
Davanti a me ho un quadretto con Gesù Bambino e san Giuseppe, che lo sorregge con la mano destra. È una posa plastica, perché Gesù è seduto sul braccio piegato, e la mano del padre putativo lo afferra saldamente per la pancia. Nell’altra mano ha un giglio, simbolo della purezza. L’uomo ha un’aria seria, raccolta, come fosse pienamente consapevole del valore del fardello. Fin qui niente di strano.
L’aspetto curioso si concentra su Gesù: ha un pigiamino bianco punteggiato di stelline scure, come i maghi di un tempo, e una faccia da scugnizzo che sembra voler scappare dalle braccia del padre, per lanciarsi incontro a chi lo guarda. La particolarità sta qui: è un Gesù che non può fare a meno di un collo a cui gettarsi, come quando i bambini piangono per essere presi in braccio da qualcuno che arriva all’improvviso.
Questa foto m’interroga ogni volta: come fa, Giuseppe, a sopportare un figlio che gli sfugge sempre? Gli basterà il giglio che gli resta in mano? La purezza, forse, consiste nella rinuncia a possedere, nel gesto di lasciar andare, nel soffrire un abbandono compensato dal bene dell’altro, di cui il santo è unicamente preoccupato?
Ma c’è un’altra domanda che si affaccia: a che servirebbero lo slancio di Gesù, il sacrificio di Giuseppe, la dinamica vivace dell’immagine, se di fronte non ci fosse qualcuno pronto ad accogliere l’offerta?
La conclusione è questa: guai a pensare la fede, in primo luogo, come un insieme di riti o di concetti; essa è innanzitutto lo slancio di un bambino che ti si getta in braccio, per trasformarti in persona viva e palpitante, da statua che eri. E questa è la sua sorprendente, intramontabile magia.
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Cuori e monti

Era un professore come tanti. No, era diverso. Lo ricordo già un po’ anziano, con gli occhiali dalle lenti spesse, chino su un registro o sulla pagina di un libro. Era anche poeta. Ricordo questo verso: Monti d’Abruzzo, datemi il vostro cuore di pietra!
L’appello di un uomo sensibile, anche troppo, se invocava un cuore duro come un monte.
Insegnava lettere. Con lui, gli autori erano persone vive con cui entrare in relazione. Il testo base era il Petronio, di matrice marxista: metteva sempre in evidenza le strutture, come se la vita non fosse che un’accumulo di strati, uno sull’altro, come rocce calcaree, come i monti d’Abruzzo con cui lui parlava. Lo scrivere ha a che fare con l’industria o con l’agricoltura?
Solo più tardi capii che in questo c’è del vero, e cioè che l’universo è qualcosa in cui tutto è collegato, e se adesso digito parole sulla tastiera dell’iPad, ciò produce conseguenze incalcolabili, a me del tutto ignote.
Il professor Todini mi ha trasmesso l’amore per la letteratura. Non so come facesse a tenerci buoni e attenti nello stesso tempo. Forse ero io che nutrivo un interesse sviscerato per la sua materia. No, era lui, che svolgeva il lavoro con passione, dopo tanti anni, col suo cuore sensibile, che avrebbe scambiato volentieri con un monte d’Abruzzo.
Ci sono persone che ti segnano per sempre. Quando penso al Todini, al Petronio comunista, all’aula che in quell’ora sembrava diventare sacra, piena di strutture che evocavano altro, un universo in cui ogni cosa è in rapporto col resto, e se scrivi qualcosa non resta senza effetto; quando penso al professore, dicevo, vorrei offrirgli un grazie tardivo, che comunque arriverà, per un altro, imprevedibile miracolo del cuore che rimane cuore e non diventa monte.
La preghiera-salmone

Bisogna ammetterlo: nel confessionale, a volte, la gente arriva triste. I Padri orientali aggiungevano ai sette peccati capitali un ottavo pensiero cattivo: sì, proprio quello, la tristezza. Però distinguevano fra una tristezza buona e una cattiva. Quest’ultima è prodotta dal peccato, la prima nasce con il pentimento, le lacrime sante che sgorgano da un cuore contrito.
Gira che ti rigira, quindi, diverse persone si confessano gravate da una pesantezza profonda, un pessimismo storico, se non proprio cosmico, legato al fatto che uno cade e ricade, e a forza di cadere, si ritrova a terra in tutti i sensi.
In questi casi, io dico che le cose si capiscono meglio dalla fine.
Andremo in paradiso, no? Facce un po’ incerte: speriamo, padre. Bene, andremo in paradiso; lì scopriremo finalmente la bellezza e la bontà di Dio, di gran lunga maggiori di quanto avremmo immaginato con la nostra mediocre fantasia. Cosa faremo, allora? Altro sguardo perplesso. Soltanto una cosa, che fluirà spontanea, naturale: loderemo.
Gesù ha dichiarato che chi crede in Lui, ha la vita eterna. Si, ha detto proprio “ha”, e non “avrà”. Quindi un assaggio, un antipasto, almeno uno snack di paradiso ce l’abbiamo qui. Basta lodare. Sguardi ancora più perplessi, come a dire: mah, non mi viene, sarebbe una mezza forzatura…
La lode è una preghiera-salmone, dico io, risale la corrente. All’inizio sembra strana, inutile, ridicola, poi ti accorgi che continua da sola, senza sforzo. Perché? Perché è la nostra identità. Se la lasciamo fare, siamo già in paradiso, anche in mezzo all’inferno che per tanti è l’esistenza. La tristezza, allora, non è più che un ricordo sbiadito, un peccato rimesso, dall’eternità.
Immagine e somiglianza

Ieri è venuta a confessarsi una ragazza che ha tentato per due volte il suicidio. Era scossa, i nervi fremevano ancora per l’uscita dall’ennesimo gorgo. Non aveva nessuno con cui confidarsi: la madre, la sorella e la zia non volevano vederla. Di fronte a situazioni come queste, c’è un momento di panico: il tempo è sospeso, lo spazio si restringe, fino a prendere la forma di un imbuto. I sentimenti all’ingrosso sono inutili, perché non passano nel tubo troppo stretto. Occorre qualcosa di leggero, di liquido, magari: una lacrima, forse, è l’ideale. Piangete con chi piange, raccomanda san Paolo. È la scuola elementare dell’ascolto, da includere nell’istruzione obbligatoria. Ma in questo, spesso, restiamo analfabeti.
La ragazza mi guardava, attendendo un’assoluzione o una condanna. O forse no: desiderava, di certo inconsciamente, che le dicessi l’unica parola capace di distoglierla per sempre dal suo triste proposito.
Davanti a me, nascosta, c’era l’immagine di Cristo: la tengo sempre lì, cercando in quegli occhi le soluzioni sconosciute all’uomo, essere diviso fra la terra e il cielo, e per questo esposto a dubbi laceranti. Anche il confessore è in bilico fra il consiglio umano e lo scatto verso l’alto, o l’Altro, che è lo stesso.
Cristo, dunque, era lì, davanti a me. Pregando, ho compreso che non mi chiedeva di pronunciare frasi, ma di compiere un gesto: dare quel Volto a lei, per metterle di fronte la sua vera immagine, la somiglianza con chi non toglie la vita, ma la dà. Confidati con Lui, le ho suggerito. Lei mi ha sorriso, mi ha regalato un “grazie” di sorpresa, ed è uscita incontro al suo futuro.
Desiderata
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da qui
Ci sono cose che avremmo voluto fare noi. A me capita con la poesia.
Vorrei aver scritto io “Prima che bruci Parigi”, di Nazim Hikmet. Lo sento come un brano magico, mentre a molti è del tutto indifferente. Ricordo di averlo proposto in video – con la splendida lettura del mio amico Luigi Maria Corsanico – ad alcuni conoscenti cui è risultato ostico, noioso. Grazie a Dio, c’è gente cui è sfuggita una lacrima, di fronte a questa lieve profezia dei nostri tempi.
Poi c’è “Questo è il prologo”, di Lorca: il più grande, non tanto per lo spessore culturale, né per la visione dell’arte o della vita, ma perché ogni parola che gli usciva dalla penna era un relitto d’altri mondi, che ognuno vorrebbe visitare, per un giorno.
Come ignorare, poi, l'”Annunciazione” di Rainer Maria Rilke, dove l’arcangelo Gabriele ci sembra di conoscerlo da sempre, fallibile anche lui, al punto da scordare il contenuto della sua missione?
Vorrei aver scritto anche “Questo amore”, che alcuni considerano più adatta alla nota carta da cioccolatini. Per me è irresistibile: del resto, si sa che la realtà fa risorgere in ognuno qualcosa di ineffabile, in cui non possiamo non specchiarci.
L”Ode alla notte”, di Pessoa, vorrei averla data alla luce in un’ora di tristezza, in cui tutti i suoi superlativi avessero il potere di strapparci al pozzo nero in cui a volte rischiamo di cadere.
E infine, “Dall’immagine tesa”, omaggio doveroso a Rebora, che ha percorso la mia stessa strada. Neanch’io aspettavo qualcuno; anch’io ho resistito, come lui, a sbocciare non visto, sedotto da un quasi inudibile bisbiglio.
Versetti

Quando compresi quello, cambiò tutto. La vita è fatta di dettagli, che richiedono attenzione. Sappiamo della chiamata ad Abramo, resa sempre con “va’ dove ti mostrerò”, mentre la traduzione più fedele sarebbe “va’ verso te stesso”; oppure dell’ormai celeberrima “qol demama daqqa”, diventata il “mormorio di una brezza leggera”, anziché la “voce di silenzio sottile”. Gli esempi potrebbero estendersi a ogni campo della vita. È importante sapere, per esempio, che un indiano che fa “no” con la testa dice “sì”, o che le corna, per i metallari, non sono un’offesa, ma un segno di riconoscimento.
Per venire al personale, avevo sempre ritenuto che il versetto più importante della Bibbia fosse 1 Giovanni 4,8: “Dio è amore”. Si è detto, fra l’altro, che pur smarrendo l’intero libro sacro, questo passo basterebbe a svelarne l’essenziale. Dio è agàpe: come esprimere meglio il senso di un’esistenza e di un messaggio?
Eppure, il cammino cristiano mi ha convinto che c’è un versetto più determinante, 1 Tessalonicesi 5,17: “pregate incessantemente”. Che Dio sia amore, infatti, può restare un dato esterno, qualcosa che non modifica la vita. È la preghiera che introduce in quella eterna verità, vincendo il male che impedisce di aderirvi e lasciando assaporare il bene del vincolo con Dio. Si capisce perché, a Medjugorie, Maria non faccia altro che ripetere “pregate, pregate, pregate”. Lei sì che se ne intende.
È la conferma di qualcosa in cui ho sempre creduto: i dettagli salvano la vita.
E se

E se. Se Cappuccetto rosso non si fosse attardata nel bosco? Se Biancaneve non avesse avuto una matrigna cattiva? Qualcuno si sarà posto domande come queste. Una storia procede in una certa direzione perché accade un certo tipo di cose. È vero anche per noi. Se non avessi subito quel trauma? Se mi fossi perso quell’incontro?
Possiamo fantasticare sulle conseguenze: sarei stato una persona più cordiale. Avrei studiato biologia marina.
Credo che il Signore se la rida di simili speculazioni. Lui sa che se non avessi preso quella strada, se avessi mancato quell’appuntamento, se tutto, quella volta, fosse andato bene, oggi non sarei seduto a questo tavolo, con un Progetto nel cuore.
Ringraziamo il lupo, che ha mangiato la nonna, sorridiamo alla matrigna e alla sua mela avvelenata: senza di loro, la fiaba non sarebbe finita così bene.
Una foto

Torno a guardare la fotografia: lui sta pregando, è concentrato, come stesse trasmettendo qualcosa di ineffabile, incomprensibile per me, racchiuso a mia volta in un momento mistico improbabile, forse preoccupato di sbagliare, di scordare le parole, di compiere un gesto per un altro. La posta in gioco è immensa: una svolta di quelle da cui non si ritorna, neanche volendo, perché nulla sarà mai come prima, dopo aver controfirmato il documento. Forse penso a quello che mi lascio dietro, o a quello che mi aspetta, nell’istante in cui passato e futuro si combattono in assenza di un esito preciso, perché entrambi lontanissimi, irreali. Ciò che resta è il presente appeso a un filo, come un ponte gettato sopra il nulla, un salto fissato per sempre da una vecchia polaroid.
La vera foto è questa: la mia immagine fermata in un mondo senza nomi, né vie, né segni di riconoscimento. Mi tocca procedere a tentoni, decifrando gli eventi che non sono più catalogabili nelle solite forme, e richiedono uno sguardo rinnovato, capace d’inquadrare sfumature finora sconosciute. Che si possa restare qui per sempre, in un flash privo di qualsiasi relazione con il prima e il poi, nello slancio che ha la forza di un inizio, ma anche la paurosa debolezza di una meta ignota?
Ecco, ha staccato le mani. Lo fisso negli occhi, ancora assorti. Non avevo sognato. L’istante eterno è diventato un’altra volta tempo, spazio del vivere e dell’esserci. Giovanni Paolo II mi ha guardato per un attimo, e per sempre: i suoi occhi sono ancora nei miei, ventun anni dopo, in una foto che non può ingiallire.
Seduzioni

Colpiscono le parole del profeta Geremia: mi hai sedotto, Signore, e mi sono lasciato sedurre. Si potrebbe tradurre anche così: mi hai ingannato, e mi sono lasciato ingannare.
Espressioni come queste innescano reazioni contrastanti.
C’è chi vede la seduzione del Signore come un fatto estetico: la sua bellezza è insuperabile, esalta percepire come un simile amante ci conquisti con lo splendore di un’alba o di un paesaggio di montagna. Ci sentiamo poeti, declamiamo con parole toccanti il corteggiamento irresistibile di un Dio.
Ma, prima o poi, arriva la prova del dolore.
In condizioni di sofferenza acuta, facilmente si recrimina: ma come? Avevi fatto promesse straordinarie e mi hai ridotto a questo? È la storia di Giobbe, la sua protesta blasfema, dopo avere a lungo pazientato. A chi non è accaduto di avvertire nelle viscere una simile tempesta? Ci sentiamo ingannati, come Geremia, e lo gridiamo, rifiutando ogni tipo di obiezione.
Ma la reazione più matura, come spesso avviene, è un’altra.
Provati dalla vita, dalla buona battaglia della fede, esausti per gli scontri logoranti tra il bene e il male, feriti gravemente nell’anima, speriamo ardentemente che la seduzione del Signore sia più potente di quella del demonio. È questo il duello decisivo. La vittoria è una resa; il momento in cui diciamo allo Spirito Santo che dimora in noi: seducimi, ingannami, vinci dentro di me, con ogni mezzo, mi basta che Tu vinca. Non desidero altro, nella vita.
Un sorriso

Non me lo sarei aspettato, ma sorrise.
Era un tipo nevrotico, chiuso in se stesso, prigioniero dei pensieri negativi. Le labbra pendevano in giù, dando alla testa calva un’aria da luna malinconica, appesa a un cielo in cui tutto sembrava tramontare.
E invece sorrise. Lo sorpresi, all’inizio della confessione, dicendogli che lo trovavo bene, cambiato, più sereno. Fu allora che accadde il miracolo, come qualcosa di ordinario.
L’uomo stenta a comprendere il suo funzionamento.
In genere, si fissa su una parte di sé, trascurando il resto, e lascia che l’incompletezza faccia il suo decorso, alienandolo da sé. Si ostina a concentrarsi su una certa facoltà, la spreme fino in fondo, dando vita a un equilibrio traballante. Le energie si inceppano, si bloccano, vivere diventa un’impresa disperata.
Un giorno, però, scopre la presenza dello Spirito, sepolto in lui da sempre, inquilino paziente che non ha mai cercato di imporsi con la forza. Quando lo lascia agire, si accorge che tende a permeare ogni atomo del corpo, ogni aspetto della psiche, ogni manifestazione del suo spirito.
È allora che gli chiede di prendere possesso di sé, di avvolgere la sua persona e trasparire all’esterno come Luce.
A quel punto, tutto può accadere. Perfino che sorrida chi non l’aveva mai fatto in vita sua.
Fuoco

Se fossi fuoco, arderei il mondo, scrive Cecco Angiolieri. Gesù dice lo stesso: sono venuto a portare il fuoco, e come vorrei che fosse già acceso. Le parole convergono, ma le intenzioni sono opposte.
Il predicatore dipinge le fiamme dell’inferno e san Giovanni della Croce la fiamma viva d’amore.
Tutti, in un modo o nell’altro, siamo attratti dal fuoco. Una canzone napoletana si sofferma, con immagini struggenti, su una farfalla attirata dalla lampada, da cui rischia ogni volta di essere bruciata, come il poeta dal suo amore.
La vita è un’arma a doppio taglio: è un bisturi che salva o una lama che uccide.
Il fuoco, dunque, si divide equamente tra inferno e paradiso. A decidere, credo, è una domanda presente nel Diario di un curato di campagna, di George Bernanos: come potrei essere felice se il mio migliore amico soffrisse nell’inferno? Risposta: chi è realmente amico non finisce all’inferno, perché lì ci sono solo pietre fredde, insensibili.
Aveva ragione Gesù: l’unico fuoco vero è quello dell’amore.
Il mare è il mare

Da bambino è tutta un’altra cosa: vedi il mondo per la prima volta, le sensazioni sono vive, nitide, non contaminate da alcun pregiudizio sociale o culturale. Una montagna è una montagna e il mare è il mare. Soprattutto, non si tratta di frammenti separati, non sono i fine settimana degli adulti, impegnati a cancellare lo stress del lavoro, l’incompatibilità con i colleghi, l’insoddisfazione della vita. In questo modo, la realtà è sempre antagonista, ogni luogo combatte con un altro, prende il sopravvento o ne è sconfitto. Il dolore che avvertiamo ha a che fare con lo sgretolamento degli atti e dei pensieri, con un puzzle esploso che è arduo ricomporre. Siamo ostili con gli altri perché siamo nemici di noi stessi: ogni parte è in guerra con un’altra e non sappiamo nemmeno per quale di esse parteggiare.
Il bambino non funziona così: vede un albero e d’istinto si avvicina, lo accarezza; parla con un fiore, chiama amiche cose che si odiano, come canta Lorca.
Come riattingere questa condizione?
Gregorio Palamas, teologo e mistico del quattordicesimo secolo, ritiene che l’essenza della preghiera sia l’unione dell’essere con il suo Creatore. Ciò avviene “quando le sue azioni vanno oltre le passioni e i pensieri passionali, mediante l’ardente contrizione. Finché la mente è soggetta alle passioni, l’unione con Dio non è possibile”. Aggiunge che il credente, “nella misura in cui rifiuta i pensieri passionali, acquista la contrizione. In proporzione alla contrizione riceve il conforto misericordioso e, permanendo con umiltà in questi sentimenti, riuscirà a trasformare la parte concupiscibile dell’anima”.
Dunque, per tornare bambini, basta pentirsi dei peccati. In quel momento, la montagna è di nuovo la montagna, e il mare è il mare.
Lettera a Dio

Caro Dio,
ti scrivo per parlarti della rambla di Barcellona, del furgone che è piombato sulla gente provocando quattordici morti e ottanta feriti. Tu lo sapevi che in quel giorno, a quell’ora, sarebbe accaduta questa cosa. Lo sapevi perché sei fuori del tempo, e nell’eternità tutto è presente, nulla può sfuggire al tuo sguardo luminoso, che rendevano con l’immagine di un occhio all’interno di un triangolo.
Non so perché hai permesso che accadesse questa cosa, che un uomo morisse davanti alla compagna e ai suoi bambini, che altre tredici persone volassero sull’ultima giostra della loro vita.
Nella mia meschinità, mi verrebbe da chiederti perché quel furgone non si sia schiantato poco prima, senza far danni, o perché un ictus mortale non abbia inchiodato il terrorista, prima di compiere la strage.
Siamo senza parole. Anzi, come vedi, le parole ci sono, ma assomigliano alla polvere alzata dal pulmino, ricadono per strada, mescolate col sangue dei turisti, della gente che senza una precisa ragione si trovava là, all’appuntamento con la morte.
Se lascio ancora libere queste parole di polvere e sangue è perché credo che darai loro un senso.
Sono convinto che tu non fossi nel mezzo assassino, occupato in quel momento da un demonio, ma che vegliassi nel cuore di Bruno Gulotta e dei poveri cristi che passeggiavano più o meno felici nella rambla, il 17 di agosto alle ore 17. Ti sei identificato, infatti, nei poveri, nei sofferenti, negli stranieri, nei malati.
E sono certo che di tanto dolore qualcuno dovrà render conto. Così come della fine di Niccolò Ciatti, ucciso in discoteca di fronte a centinaia di spettatori con lo smartphone in mano.
Allora, in quel giorno, tra la folla immensa del giudizio, qualcuno chiederà, anche a nome degli altri: perché abbiamo permesso che accadesse questo?
E finalmente avremo la risposta.
Una domanda

La mia stanza è piena di sorprese. Stando seduto al tavolo, se mi volto leggermente a destra, vedo un bicchiere bianco e verde colmo di rosari e altri oggetti religiosi. Sul lato visibile c’è una scritta che non ammette repliche: “He will send his angels to watch over you”. So di avere l’angelo custode, e spesso invoco San Michele, quindi capisco perché la tazza – o il boccale, fate voi – ha resistito all’ultimo trasloco.
Dirigendo lo sguardo a sinistra, vedo un’icona che un’ex parrocchiana ha voluto lasciarmi prima di morire. Rappresenta i misteri di Cristo. Lei faceva i turni in segreteria e ci sosteneva con i tornei di carte. Immagino che dall’aldilà mi passi ogni tanto la carta giusta per battere il demonio. Del resto era un’abile giocatrice di bridge, che significa ponte.
In basso a destra, c’è una confezione di Baygon per formiche e scarafaggi. È un’arma letale, che mi suscita sensi di colpa per piccole stragi, forse inevitabili. Giorni fa, in visita a Rebibbia, discutevo con un agente di custodia sugli animali inutili e nocivi. Lui voleva convincermi che le zanzare non servono e fanno solo danni; io ribattevo che sono la cena per i pipistrelli, la cui utilità è eliminare le zanzare. Un cortocircuito da vertigini, che non mi impedisce di ricorrere al Baygon e colpire crudelmente, con un retrogusto di lacrime di coccodrillo.
Sempre a destra, ma un poco più in alto, c’è un immagine di don Tonino Bello. È appoggiato a una pila di album con foto di don Mario, quasi a indicare le fondamenta più adatte per la vita.
La foto di mio padre, invece, si regge grazie alla discografia completa di De André: l’autorità e la ribellione vanno spesso a braccetto, come facce di una stessa medaglia.
Davanti a me c’è Lui, l’unico Oggetto che non guardo, ma da cui sono guardato: non sono io che mi chiedo da dove provenga o perché l’abbia messo proprio lì. È Lui che mi sussurra: dove sei? Ed è grazie a questa sua domanda che ogni volta mi ritrovo.
Stanze

I gusti sono un mistero senza fine. Quando sento che dalla macchina accanto proviene un ritmo assordante e sempre uguale, fatico a dargli il nome di musica. Eppure quel giovane è visibilmente soddisfatto, a volte quasi in estasi. Lo stesso ragionamento vale per le altre arti. Nel blog in cui scrivo da dieci anni, la poesia più letta – oggi si dice “più cliccata” – è Valentino. E dire che c’è il fior fiore della produzione poetica mondiale.
Non parliamo dell’architettura. Certe chiese moderne sembrano scatolette da supermercato: per coerenza, il sistema di apertura della porta dovrebbe essere la chiavetta della carne Simmenthal.
Dopo aver fatto una visita agli Uffizi, è difficile sopportare la vista di sculture moderne che ingombrano strade e piazze di città. Sembra che la bruttezza sia diventata un ingrediente indispensabile per dimostrare il genio dell’artista. O sono brutte per me?
Mi chiedo come sia possibile far collimare i gusti della gente. Prima ci si riusciva meglio: il centro storico delle città italiane mette tutti d’accordo. Si può discutere se sia più bella Santa Maria del Fiore o la Piazza dei Miracoli, ma viaggiamo a livelli oggi ineguagliabili. È un’idea mia?
Una cosa è certa: tra la nona sinfonia di Mahler e l’heavy metal c’è un abisso incolmabile. O sono io a vederla in questo modo?
La conclusione logica è che ognuno di noi si chieda, in completa autonomia: cos’è bello per me? E che ascoltiamo musica in stanze differenti.
Un film

La nostra vita è un film, dicevo. Come al cinema, all’inizio non si capisce nulla: chi sarà quel personaggio? Che vorrà fare? E perché il regista ha messo in risalto quella scena, quel dettaglio? È nota la legge narrativa per cui, se appare un fucile, prima o poi dovrà sparare. Troppi fucili hanno sparato, nelle nostre vite, tante ferite inferte e ricevute, al punto che neanche ricordiamo soggetti e oggetti dei drammi quotidiani.
Solo un po’ alla volta il racconto prende forma, si delineano le caratteristiche di persone e ambienti, iniziamo a capire quali siano le nostre paure e i nostri desideri. Estremizziamo le scelte, commettiamo errori proprio perché l’io si rafforza sempre più, diventa esigente, prepotente, anche se all’esterno è conciliante e affabile. Dobbiamo raggiungere l’apice di questa autoaffermazione per capire che la strada non è quella: Dio non era nel vento, non era nel terremoto, non era nel fuoco, come la storia di Elia ci ha dimostrato.
La nostra sicurezza si incrina, l’immagine che ci siamo creati comincia a vacillare, si affacciano dubbi sull’idolo che abbiamo venerato. La sofferenza ci logora, perché è duro riconoscere di aver lottato tanto per raccogliere un pugno di mosche: Baal Zebub, il signore delle mosche, il principe dell’io ci aveva sedotto con le sue false bellezze, di cui solo a metà film, o anche dopo, anche quasi all’ultimo, riconosciamo la fatale inconsistenza.
Alle acque travolgenti della Babilonia di ogni tempo succedono le acque tranquille di Siloe: comprendi per miracolo che era tutt’altro quello che volevi, e adesso te lo tieni stretto, t’innamori della scena povera di una stanza col soffitto di legno, col tavolo tarlato, col balcone che dà, finalmente, su uno splendido finale.
Sorprese

Il ladro è sempre mal visto, giustamente. Il mio e il tuo sono categorie intoccabili, anche se, cristianamente, tendono a diventare il nostro, come abbiamo notato per il pane della preghiera insegnata da Gesù. Ma fino ad allora non ci sono santi: la roba degli altri non si tocca.
Il ladro destabilizza il quadro, s’infila in territorio straniero, anche se lo straniero, per la Bibbia, è una specie protetta, particolarmente nel Vangelo, dove diventa un fattore decisivo del giudizio universale: ero straniero, e mi avete ospitato.
Nonostante tutto, il ladro continua a disturbare, a incarnare l’incubo delle notti di chi ha qualcosa da difendere. Certo, anche in questo caso la fede cristiana entra a gamba tesa, ricordando, per esempio, che chi vorrà salvare la propria vita la perderà, e che sopportare le persone moleste è un’opera di misericordia spirituale.
Detto questo, il ladro rimane un peccatore pubblico, un soggetto cui rivolgersi con l’indice puntato, destinato a incappare in qualche epiteto volgare, tipo “figlio di…”. Ma anche qui è impossibile ignorare la perentoria affermazione di Gesù: i pubblicani e le prostitute vi precederanno nel regno dei cieli.
Alla fine, dopo tanto concorrere di prove, mi rendo conto che non è così bislacco che io, il buon ladrone, sia entrato per primo in paradiso. Qualcuno sostiene che non fossi un ladro, bensì uno zelota, un terrorista: quisquilie. Chi si pente può pentirsi di qualunque cosa. Persino di non aver creduto all’amore di Gesù, che è il peccato più grande, quello che gli fa più male, perché Lui non vive d’altro. Infatti non vedeva l’ora di dirmi che la sera stessa sarei andato in paradiso, senza fare neanche un po’ di purgatorio. Lassù, poi, avrei cambiato comunque mestiere, perché in cielo, si sa, la tignola non consuma, e i ladri non scassinano e non rubano. Hanno altro a cui pensare.
Palle di neve

Cominciarono a lanciarsi bombe. Sì, come si tirano palle di neve, poco importa se ridendo o digrignando i denti. Era un mondo in balia d’un manipolo di matti, senza rispetto per nulla e per nessuno. Non è sempre così? qualcuno obietterà.
Non saprei. Ma allora c’era un apice, come se il gran circo dei demoni si fosse dato appuntamento in quel secolo, in quell’anno. La gente non capiva: leggeva le notizie e tornava a dissolversi nei social.
La storia correva verso un esito scontato, che pochi intravedevano: qualcosa che avrebbe cambiato i connotati al mondo; poi tutto sarebbe ripartito con un tono diverso, da un silenzio sconosciuto.
Venivano in mente le parole che la Bibbia dedicava a Elia, al suo incontro con Dio: da quella voce sottile sarebbe scaturita un’era nuova, in cui l’umanità avrebbe smesso di dichiararsi guerra.
Si equivoca sempre sulla parola “pace”: sulla bocca di Cristo significa benessere integrale, e ogni persona ha un punto esatto in cui sperimentarla. La si scopre per caso, in un posto di collina, per esempio, da un balcone in cui ti affacci e vedi uccelli che sfrecciano, ruscelli che scorrono, alberi che oscillano al passare di una brezza leggera: anzi no, di una qol demama daqqa, la voce di silenzio sottile che ci salvò dalle bombe, dai matti e dalle palle di neve color sangue.
Caro amico ti scrivo

Pensavo al tempo in cui è stata inventata la scrittura. Come hanno fatto, prima? È immaginabile un mondo senza segni di comunicazione con cui rivolgerti a vicini e lontani? Tutto diventa angusto, claustrofobico; t’intrattieni con la persona che hai davanti, condividete qualcosa, cercando di memorizzare il più possibile: anche se il tema è coinvolgente, non puoi prendere appunti, archiviare dati che prima o poi potrebbero servirti. Il cervello ritiene, a livello cosciente, solo una certa quantità di materiale; il resto sprofonda nell’inconscio, e farlo riapparire è un terno al lotto.
Senza scrittura, si perde un’infinità di sfumature: un racconto orale punta al nocciolo della questione, si focalizza sul senso principale, facilita il lavoro dei neuroni, che immagazzinano l’insegnamento, la testimonianza, la morale. La scrittura, invece, indugia nei dettagli, evidenzia chiaroscuri, trovando così strade impreviste, significati insospettati, ai quali, all’inizio, non avresti mai pensato.
Lo scrittore non decide in anticipo come riempire la sua pagina; il suo compito non è trascrivere, ma lasciarsi portare da qualcosa che affiora da dentro, dall’inconscio, in cui tutto il non scritto, il mai annotato, cresce e si moltiplica in miti, simboli, immagini archetipiche. Il primo a sorprendersi di ciò che ne è uscito è proprio lui.
Dovremmo essere grati a chi ha inventato la scrittura: ha fatto un ulteriore passo verso l’immagine e somiglianza al Dio creatore, sempre identico a sé stesso e sempre nuovo. Senza scrittura, ripeteremmo le stesse parole, ci affanneremmo con gli stessi gesti, rivolteremmo nella mente gli identici pensieri.
L’abbiamo scampata bella, grazie a Qualcuno che non ha scritto nulla, se non qualcosa, in terra. E nessuno ha mai saputo cosa.
Letture

La Bibbia è un libro strano. Ti perdi facilmente nei meandri delle storie, come fosse un bosco di cui non conosci la densità e l’ampiezza, e l’unica bussola resta un sentiero che a volte è nitido come una strada di campagna, altre è quasi nascosto dai rami, dalle foglie, per cui sei tentato di uscirne, di tornare indietro.
Ti viene da pensare che tu l’avresti scritto con un taglio diverso: ti saresti affrettato, per esempio, a eliminare le parti sulle norme pedanti della Legge, o quelle in cui è descritta la costruzione del tempio, con la minuzia di particolari che ti strizza pensieri e sentimenti scatenando, ancora una volta, un desiderio di fuggire.
Ma poi ti dici no, cosa ti salta in mente, questo è un libro ispirato, non puoi mica pensare di correggerlo con la matita rossa e blu. Ti ricordi dello scherzo crudele che fecero a una casa editrice a cui proposero “L’uomo senza qualità”, di Robert Musil, cambiando i nomi di qualche personaggio: ricevettero un rifiuto senza appello.
C’è qualcosa che sfugge, nella grandezza vera. Dio si nasconde nelle cose di ogni giorno, incluse la noia, l’indifferenza, quel senso insopprimibile di ribellione che ti afferra in momenti che non avresti immaginato di affrontare.
Anzi, a pensarci, la massima presenza di Dio si rivela nella terra polverosa del Calvario, imbevuta del sangue che colava come il sudore appiccicoso di una calda estate.
Nel grido dell’abbandonato, nel rantolo esausto del morente, la parola di Dio deposita la traccia più profonda, il senso che intravedi al di là dell’ultimo ostacolo da cui vorresti evadere, dell’ultimo nemico, che è la morte.
