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9. Appendice. Fabricii Elementatio Theologica.

Com’era costume al tempo delle prime compilazioni di indagine dottrinaria sugli attori nelle scholae cittadine, il frammento di cronaca sulla vita del borgo di San Pietro e sui cosiddetti Fabriciani è accompagnato da un foglio aggiunto, che pare di redazione anteriore alla trascrizione secentesca del manoscritto. Se ne dà qui la traduzione.

Et hic incipit Fabricii Elementatio Theologica. (con le note del censore)

Fabricius diceva che noi donne e uomini siamo figli di Dio in senso figurato, al modo in cui un autore crea i personaggi del suo romanzo, solo che nemmeno Dio sa perfettamente cosa faranno i suoi figli , così come un autore non sa perfettamente come si svilupperà l’intreccio, se qualche personaggio finirà per fare qualcosa di imprevisto, o la necessità della narrazione condurrà lo stesso autore in terra incognita.
Et hoc, se non è accompagnata da corrette spiegazioni, videtur heretica locutio.
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8. Sequente anno Domini fuit hyemps aspera et orribilis…

E benché molti ormai andassero a cercare Fabricius, quando la sua reputazione si diffuse nella Marca come le rondini in primavera (insieme, bisogna dire, alle maldicenze, che come le male erbe sono impossibili da estirpare), egli non chiedeva i natali a chi gli si avvicinava, né luogo di nascita, né mestiere, né stato. Dopo però alcune cattive esperienze, da lui scherzosamente definite “bidonate” (dal nome che al Nord della Francia danno al vaso che contiene il vino per una compagnia di dieci: e il vino pare sufficiente e non basta mai), pretendeva a chi volesse accompagnarsi a lui di raccontare prima una storia, non importa se di vicenda effettivamente vissuta, o fabbricata lì per lì. Tanto bastava a smascherare coloro che non erano puri di cuore, o nascondevano seconde intenzioni, fini inconfessabili, o volevano appropriarsi delle elemosine per i veri poveri, o soltanto riempirsi la pancia di pane e vino e andarsene via gonfi come galline all’ingrasso. Fabricius capiva il materiale delle storie, da dove esse venivano, e da dove veramente proveniva chi quelle storie portava in giro. Perché le storie possono essere fantasiose e irreali come sogni, ma non per questo essere meno autentiche; mentre anche le storie in apparenza realistiche possono nascere dalla frode e nascondere un raggiro. Soltanto chi sa che la vita è una storia può delle storie vedere le insidie. Ma chi racconta storie autentiche crea narrazioni, insegna agli uomini a pensare a se stessi senza indulgenza o compiacimento, come fanno i bambini. Insegna agli uomini a pensare se stessi. Ecco perché il novelliere, se sincero, è vicino all’arte di Dio, che detta il racconto che nessun uomo da solo sarà mai in grado di scrivere.
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7. Sequente anno Domini fuit hyemps aspera et orribilis…

A questo punto dell’infervorata orazione, due ospiti dello xenodochio si erano fatti vicini al gruppo dei Fabriciani, al cui centro convenientemente Fabricius stava, e si rivelarono fratelli dell’ordine dei Minori, giunti in civitatem Civetiensem il giorno prima senza mostrare apertamente in pubblico il loro stato.

«Sora nostra Morte corporale, da la quale nullu omo vivente po’ skappare! Laudata sia sora nostra Morte corporale, da la quale nullu omo vivente po’ skappare!» proruppero i due all’unisono, urlando e interrompendo il discorso col quale Fabricius inciviliva gli amici. Egli non si era accorto del loro arrivo, e con gli occhi interrogò i poetici spirituali (o spiritali della poetica), dei quali nessuno conosceva i nuovi venuti. Allora egli giunse insieme le punta delle dita della mano destra con un curioso movimento oscillatorio dall’alto in basso e dal basso in alto, e mormorò «Anvedi i fratoni! Ma che stanno a di’ questi? Chi so’? Che vonno?» (gli spirituali tutti dissero con una voce «Boh!»), e si rivolse ai Minori con queste parole: «A fra’! Morte corporale tu sorella!». Presso i Fabriciani infatti la morte era constatata e accettata, nella giusta misura delle cose ineluttabili, ma tenuta per sorella e benvenuta… no, non era proprio il caso. Continua a leggere

6. Sequente anno Domini fuit hyemps aspera et orribilis…

Certo è che non alla diligenza degli uomini, ma alla Provvidenza benefica di Dio si deve attribuire il gran beneficio di conservarci nell’integrità del nostro essere, e immuni dalle pestilenze e da altri flagelli. E invero taluni dei poetici dello spirito (o spiriti poetici) poco si adoperavano per dare segni certi di una sicura destinazione nella patria celeste. Parevano piuttosto presi al diletto e al divertimento più che alla penitenza, a raccontarsi storielle, a scoppi di risa, a passarsi tra loro qualche fiasca di quello buono, a trascorrere le giornate in confronti e tenzoni di versi e novelle. Tale attitudine appariva agli occhi della gente del borgo propria di una brigata gioconda, non di scuola poetica, e fece sì che i poeti spiritistici (o spiriti poetici) incontrassero subito l’appellativo di Fabriciani, come coloro che tenevano su e, da homines fabri, rinforzavano lo spirito di Fabricius. O così i Fabriciani pensavano di sé.

I Fabriciani non erano tenuti per homines litterati. Non erano cercati dal comune cittadino per comporre discorsi di feste e celebrazioni. Raramente ricevevano inviti nelle corti dei signori, presso i de Bragancio, nei castelli in Este, in Baxano, in Aslo, in Cornuta, presso i Conti, ad allietare mense, nascite e sposalizi: Continua a leggere

5. Sequente anno Domini fuit hyemps aspera et orribilis…

Trascorsi alcuni giorni, il presbyter Fabricius diede mandato agli economi dello xenodochio di cercare un magister grammatice per istituire una scuola in San Pietro, perché, diceva, ai poveri non sia tolta l’occasione di migliorarsi. Gli economi cercarono a lungo e e fatica, perché già alcune scuole di grammatica e retorica erano aperte in Cattedrale e presso le case di alcuni maestri, e pareva che nessuno fosse interessato a prestare opera in cambio di un piatto caldo e ospitalità per la notte. Quando gli economi annunciarono accordi con tre artium periti per stabilire la scelta definitiva, Fabricius comunicò che la scelta era oramai stata da lui fatta, e il clericus Iosephus, già magister artium nello studium in Patavia, entrò nello xenodochio. Né costui si limitò a insegnare a coloro che mai prima di allora avevano preso in mano un calamo invece di una zappa, un bastone di corniolo, un martello.
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4. Sequente anno Domini fuit hyemps aspera et orribilis…

In seguito l’autorità di Fabricius venne riconosciuta senza investitura da tutta il popolo del borgo. Più volte veniva chiamato quando si trattava una causa, tanto di carattere civile come ecclesiastico, prima che i magistrati del Comune o il vescovo Manfredo fossero informati. Egli udiva pazientemente allegationes et querelae delle due parti, e terminate le esposizioni dei casi, chiedeva alla folla che assisteva, letterati e illetterati, uomini colti e ignoranti, quid iuris sit, che cosa fosse la cosa giusta. Tuttavia, la sua sentenza non era emanata in base al responso popolare, poiché Fabricius decideva comunque ciò che era per lui la cosa giusta interrogando sempre il suo cuore e la sua intelligenza, e alcuni osservavano che spesso, chiamato a sentenziare, egli poneva una mano dietro la schiena, incrociando in modo curioso l’indice e medio. Spiegava poi al popolo perché, nel caso, la sua sentenza differiva da quella espressa per acclamazione. Continua a leggere

3. Sequente anno Domini fuit hyemps aspera et orribilis…

Ora appunto in quei giorni aveva il venerabile vescovo Manfredo inviato un giovane presbyter per l’ammonimento e la cura delle anime dei conversi di San Pietro. Presto si seppe allora che il nuovo presbyter usciva ogni giorno dallo hospitale e visitava ogni persona del popolo del borgo. Parlava con tutti, senza distinzione di stato, di mestiere, di chiesa, e da tutti era stato preso a benvolere, perché con tutti non usava lo zelo del convertire, né la curiosità del confessore, ma la piacevolezza dell’amico.

Si diceva che Fabricius (questo era il nome con cui tutti chiamavano il presbyter) in un giorno di penuria avesse raccolto tutto le biade delle decime e le avesse divise non già soltanto con i pellegrini assistiti nello xenodochio, ma tra i poveri e gli infermi del borgo. Questo fatto attirò una gran folla intorno allo xenodochio il giorno seguente, e tutti presero a gridare «Giustizia! Giustizia! Biade per tutti!» con molta forza, perché erano tutti ben nutriti e mancavano non di pane nelle case, ma di dignità e decoro nei loro cuori. E non mancarono tra essi praedones et diversi generis malefactores et culpabiles pauperes. Continua a leggere

2. Sequente anno Domini fuit hyemps aspera et orribilis…

Sulla strada già da alcuni anni si era stabilita una congregazione di conversi, forse sotto la regola di San Agostino (ma di questo nessuno era certo), che faceva opere di penitenza e di misericordia verso i pellegrini che venivano a piedi da Levante o sbarcavano dal fiume provenienti da San Marco. Ai conversi era affidato lo xenodochio di San Pietro, che offriva un pane, una zuppa, un letto, una buona parola, a chi aveva bisogno di riposo e cure. La congregazione, confermata nei suoi obblighi dal privilegio del vescovo Manfredo, a cui tutti dovevano obbedienza e fedeltà, animava la vita della pieve, e tuttavia per molto tempo era rimasta senza una guida residente, un presbyter ad essa assegnato.
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1. Sequente anno Domini fuit hyemps aspera et orribilis…

La cronaca anonima Sequente anno Domini

Si dà qui notizia del ritrovamento di una cronaca redatta verosimilmente attorno alla metà del XIII secolo, conservata, purtroppo non integralmente (mancano i primi fogli con l’incipit e la parte conclusiva), in una trascrizione secentesca, nel fondo cartaceo di un archivio privato, che si intende mantenere di difficile accesso. Le indagini iniziate per attestarne l’autenticità, necessario corredo di ogni ricognizione documentale, sono state interrotte a causa della pesantissima riduzione dei finanziamenti dovuti a ricerca e istruzione. Della cronaca, scritta in cattivo latino notarile e manco a dirlo anonima (a giudicare dal linguaggio, l’autore è probabilmente un chierico poco itinerante, di cultura medio-bassa, che ha visto giorni migliori), ho curato una prima traduzione. Trito stratagemma. Guarda te se uno deve buttar via il suo tempo in questo modo…

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Sequente anno Domini [lacuna] fuit hyemps aspera et orribilis, ita quod nivis et frigoris superfluitate insolita mortue sunt vinee, olive, ficus et alie multe arbores fructifere. Eodem anno, pestis secuta est avium, et precipue pullum, caprarum asinarum equorum et multarum utilium bestiarum…


Nel successivo anno del Signore… ci fu un inverno rigido e terribile. tanto che per gelo e straordinaria abbondanza di neve morirono viti, ulivi, fichi, e si schiantarono molti altri alberi da frutto. Nello stesso anno, scoppiò una pestilenza di uccelli, soprattutto di polli, e di molti altri animali sì necessari all’uomo: pecore, asine, cavalli.

Le acque intorno a Vinegia ghiacciarono, e tutta la laguna fu a tal punto indurita che barche e navigli si incastrarono, e chiunque poteva recarsi dalla terraferma fino in San Marco a piedi, o a cavallo, se era cavallo così veloce da fuggire la peste.
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