
E sebbene fosse breve e modesto e niente
cui affidarsi molto a lungo, lo ricordo,
come se venuto da dentro, una della scene
che la mente sa allestire, notte dopo notte, solo
per lasciarsela lontano, veloce e senza avviso. Un tramonto
immenso sommerse la valle e arse le finestre cittadine
che davano a ponente. Le strade si screziarono di fiumi,
e alberi, cespugli e nuvole travolti dalla piena,
e niente tralasciato, né il divano ove stavamo,
né il tappeto, né gli amici, che ammiravano lo spazio.
Tutto affondava in quel fuoco dorato. Poi Filippo
appoggiò il bicchiere e disse: “Questa mano è solo una
di un’infinita serie di mani, pensate.” Continua a leggere
