Il mio scrivere poesia non è un’attività continuativa; attraversa periodi di stasi, di lunghe pause e silenzi. Potrei paragonarlo a un campo lasciato a maggese: quando la terra riposa, tutta in sé concentrata, quasi che fosse sigillata, in una sospensione dal tempo, in una chiostra d’inermità. Là, tra le zolle, cova un abbandono, che in parte è morte ma anche un sedimentare di oscure, microscopiche sostanze in attesa di tramutarsi in qualcosa d’insperato. Nella profondità del campo c’è una sorta di fucina, c’è fermentazione, una spinta che porterà forse, a nascite, a fioriture, a rinascite. Dalla mia mente, da questa terra, a tratti dura, selvatica, aggrovigliata, a tratti molle, cedevole, addomesticata, può succedere, soprattutto nei dormiveglia, che fuoriescano fili d’erba, polloni inattesi, attimi d’un improvviso kairòs. Continua a leggere
La parola ai poeti. Grazia Frisina
Lascia una risposta
