
E sebbene fosse breve e modesto e niente
cui affidarsi molto a lungo, lo ricordo,
come se venuto da dentro, una della scene
che la mente sa allestire, notte dopo notte, solo
per lasciarsela lontano, veloce e senza avviso. Un tramonto
immenso sommerse la valle e arse le finestre cittadine
che davano a ponente. Le strade si screziarono di fiumi,
e alberi, cespugli e nuvole travolti dalla piena,
e niente tralasciato, né il divano ove stavamo,
né il tappeto, né gli amici, che ammiravano lo spazio.
Tutto affondava in quel fuoco dorato. Poi Filippo
appoggiò il bicchiere e disse: “Questa mano è solo una
di un’infinita serie di mani, pensate.”
E’ accaduto. La sera sfocava e annottava
finché il bordo occidentale non assunse
l’aspetto violaceo d’una contusione, e tutti
si alzarono in piedi dicendo che grande tramonto era stato.
Era qualche tempo fa, memorabile, ma qualcosa è accaduto
in quel tratto: s’alzò un pianto, sommesso, quasi oltre il nostro udito,
s’alzò come dietro il tempo, per toccarci come niente
altro, tanto lievemente che potremmo vivere
le nostre vite interamente senza averlo mai saputo.
Non avevo idea di cos’è stato, fino ad ora.
*
*
*
Luminism
And though it was brief, and slight, and nothing
To have been held onto so long, I remember it,
As if it had come from within, one of the scenes
The mind sets for itself, night after night, only
To part from, quickly and without warning. Sunlight
Flooded the valley floor and blazed on the town’s
Westward facing windows. The streets shimmered like rivers,
And trees, bushes, and clouds were caught in the spill,
And nothing was spared, not the couch we sat on,
Nor the rugs, nor our friends, staring off into space.
Everything drowned in the golden fire. Then Philip
Put down his glass and said: “This hand is just one
In an infinite series of hands. Imagine.”
And that was it. The evening dimmed and darkened
Until the western rim of the sky took on
The purple look of a bruise, and everyone stood
And said what a great sunset it had been. This was a while ago,
And it was remarkable, but something else happened then—
A cry, almost beyond our hearing, rose and rose,
As if across time, to touch us as nothing else would,
And so lightly we might live out our lives and not know.
I had no idea what it meant until now.

Bellissima proposta Renata.
Questa è poesia dell’istante, e dell’eternità. Me gusta mucho!
A chi dobbiamo la traduzione?
Non solo questa bellissima poesia è, come dice Roberto Plevano, sull’istante, ma “il tempo della parola” è il nodo principale intorno a cui si sviluppa la poetica di Mark Strand. “The Continuous Life” ,raccolta da cui è tratta “Luminism”, è splendida, ipnotizzante, in cui l’inafferrabilità dell’attimo è espressa da versi a loro volta quasi impalpabili e in cui ci rendiamo conto del nostro stesso svanire.
grazie a renata
lisa
La poetica di Strand penetra il pensiero tuffandolo e vestendolo di sogno e realtà, come un entrare ed uscire da un tunnel, come un meditare aprendo e chiudendo gli occhi …: verità e fantasia si fanno esperienza sensibile che si fonde al vissuto, cui egli dà le sue risposte attraverso i versi che assumono forme nuove, quasi un elenco di “pensierini” a volte, apparentemente semplici come innocue gocce d’acqua, che alla fine dell’intera lettura lasciano il segno sulle labbra come il tocco dell’acqua sulla nuda pietra.
Della semplicità si può fare arte complessa, quasi irraggiungibile: la perfezione della linea retta che si ricurva inseguendo dolcemente il suo percorso per poi puntualmente tornare diritta al punto di partenza. Una poetica delle domande, mi verrebbe da dire, in cui Strand si risponde scrutandosi, sempre interrogandosi sull’idea delle cose reali. Ne risultano risposte a volte apparentemente spezzate che racchiudono in sé il senso di un pensiero vasto e profondo che sembra non raggiungere mai se stesso, mai, fino a divenire anch’esso nuovo interrogativo, nuova ricerca, nuova meditazione, altra/alta poesia.
***
bellissimo questo “luminismo”
ti lascio qui una tra quelle di Strand a me più cara, sperando di farti cosa gradita.
Moon
Open the book of evening to the page
where the moon, always the moon appears
between two clouds, moving so slowly that hours
will seem to have passed before you reach the next page
where the moon, now brighter, lowers a path
to lead you away from what you have known
into those places where what you had wished for happens,
its lone syllable like a sentence poised
at the edge of sense, waiting for you to say its name
once more as you lift your eyes from the page
close the book, still feeling what it was like
to dwell in that light, that sudden paradise of sound.
Luna
Apri il libro della sera alla pagina
in cui la luna, sempre la luna, ancora appare
lì tra due nuvole, muovendosi piano, così piano che sembrerà
siano trascorse ore prima che possa voltare alla pagina seguente
lì dove la luna, più luminosa ora, fa approdare un sentiero
che ti conduca via da ciò che hai appreso
dentro i luoghi in cui tutto quello che avevi sperato si avvera,
la sua sillaba solitaria come un bisbiglio penzoloni
al margine del senso, ad aspettare che sia tu a pronunziarne il nome
ancora una volta staccando lo sguardo dalla pagina
chiudendo il libro, ancora sentendolo così com’era
quel sospendersi nella sua luce, quell’inatteso paradiso del suono.
natàlia
Bello! Vera poesia. Nella mia ignoranza non l’avevo mai sentito.
@roberto: la traduzione è della sottoscritta (lo so, avrei dovuto metterlo, ma chissà come…)
– va detto che tradurre questo testo è stato un gran godimento
@grazie natalia, è graditissima
un saluto caro a tutti,
r
Di Mark Strand possiamo leggere un’altra lirica qui su LPELS (31.01.2009). Ho incontrato Strand ad una lettura pubblica, c’era anche il suo traduttore Abeni, e sono stato molto colpito dalla sua disponibilità e gentilezza, oltre che da un’eleganza e un humour che pare un correlato della nitidezza dei suoi versi.
Certe sue evocazioni di presenze/assenze femminili, riflessi in uno specchio, cenni di memorie, aria e acqua, sono le ultime tracce, secondo me, di Beatrice e Laura nella poesia a noi contemporanea.
una domanda… ma le traduzioni di Abeni le trova sempre azzeccate? personalmente a me non piacciono moltissimo e preferisco tradurmelo da sola.
@roberto: bella questa cosa che dici sulle tracce di beatrice…
@natalia: dirò la verità, non ho mai conosciuto abeni di persona, non ho mai parlato con lui di traduzione, ma a me le sue traduzioni piacciono, ho molto rispetto per il suo lavoro. al di là delle singole soluzioni che si possono adottare, il lavoro del traduttore consiste anche nell’inventarsi una integrità di lingua, una equivalente unità di sentire (che di solito riguarda tutto un libro, se non tutto un corpus) e questo mi pare che gli venga bene (sto pensando al lavorone che ha fatto su ashbery, per esempio).
un saluto,
r
beh… non conosco Abeni, ma ho letto alcuni suoi lavori, quello che dici è vero e questo mestiere, che ben conosco – talmente bene da essere in procinto di chiudere il mio studio professionale disgustata dalla realtà in cui i traduttori in Italia sono costretti a “galleggiare” – merita di sicuro rispetto ed attenzione, oltre ai riconoscimenti che in Italia scarseggiano a cominciare dall’assenza di un ordine professionale, con tutte le sue conseguenze.
non basta conoscere bene una lingua per improvvisarsi traduttore, in Italia, succede questo, ed è drammatico.
ma tornando al lavoro svolto da Abeni, non si può non riconoscergli lo sforzo, la coerenza e la passione messa nel lavoro da lui svolto su Strand, ma – perdonami – certe soluzioni ritengo che impoveriscano la poesia di Strand ed al pubblico italiano arriva Abeni, non Strand.
bè, sì, in italia la traduzione è più o meno in un clima da far-west, come un sacco di altre cose d’altra parte, per cui quello che conta, ahimé, non sono tanto le competenze quanto le solite ‘conoscenze’…
la traduzione letteraria mi sembra soffra meno (se non altro proprio perché, in molti casi, fatta per passione e certo non per denaro) e comunque, malgrado si dica sempre che siamo vittime dello zio sam e invasi da una marea di titoli americani, in realtà di certi formidabili mostri come robert pinsky o kathy acker (i primi due che mi saltano in testa) in italiano non si trova niente – le politiche editoriali di questo paese sono un mistero degno del festival di san remo…
su questa cosa delle traduzioni di strand posso dire poco, avendolo letto direttamente nell’originale, ma il problema della “invisibilità” del traduttore è certo annoso: è bene che si riconosca “la mano” di chi trasporta il testo nell’altra lingua o è meglio cercare soluzioni stilistiche più ‘neutre’ (qualsiasi cosa questo significhi?!) – per conto mio se la mano è abile non mi disturba riconoscerla. comunque sia, mi pare che almeno “noi” italiani ci si ponga la questione, e già solo per questo si tenda ad addomesticare meno di quanto non facciano i colleghi d’oltreoceano.