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Lettera a Dio


Caro Dio,
ti scrivo per parlarti della rambla di Barcellona, del furgone che è piombato sulla gente provocando quattordici morti e ottanta feriti. Tu lo sapevi che in quel giorno, a quell’ora, sarebbe accaduta questa cosa. Lo sapevi perché sei fuori del tempo, e nell’eternità tutto è presente, nulla può sfuggire al tuo sguardo luminoso, che rendevano con l’immagine di un occhio all’interno di un triangolo.
Non so perché hai permesso che accadesse questa cosa, che un uomo morisse davanti alla compagna e ai suoi bambini, che altre tredici persone volassero sull’ultima giostra della loro vita.
Nella mia meschinità, mi verrebbe da chiederti perché quel furgone non si sia schiantato poco prima, senza far danni, o perché un ictus mortale non abbia inchiodato il terrorista, prima di compiere la strage.
Siamo senza parole. Anzi, come vedi, le parole ci sono, ma assomigliano alla polvere alzata dal pulmino, ricadono per strada, mescolate col sangue dei turisti, della gente che senza una precisa ragione si trovava là, all’appuntamento con la morte.
Se lascio ancora libere queste parole di polvere e sangue è perché credo che darai loro un senso.
Sono convinto che tu non fossi nel mezzo assassino, occupato in quel momento da un demonio, ma che vegliassi nel cuore di Bruno Gulotta e dei poveri cristi che passeggiavano più o meno felici nella rambla, il 17 di agosto alle ore 17. Ti sei identificato, infatti, nei poveri, nei sofferenti, negli stranieri, nei malati.
E sono certo che di tanto dolore qualcuno dovrà render conto. Così come della fine di Niccolò Ciatti, ucciso in discoteca di fronte a centinaia di spettatori con lo smartphone in mano.
Allora, in quel giorno, tra la folla immensa del giudizio, qualcuno chiederà, anche a nome degli altri: perché abbiamo permesso che accadesse questo?
E finalmente avremo la risposta.

Diario di Barcellona III, di Andrea Sartori

«Io è un altro».

Gli vennero in mente queste parole di Rimbaud, quando si guardò nella specchiera ottocentesca del Grand Cafè Restaurante della vecchia Calle Ferran.

Volgendo poi lo sguardo alla strada, gli parve di vedere ancora se stesso: nella senzatetto che si arrotolava le mutande in vita dopo aver pisciato in un angolo già irrigato da un cane, nelle grida disarticolate di due tedeschi ubriachi, nel sorriso ammiccante di un omosessuale che tentava di sedurlo a distanza.

Avrebbe dovuto essere «un altro» più spesso.

Come la sera prima, ad esempio, quando, mentre rimestava il fondo di un mojito accucciato su di uno sgabello di Malpaso, entrarono nel locale, ridendo senza ritegno, sette ragazze olandesi, in città per le sfilate di Passarel-la. I giovani spagnoli che erano con lui si erano ridestai ad una nuova vita, sperando improvvisamente in un diverso destino per la loro notte. Allora, però, egli non seppe sfilarsi dal viso la pellicola trasparente che lo separava da se stesso. Doveva rientrare nel suo piso, e mettersi a lavorare alla scrivania, senza troppo alcool in corpo, e senza l’enfasi della carne a disturbarlo. Continua a leggere

Diario di Barcellona II, di Andrea Sartori

Il mattino trascina con sé brani della notte. Dalla notte, a dire il vero, la città non esce mai.

Un lieve stato sonnambulico ti accompagna anche quando scendi a fare la spesa al piccolo supermercato sotto casa, gestito da un cingalese che ormai, quando ti vede, ti saluta con un identico bofonchio: «Buenos dia, italiano». Continua a leggere

Diario di Barcellona I, di Andrea Sartori

Ho attraversato la città con il mio corpo. O forse ho attraversato il corpo della città?

Chiazze, grumi, masse fibrose, sfilacci, muscoli: quasi inciampavo in parti di corpi. Staccate dal tronco, acefale, analfabete. Frange tagliate, brandelli amputati, gettati intorno a me, proprio sotto il mio sguardo, come a dire che erano lì non a caso, ma per richiamare la mia attenzione, e ad esigerne gli occhi, le retine, e con esse il cavo auricolare, il tatto, i seni nasali. Continua a leggere