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Johannes Brobowski

a cura di Giorgio Stella

Luce d’inverno

In questa notte
sto ad ascoltarvi, fiumi lontani,
il vostro primo ghiaccio,
a lungo. Quella sottile
nota di giunchi io sento; il villaggio dorme.

Infanzia, bruna, una fredda
acqua di pozzo, sabbiosa –
Sempre oscillava il secchio di legno
giù verso il fondo. Chi veniva
lo scioglieva dalla catena di ruggine?
Ah, chi beveva?

Delle nostre capanne, oscura,
parlante bontà, il loro soave
verbo è coperto di neve,
bisbiglio di comari e richiamo di bimbi –

Tempo di colori di lillà
un giorno, lì nel cielo migrante
sospesi uccelli, in dileguante
chiarore; il cielo
si fermava,
ristava sul tetto del fienile, più spesse
in silenzio captava dentro le ombre.

Inverno si faceva sempre.
Con ali di colomba calava
più fonda l’azzurrità, un pendulo
tetto, baluginando tacita
sopra il mondo.

E il grido del cacciatore
per il declivio balzava, contro la neve
silente. O profonda
nerezza! Il tuo cuore
pieno di luce!

Johannes Bobrowski

di Giorgio Stella

Pianura

Lago.
Il lago.
Sprofondate
le rive. Sotto la nube
la gru. Bianchi, splendenti
dei popoli di pastori
i millenni, Con il vento

io risalii la montagna.
Qui vivrò. Un cacciatore
ero, ma mi afferrò
l’erba.

Insegnami a parlare, erba,
insegnami a essere morto e udire,
a lungo, e parlare, pietra,
insegnami a rimanere, acqua,
di me, e vento, non chiedere.