Ricollego la poesia a una forza incendiaria, la parola bruciante che rimane in gola, che costringe e necessita d’esser detta. L’atto che la sottende, è simile a una pronuncia scritta– e quindi incisa- un atto che separa l’inesistente o il vacuo da ciò che non mediatamente, assume forma.
Accade che in modo in- perpetuo o intermittente un qualche significato sotterraneo entri con il significante in segreta corrispondenza. Segreta quanto urlante, la creatura onomatopeica, che è ancora mera associazione inespressa, implora di avere corpo, di esistere e farsi manifesta.
Ciò che guida la composizione è forse la linfa che innesta un processo organico, quello per cui un ultrasuono passa ad essere ronzio confuso e poi, per necessità, parola; un’energia liquida che si aggrappa all’accadimento, uno stupore, un dolore, una commozione, o un tempo contemplativo; per straripare. Continua a leggere


