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Per Venezia

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Sessantamila abitanti, considerando le isole. Quanti saranno fra un decennio? Dieci, azzarda qualcuno. Della favolosa città non resterà più nulla. Centosette centimetri d’acqua, l’altro ieri. Ricordo una cena a Riva degli Schiavoni, dopo che sbagliai concorso e fui costretto a scrivere di un Boccaccio che si trasfigurava, per la rabbia, in un pericoloso terrorista, trasgressore della purezza letteraria. Mi persi nei carrugi come nella mia mente di giovane sommerso dai problemi. L’acqua mi arrivava alla gola, minacciosa, come nelle strade di questa fragile leggenda. Credevo di affondare, ma qualcuno tese una mano,  inaspettatamente. Chissà se il miracolo si ripeterà, se  accadrà lo stesso per Venezia.

Un calzino

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Credo sia il fondo: impossibile scendere più in basso. La politica italiana attratta irresistibilmente da un calzino. Un tempo era diverso. Forse peggio, ma diverso. C’era il tg in bianco e nero, una garanzia di serietà, se non di verità. Oggi la speaker ti fa l’occhiolino mentre il seno scalpita tra un lembo e l’altro della camicia griffata. Dicono che il 2012 sarà l’anno di una rovina immensa, una catastrofe planetaria che cambierà la faccia del pianeta. Previsioni patetiche: il mondo è già cambiato, questo ci resta di cotanta speme: due cosce e un seno rifatti, la spiritualità del silicone. La civiltà millenaria dell’ Europa concentrata in una sintesi mirabile: un calzino turchese. Speriamo che non puzzi.

Un’improvvisa compassione

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Avrei molto da ridire su consacrati tagliati per ben altro, ministri che non trovano il tempo per il minimo impegno pastorale, catechiste pronte a difendere le false vittime di turno. Avrei da scomunicare e denunciare, ma sarebbe vano. La catena del male va arrestata, anche a costo di restare schiacciati da un meccanismo mostruoso d’ingiustizia, arrivando a dubitare di qualsiasi verità. Qualcuno vede. Potrei dire: prende nota, fa pagare lacrima per lacrima, ulcera per ulcera. Ma forse neanche questo è esatto: lo sguardo cui non sfugge nulla è sempre in attesa di una svolta, di un’improvvisa, magari tardiva compassione.

Allora la saluto

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Comunione a un malato gravissimo, costretto a letto, intubato, inabile alla fonazione e a qualunque tipo di comunicazione che non sia un sorriso, una smorfia, una lacrima sfuggita dalla coda dell’occhio. C’è anche la sorella, piccola di statura come lui, maestra elementare ormai in pensione. Si finisce, non so come, a parlare di facebook. Lei non ha voluto mettere la foto. Mi racconta che le hanno chiesto l’amicizia, con un messaggio allegato: Quanti anni hai? Ha risposto, senza alcun problema, di averne compiuti sessantasei da pochi giorni. A quel punto, un nuovo messaggio: Bene, allora la saluto. Sono scoppiato a ridere, ma di un riso amaro. Guardavo il fratello immobile, gli occhi puntati su di noi. In un momento, ho immaginato tutti i malati della terra, i moribondi, i disabili, gli anziani. E accostavo le figure offese dal male o dal tempo alla frase terribile, diabolica: Allora la saluto. Ho pensato: l’inferno è questo. Un andarsene, un volere che non rimanga nulla, per l’eternità.

La pietra nella mano

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Aveva sbagliato, almeno stando a certi documenti. Aveva fatto carriera, senza agganci sospetti, grazie alle sue capacità. Svolgeva il suo dovere fino in fondo, prodigandosi per la causa in cui credeva. Ma ormai l’immagine non era quella giusta, stonava, rompeva l’armonia celeste delle intenzioni pure, delle azioni integerrime. Ora finalmente non c’era più spazio per l’errore, ora la trasparente grazia dell’innocenza ritrovata avrebbe fatto tacere ogni rivolta, ogni residua accusa. Intanto un uomo continuava a scrivere per terra, raccontava la storia di noi puri, gli sguardi fieri e l’immancabile pietra nella mano.

Con la pietra e con la fionda

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E’ l’esercito più tecnologico del mondo. Tutti si riforniscono da loro, per assicurarsi le armi migliori. Schierati davanti a noi, fanno paura. Stranamente immobili, ci squadrano come se dovessero godersi lentamente la vittoria. Uno di loro si fa avanti: è un gigante. “Perché scatenare la battaglia?”, dice. “Scegliamo i più forti tra noi, che si sfidino a duello. Chi vincerà, vincerà per il suo popolo”. Tra le nostre file cade il silenzio. Qualcuno troverà il coraggio di affrontare quel colosso? Non so che mi succede, una forza s’impadronisce del mio spirito, mi spinge a fare un passo avanti: “Vado io”. “Che dici, sei un ragazzo!”. Sento voci intorno, che cercano di dissuadermi con ironia o fermezza. “No, vado io, ormai ho deciso”. Il comandante cerca di infilarmi la sua pesante armatura, ma non riesco a muovermi lì dentro. La spada enorme, poi, è impossibile impugnarla. “Faccio senza”, gli dico. Vado incontro al gigante, con la pietra e con la fionda. In un momento, sento che dipende da me il corso della storia.

Chiedo scusa a vossia

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Lo spettacolo, certo, è sconfortante. Da una parte l’arroganza del potere avvolta nelle vesti morbide del populismo; dall’altra il corporativismo omertoso. Da una parte le veline come simbolo della compravendita; dall’altra i plagi di cui nessuno parla. Disputiamo sull’uomo, prima di disputare su Dio.