Archivi tag: Luigi Tenco

62. Come uno specchio

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Quanto avete camminato? Sai solo che si è fatta sera: è l’unica donna con la quale il tempo passa e neanche te ne accorgi. Vi siete raccontati tutto, ma c’è sempre qualcosa dopo il tutto: uno sguardo, un gesto, fanno nascere ancora un’altra immagine, un altro desiderio. Saranno le luci di Montmartre, le tende rosse che sembrano di fuoco, investite dai raggi dei lampioni. Continua a leggere

2. Un muro

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In fondo c’è il muro: una massa bianca e beige con macchie grigie e verdi, ciuffi d’erba che nascono dalla pietra chissà come. I blocchi sono in forme e misure eterogenee, più larghe verso il basso, fino a ridursi a piccoli mattoni nella parte che lascia intravedere chiome rotonde o appuntite di alberi al di là. Continua a leggere

62. Colori

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Quanto tempo è passato? Quante camere d’albergo hanno protetto il guardarsi negli occhi lungamente, come davanti al Vittoriano, ai monti ricoperti di neve, alle cupole di chiese senza nome? Quante volte ha cercato le ali dietro le spalle della donna bionda da cui è stato sedotto con la voce morbida e la dolcezza inspiegabile dei modi? Continua a leggere

Il bello della compagnia

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Ho vissuto in questa casa dalla seconda media all’assistentato universitario. Ora si sentono solo le voci dei nipoti e di mia madre, che cerca di intrattenerli come può. Mio padre non c’è più; le generazioni nuove richiedono attenzioni ed energie. Sulla sinistra, un deposito di libri: ogni tanto mi affaccio, per vedere se ne trovo uno da portare via. Molti sono miei, non so più dove lasciarli, perché da me c’è sempre meno posto. Dal salone, si sente la TV: si riferisce di un convento, spaccio di droga e falsi pellegrini. Tutto è cambiato, non sono mai stato più di passaggio di così. Penso sia un bene, vista l’aria che tira. Si avvicina mia madre, per dirmi che il nipotino è buono: così piccolo, non disturba mai. Aggiunge qualcosa sui falsi monaci, con saio e cocaina. Accende la radio, c’è una cronaca da Fatima, per il viaggio del papa. Arriva mia sorella, con l’altra nipote, fa le feste al piccolo, mentre mia madre le assicura che ha mangiato a sufficienza: la pasta, e molto melone. Racconta: lui dice che sono tutti brutti, tranne Gesù. E zio Fabri, com’è? gli chiede mia sorella; e il bambino: è brutto pure lui. Spengo il computer, me ne torno a casa, dall’unico bello della compagnia.

Tov Meod

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Nel racconto ebraico della creazione troviamo un Dio ottimista a cui piace ogni cosa che ha plasmato. Si diverte, gioca, come è scritto nel libro dei Proverbi. Ma in Genesi raggiunge il vertice; ogni cosa è buona, e al sesto giorno – è la volta dell’uomo – prorompe in un’esclamazione: non è soltanto tov, buono, ma tov meod, molto buono. Si sa come si chiude la faccenda: l’ottimo elemento, il molto buono, decide di essere se stesso in modo non proprio irreprensibile, convinto dal serpente dei culti idolatrici, simbolo fallico, dio della fecondità, custode delle recondite stanze di prostitute sacre, e tutto finisce, come si dice a Napoli, a schifio. Eppure resta il lampo di quella esclamazione che Dio, passeggiando nella brezza della sera, non ha potuto trattenere: tov meod, un’emozione ingenua, davanti al suo capolavoro.