di Antonio Sparzani

il Sole
Come ci riferisce Diogene Laerzio (che scrive in greco nel III sec. d.C.), allorché nelle sue Vite dei Filosofi parla del grande Epicuro (IV-III sec. a.C.), nell’antichità, ma anche – aggiungerei – poi nel Medioevo, si dibatteva del singolare tema se il piacere fosse connesso necessariamente col movimento o se consistesse semplicemente nell’assenza di dolore (piacere catastematico, ovvero calmo e stabile). Diogene osserva che, a differenza dei Cirenaici che “non ammettono il piacere catastematico, bensì soltanto quello che consiste in un movimento”, Epicuro li “ammette entrambi, quello della mente e quello del corpo”. E infatti, entrando poi nel merito della dottrina epicurea, Diogene cita esplicitamente la seguente affermazione di Epicuro: “Infatti, l’imperturbabilità e l’assenza di dolore sono piaceri catastematici, mentre la gioia e la letizia sono viste come piaceri in movimento e in azione”. ((cito dall’ottima edizione curata da Ilaria Ramelli, Epicurea (Bompiani 2002); si tratta del frammento 2 dell’edizione Usener, p. 227 del volume curato dalla Ramelli.)) Questa locuzione “in azione” è, nell’originale, energeìa(i), dove la parola vale ‘attività’, ((i curiosi possono andare a vedere qui.)) qualcosa comunque di dinamico. Deriva ovviamente da érgon, opera, impresa, dalla stessa radice indoeuropea [w?g] che ha dato luogo al tedesco Werk e all’inglese work, ma anche all’italiano organo, tanto per dire. Continua a leggere
