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La parola ai poeti. Angelo Airò Farulla

Forse mi sbaglierò, ma avendo ormai perduto lo scranno dell’arte letteraria per eccellenza, credo che si riaprirebbe oggi, per la poesia, la possibilità della famigerata “torre d’avorio”, ovvero l’occasione di sottrarsi alle smanie di condivisione con un qualsivoglia lettore, per farsi pura pratica conoscitiva individuale, ascesi tutta rivolta verso i più estremi lidi. 
Il nostro pubblico è Dio, ho già scritto altrove, per sottolineare l’irresistibile tendenza che mi conduce verso il mio stesso naufragio letterario.
La torre d’avorio è sempre anche cella di spleen, in effetti.
Perché, nonostante tutto, non ci è dato balzare fuori dal tempo e raggiungere l’assoluto con un paio di versi, anche se all’origine della scrittura vi è, certamente, come un’inespressa preghiera: vincere la morte.
Ma tutto il percorso si gioca pur sempre nel tempo mortale; per quanto mi riguarda, nell’approfondimento eretico di una certa frase di San Paolo che recita: ora vediamo come in uno specchio offuscato, ma allora vedremo direttamente.
Il richiamo dell’assoluto mi porta ad amare il relativo.
A un dato livello si tratta infatti, per me, di non rinunciare all’abbagliante mondo dei segni e delle figure, e di disobbedire quindi a quella “somma sapienza” che vorrebbe liquidare la realtà della vita come vana illusione; al contrario, senza speranza né timore, affermare la potenza irrefragabile delle apparenze, il loro influsso costante, la necessità della loro esistenza così come l’indelebile segno lasciato nel tutto dal tutto, e sigillare quindi la tragica fragilità di creature, cose, eventi e pensieri alla muta indifferenza dell’eterno.
In ogni caso, avendo come prospettiva ultima la saldatura dell’incondizionato col condizionato, o della trascendenza con l’immanenza (ecce crucem), vi è in tutto questo la promessa stessa del fallimento: scrittura quindi essenzialmente asintotica, la mia, tendente a un punto che non potrà mai raggiungere. 
E questo sarebbe forse già sufficiente.
Perché un poeta vuole scrivere ancora e ancora e ancora, pur avendo in mente un unico luogo finale, l’Africa di Rimbaud, laddove più non si scrive.
Per il momento, la scrittura resta un oscuro avvicinamento al nulla eterno, che si rivolge segretamente a quell’unico lettore analfabeta il cui nome resta celato da sempre alle generazioni della Terra.

Angelo Airò Farulla
20 gennaio 2024
(il Sole entra in Acquario)

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