meglio ancora, per insegnare a fidarsi, a credere più in qualcun altro che in se stessi, come fa il bambino.
Pensando al mondo, a volte, mi commuovo. Vedo che Dio ha fatto buona ogni cosa, ma noi siamo portati, quasi eroicamente, a rovinare tutto. Forse perché c’è un nemico. È quello che dice la parabola della zizzania: un nemico ha fatto questo. Il bello di Dio è che fa esistere il Nemico, gli lascia spazio, lo lascia lavorare. Poi arriva uno e dice: Dio non esiste, perché, se esistesse, non permetterebbe questo male.
È difficile capire l’amore, quella cosa che dà la libertà di contraddirti, e a volte di ucciderti. Se Dio non avesse amato, non sarebbe morto in croce. Il grido di liberazione – Dio è morto! – è dunque l’atto di fede più appassionato e convincente nella sua esistenza amante, talmente potente da risorgere ogni volta. Con un bocca sola.
La pioggia

Capisci l’importanza della pioggia se c’è la siccità. Fino ad allora te n’eri lamentato: che seccatura! L’ombrello, il fastidio di bagnarsi in ogni caso. E che tristezza! Vuoi mettere un bel cielo azzurro, che comunica allegria anche quando i pensieri cattivi annebbiano la mente.
È un criterio generale. Ci lamentiamo dei preti, ma quando un moribondo invoca l’unzione degli infermi, ne cerchiamo anche uno scalcagnato.
Facciamo di tutto per girare al largo dal tipo sgradevole, quello con la voce chioccia e la tendenza alla polemica, ma quando ci dà l’informazione che solo lui conosce, lo vediamo con gli occhi di chi ha ricevuto un beneficio.
La suocera neanche la saluti, ma quando sua figlia – tua moglie – ti lascia perché ne ha fin sopra la punta dei capelli, diventa una risorsa a cui ti pieghi persino volentieri.
Tutto ha un rovescio: se prendessimo l’abitudine di sospendere il giudizio, di lasciare che la faccia nascosta delle cose arrivi a palesarsi, forse la vita sarebbe meno amara.
Che in origine sia stata orientata proprio a questo? Che il senso riposi nella sintesi di due elementi, come se ogni realtà unilaterale celasse una falla, una mancanza, una parzialità fatale per la lettura dell’essere?
Da quando ho compreso che significhi, concretamente, che Cristo è vero Dio e vero Uomo, la mia vita è cambiata. Unirsi a Lui vuol dire entrare in contatto con la nostra umanità e ritrovarsi guariti dalla sua divinità. Significa essere se stessi, come Lui ci ha immaginati.
Capisco meglio, da allora, la pioggia, i preti, le persone sgradevoli, le suocere. Li vedo, nello stesso tempo, con gli occhi di un uomo e gli occhi di un Dio.
I tre porcellini

Le fiabe finiscono, ma fino a un certo punto. Prendiamo quella dei tre porcellini: emancipati dalla madre, che li invita a diventare autonomi, si costruiscono tre case con materiali diversi: paglia, legno e mattoni. Come andrà a finire, si capisce dall’inizio, anche perché la fiaba è copiata dal Vangelo: il discorso della montagna termina così, con costruzioni adatte o meno a sostenere gli imprevisti.
Ma è chiaro che la storia potrebbe continuare: anche una casa di mattoni, infatti, può crollare, soprattutto in tempi in cui le profezie – se non, addirittura, le ipotesi scientifiche – prevedono l’impatto con la Terra di pianeti con orbite impazzite. In tal caso, i più esposti sarebbero ancora i porcellini, ossia coloro che proseguono imperterriti a condurre una vita materiale, quella che, in un modo o in un altro, va a sbattere contro il muro della morte, a cui non c’è rimedio, come recita il detto.
Ma, visto che abbiamo parlato di Vangelo, la storia potrebbe ulteriormente evolversi, perché il messaggio di Cristo consiste proprio nel credere in qualcosa capace di abbattere la barriera della morte, di mettere in comunicazione con un mondo rinnovato, in cui Dio può salvare da tutto, persino da un cataclisma apocalittico. Dunque, la differenza non starebbe più nel costruire una casa tanto solida da chiudersi al pericolo esterno; al contrario si tratterebbe di aprire uno spiraglio, lasciando entrare un principio di vita che non muore, inattaccabile dal lupo, qualsiasi maschera decida di indossare.
Il Vangelo, dunque, è più ottimista delle fiabe, anche se il tema che trattano è comune: il lieto fine non sta nel chiudere la porta a un pericolo incombente, ma nell’aprirla a Dio, che è più forte di qualsiasi aggressore, compreso il lupo apparentemente invincibile che chiamiamo morte.
Sguardi

Può accadere di sentirsi soli. Non che non s’incontrino persone, le presenze abituali della quotidianità: famigliari, colleghi di lavoro, i contatti che attraversano la vita e con cui non sempre si sa essere sé stessi. Anzi, se ne torna spesso col sentore d’aver perso qualcosa, senza, magari, saper dire cosa.
Resta una fame di essere, sempre più intensa, sempre più insaziata.
Poi, un bel giorno, guardi il volto di Gesù, davanti a te, con gli occhi che sembrano cercarti: non ti impongono nulla, sono solo una proposta discreta, delicata, attenta a non violare la tua libera adesione. È lì: e tu non credi che ti stia guardando, che sia il Gesù che percorreva le strade della Palestina predicando il Vangelo, guarendo i malati, chiamando Zaccheo arrampicato sopra l’albero, assicurando al paralitico, calato dal tetto, il perdono dei peccati, conversando con la donna al pozzo di Sicar.
Sei certo di essere indegno della sua attenzione, che il suo potere sia attratto da altre cause, ben più importanti della tua. No, non sta guardando te, anche se sembra, anche se tutto lascerebbe sospettare che voglia convincerti che se è appeso lì, se hai deciso di piazzarlo di fronte al tavolo di studio e di preghiera, no, non può essere un caso, ma una sua precisa, eterna volontà.
Allora, all’improvviso, ti lasci persuadere: chiudi gli occhi, cominci a sentire le sue mani posate sulla testa, sei uno di quelli che ha incontrato per la strada, nei campi, nelle sinagoghe scalcinate, e provi un senso di pace, come se i suoi occhi, il suo tocco, cambiassero qualcosa, come se, per la prima volta in vita tua, potessi dire “io”, “tu”, e avessi ritrovato, per miracolo, la tua vera, fino ad oggi incredibilmente ignorata, identità.
Solo da allora, ogni persona che incontri non è più un pretesto per sentirti solo, ma un’occasione per essere te stesso, riflesso, finalmente, nella luce mite del suo sguardo.
Diapositive

Era come veder scorrere le diapositive: mio padre che mi trascinava nella polvere, a Stigliano, perché lo zio Michelino, come al solito, mi aveva accusato di qualcosa; la maestra Battistoni che spiattellava a mia madre, nel negozio, il mio inconfessato quattro in matematica; l’ingresso nella classe sbagliata, dove tutti indossavano il grembiule nero e io ero l’unico scemo col grembiule bianco. E ancora, la fuga dopo aver preso in giro Otello, il commerciante calvo che aveva appena indossato il parrucchino; la fulminea aggressione di Domenico Ippolito durante una partita, senza che gli avessi fatto nulla; gli occhi a palla dell’ottimo D’Autilia, che voleva essermi amico contro il mio volere; le mani sporche d’inchiostro di Vincenzo Cerere e la stilografica che gli invidiavo, come fosse una reliquia di valore inestimabile.
La nostra vita è in onda sullo schermo della storia: un film che vedremo tutti insieme, prima o poi, senza spirito di rivalsa o antagonismi, ma come una lezione su come fare i conti con sé stessi.
Quando seguiremo ogni pensiero, ogni parola, ogni gesto, succedersi scena dopo scena sotto lo sguardo amorevole di Dio, sentiremo, nel profondo dell’anima, il taglio di una lama, e capiremo davvero cos’è bene e cos’è male. Allora piangeremo, rideremo, s’infrangerà ogni antico e arrugginito meccanismo di difesa.
L’ultima diapositiva sarà la nostra scelta tra lo schermo luminoso di Dio e quello oscuro, logoro, cadente del Nemico, in cui si precipita per sempre nella tenebra, rinunciando a ogni possibile rigurgito di amore.
Allora tutto – Stigliano, Michelino, la Pelikan verde e nera di Vincenzo Cerere – sarà, per i secoli dei secoli, il nostro inferno, o il nostro paradiso.
Lev shomea

Quando il genio della lampada mi esortò a formulare un desiderio, rimasi titubante. Ultimamente, la storia aveva assunto caratteri inquietanti: non c’era più nulla di scontato, anzi, ogni cosa sembrava propensa a rovesciarsi nel suo opposto. Mi chiedevo come i bambini sarebbero cresciuti in un contesto senza più certezze, in cui chiunque avrebbe potuto avvicinarti e stringerti la mano o assassinarti. Le esecuzioni pubbliche, filmate su YouTube, avevano qualcosa di empiamente simbolico: tagliare la testa, cioè impedire di pensare, di capire. Forse, in giro, c’erano molti più decapitati di quanto si potesse immaginare.
Ma non era solo un fatto di cervello. Un problema anche più grave riguardava il cuore. Troppi stimoli, e spesso così forti da rendere impossibile una reazione sobria, equilibrata. Come avrebbe potuto, un povero cuore, lasciar depositare nel profondo sensazioni e sentimenti, accarezzare un sogno, coltivare un affetto, o stringere un rapporto in cui l’altro potesse davvero essere accolto?
Un pianeta, dunque, senza testa e senza cuore. Ma avevo l’impressione che fosse anche un pianeta senza corpo, vissuto come fosse un’entità a sé stante, oggetto di cura esagerata o piacere scriteriato, un’appendice che non aveva più a che fare con l’unità della persona. Le strade, i luoghi di ritrovo, diventavano vetrine in cui ognuno esponeva la sua merce, ossia il corpo staccato da una storia, da un’anima, da una propria vocazione che affondasse le radici in un Progetto.
Quando il genio della lampada mi esortò a formulare un desiderio, mi ricordai di Salomone. Subito prima che diventasse re, Dio si era offerto di dargli qualunque cosa gli avesse domandato. Lui aveva optato per un “lev shomea”, che in ebraico significa “un cuore capace di ascoltare”. Risposi anch’io così.
Il genio rimase sorpreso, come forse anche Dio, di fronte alla richiesta del sovrano.
Da allora, mi sembra di vederci meglio, di sentire con più lucidità, di dire una parola più sensata alle persone che incontro in questo pianeta singolare.
Profeti

Penso al coraggio dei profeti biblici: in fondo, chi glielo faceva fare? E invece parlavano, gridavano, rischiavano la vita pur di recapitare “quel” messaggio: sì, proprio il messaggio che nessuno avrebbe voluto mai sentire.
Del resto, parliamoci chiaro: a tutti piacerebbe un dio che costruisse ponti d’oro verso i propri obiettivi; un dio che proteggesse dalle umiliazioni, dalle mille naturali frecciate che la vita ci riserva e di cui Shakespeare scriveva così bene. Il dio tappabuchi di Bonhoeffer, il Got mit uns dell’imbianchino folle, e via delirando, secondo gli infiniti modi in cui l’io vorrebbe vincere, godere, possedere.
Ebbene, il Dio vivo e vero non è questo. Il Dio certificato dalla Bibbia, e dalla nostra esperienza personale, è il Dio dei profeti: respinti, insultati, massacrati; i profeti coraggiosi che pagano un prezzo troppo alto per le tasche del mondo, il quale preferisce le nicchie confortevoli del pensiero corrente, del piccolo cabotaggio di soddisfazioni e piaceri personali.
Se vuoi conoscere davvero il Dio di Osea, di Isaia, di Geremia, devi lasciare a Lui l’iniziativa: e non sarà un incontro da salotto buono o uno scambio di battute brillanti da bacheca frenetica dei social.
Il Dio di Ezechiele, di Baruc, di Michea, è il Dio che toglie ogni certezza materiale, ruoli, titoli, prestigio; e non lo fa per sadismo o per sfoggio di potere, ma perché vuole dimostrarti che le sue vie non sono le tue vie, i suoi pensieri non sono i tuoi pensieri. Vuol farti ammettere che nulla è essenziale di ciò che ritieni indispensabile. E quando ormai non hai nulla da perdere, quando comprendi cosa sia davvero inalienabile, potrà svelarti quello che da sempre sei, e che ora finalmente vedi. Con lo sguardo puro, bruciato dei profeti.
Le mani

Sentirsi amati è la svolta decisiva. Prima, tutto ti feriva, ti accorgevi di ogni minima distanza fra le tue attese e l’altrui comportamento; soffrivi se qualcuno ti ignorava, o ti trattava bruscamente. La vita dipendeva dagli altri, per quella insicurezza che in tanti ci portiamo dentro dall’infanzia, perché le vicende della vita – dalla distrazione fino alla stanchezza – ti privano della quota d’amore su cui facevi conto. Da allora diventa un rincorrere, un cercare affetto e approvazione, uno studiare gli occhi, le parole, un soppesare il tempo, i modi, l’attenzione che gli altri ti riservano.
L’infelicità, lo capisci più tardi, è cercare all’esterno, mendicare dal mondo una stretta di mano, un cenno di consenso. Il desiderio è rivolto oltre le mura, come accade al volontario della legione straniera che scruta la distesa del deserto, sperando e temendo l’apparire di un’ombra, di un suono, di un odore.
Siamo sentinelle fragili, infelici, testimoni di una solitudine fatale, sospesi alle lancette di un tempo che non passa, o va troppo veloce.
Finché un giorno senti la sua mano, il calore che ti avvolge la testa, una pienezza mai sperimentata, come se emergesse qualcosa d’ignoto eppure tuo, l’immagine intravista da bambino, quando ancora il mondo non aveva indossato la sua maschera.
Ora che il sangue ricomincia a scorrere, che tutto acquista le sue vere proporzioni, hai ricostruito le fasi dell’evento, hai ammirato le sue mani tese, udito la sua voce che gridava: Lazzaro, vieni fuori! Sei uscito dalla tomba dei bisogni insoddisfatti, delle attese sbagliate, ti sei sentito libero, salvato: usando una parola difficile, risorto. Non ti serve più niente, non chiedi più a nessuno, cerchi sempre e soltanto quelle mani che ti hanno accarezzato, riportandoti all’essere. Ti sei sentito amato.
