La parola ai poeti. Grazia Frisina

Il mio scrivere poesia non è un’attività continuativa; attraversa periodi di stasi, di lunghe pause e silenzi. Potrei paragonarlo a un campo lasciato a maggese: quando la terra riposa, tutta in sé concentrata, quasi che fosse sigillata, in una sospensione dal tempo, in una chiostra d’inermità. Là, tra le zolle, cova un abbandono, che in parte è morte ma anche un sedimentare di oscure, microscopiche sostanze in attesa di tramutarsi in qualcosa d’insperato. Nella profondità del campo c’è una sorta di fucina, c’è fermentazione, una spinta che porterà forse, a nascite, a fioriture, a rinascite. Dalla mia mente, da questa terra, a tratti dura, selvatica, aggrovigliata, a tratti molle, cedevole, addomesticata, può succedere, soprattutto nei dormiveglia, che fuoriescano fili d’erba, polloni inattesi, attimi d’un improvviso kairòs.

Quasi un evento di grazia unico, seducente e provvido, al quale è difficile resistere, che si vorrebbe cogliere nella sua pienezza.

Ma nel cogliere quel lampo irrepetibile, non metto fretta: piano cerco di scendere nel ventre da cui è nato, entrare nel buio, come Orfeo, nell’ignoto sotterraneo dove affondano le radici del mio vissuto. Nel mistero di un mondo interiore di cui la mia ragione di sicuro non riesce a dare conto e che può suscitarmi irresolubili interrogativi, angoscia o meraviglia.

Un’esperienza di smarrimento e stupore che tuttavia non riguarda soltanto ciò che nell’intimo mi accade, ma anche ciò che mi giunge dal mondo, dalla realtà, dalla natura che mi circonda e dalle vite con cui mi metto in relazione.

Leggere una pagina di Anna Maria Ortese, L’invetriata di Dino Campana; restare muti dinanzi a un quadro del Pontormo o di Vermeer, ascoltare il Gloria di Vivaldi, una canzone di Battiato o un pianto nella notte; osservare una cicatrice su un muro, il dondolio di una foglia di tiglio sul punto di cadere; consegnarsi alla mano che si tende per un gradino troppo alto: significa percepire in me sonorità emotive che a quelle sensazioni, in modo inesplicabile, si annodano; e ancora, significa sfiorare un’altra dimensione, connettere il filo della mia quotidiana esistenza all’infinitezza e all’indicibile.

Ecco, di quella materia magmatica, mutevole, inafferrabile, illusoria, fatta di visioni, ricordi, volti, luoghi, dolori, speranze, passati e presenti, che a tratti fuoriesce e trabocca, tento, affinché non si dissolva nel nulla, di carpirne, non l’impossibile totalità, ma un lapillo, un frammento, per dargli una sorta di fermo-immagine, una pennellata, un tratteggio di colore, un alfabeto che in qualche modo ne definisca l’essenza.

Così inizia la scrittura poetica, che non è mai improvvisazione ma ricerca, “coltura” paziente, attenta, silenziosa, lenta di parole, versi, immagini e ritmo.

Cura di quell’abbozzato germoglio, nel tentativo di farlo crescere in una forma che sia autentica espressione di sé e, al tempo stesso, possibilità di comunicazione, di reciprocità con gli altri.

Inediti

1.

È richiamo per me la pioggia
intessuta nel biancospino
richiamo è il becco del fanello
seminatore di laude al vento

Vita a spaglio da assorbire a ogni curva

Stasera
spingo la lotta e la tenebra
fuori dal corpo mi fa d’approdo
sul tavolo la candela

Stasera
nel mezzo del foglio le parole
hanno perso l’abito da festa
soltanto la destra sa disegnare

un cantico di grazie
al dio prodigo
indifesa fiammella

2.

delle cose

di certe cose rotte e scordate
la stupefazione mi colse
di esse l’opaca presenza
negli scantinati

la postura inerme
come di vecchie mani
deposte le armi

senza necessità né pronuncia
di esse un istante l’inopinato
lucore d’una semplicità
che mai seppi esprimere

arte della rarefazione
che non rinuncia alla luce

3.

Prima di me
quanti travestimenti!
Chi sa quanti nelle caverne
spezzarono le proprie ossa contro altre ossa
smerigliandomi a loro insaputa
il volto fin dalla prima luna!

E chissà nei campi pugnalati dal sole
quanti in frode d’amore
si rovistarono il sangue
ne violarono la sorgente
per coagularsi fino a me
figlia impigliata a mille pianti!

Da quali ancestrali mammelle attinsi
questo rumorio di melma e bagliori
in cui affondo?

magma d’infantile neve
che dal tremore chiede
d’essere liberata

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