[Foto di Marco Thomas]
Quella che mi è data, e che accolgo nei limiti dei miei labili confini, è poesia religiosa e non può, per sua propria immancabile natura, diventare qualcosa di diverso. Una religiosità espansa, non comandata, mai addomesticata da esigenze razionali e (purtroppo) umanissime.
Quella qualità in simpatia con un Al-Hallaj in Persia, o con un Vivekananda, quando si declina alla Madre. È una capsula di preghiera sciolta in un bicchiere di acido lisergico, ma ubriaca d’un fervore implicito, silenzioso, franco da fanatismo e maldestri tentativi impositivi. Continua a leggere


