
da Lettere dal carcere a Munevvér
prigione di Bursa (Anatolia)
1945
” Addormentarsi adesso
svegliarsi tra cento anni, amor mio… ”
“no,
non sono un disertore.
Del resto, il mio secolo non mi fa paura
il mio secolo pieno di miserie e di scandali
il mio secolo coraggioso grande ed eroico.
Non ho mai rimpianto d’esser venuto al mondo troppo presto
sono del ventesimo secolo e ne son fiero.
Mi basta esser là dove sono, tra i nostri,
e battermi per un mondo nuovo…”
“No,
prima e malgrado tutto.
il mio secolo che muore e rinasce
il mio secolo
i cui ultimi giorni saranno belli
la mia terribile notte lacerata dai gridi dell’alba
il mio secolo splenderà di sole, amor mio
come i tuoi occhi…”
1947
Il vento cala e se ne va
lo stesso vento non agita
due volte lo stesso ramo
di ciliegio
gli uccelli cantano nell’albero
ali che voglion volare
la porta è chiusa
bisogna forzarla
bisogna vederti, amor mio,
sia bella come te, la vita
sia amica e amata come te
so che ancora non è finito
il banchetto della miseria
ma finirà.
1948
Benvenuta, donna mia, benvenuta!
certo sei stanca
come potrò lavarti i piedi
non ho acqua di rose né catino d’argento
certo avrai sete
non ho una bevanda fresca da offrirti
certo avrai fame
e io non posso apparecchiare
una tavola con lino candido
la mia stanza è povera e prigioniera
come il nostro paese.
Benvenuta, donna mia, benvenuta!
hai posato il piede nella mia cella
e il cemento è divenuto prato
hai riso
e rose hanno fiorito le sbarre
hai pianto
e perle son rotolate sulle mie palme
ricca come il mio cuore
cara come la libertà
è adesso questa prigione.
Benvenuta, donna mia, benvenuta!
1948
I tuoi occhi i tuoi occhi i tuoi occhi
che tu venga all’ospedale o in prigione
nei tuoi occhi porti sempre il sole.
I tuoi occhi i tuoi occhi i tuoi occhi
questa fine di maggio, dalle parti d’Antalya,
sono così, le spighe, di primo mattino;
i tuoi occhi i tuoi occhi i tuoi occhi
quante volte hanno pianto davanti a me
son rimesti tutti nudi, i tuoi occhi,
nudi e immensi come gli occhi di un bimbo
ma non un giorno han perso il loro sole;
i tuoi occhi i tuoi occhi i tuoi occhi
che s’illanguidiscano un poco, i tuoi occhi
gioiosi, immensamente intelligenti, perfetti:
allora saprò far echeggiare il mondo
del mio amore.
I tuoi occhi i tuoi occhi i tuoi occhi
così sono d’autunno i castagneti di Bursa
le foglie dopo la pioggia
e in ogni stagione e ad ogni ora, Istambul.
I tuoi occhi i tuoi occhi i tuoi occhi
verrà giorno, mia rosa, verrà giorno
che gli uomini si guarderanno l’un l’altro
fraternamente
con i tuoi occhi, amor mio,
si guarderanno con i tuoi occhi.
da Fuori del carcere
Istambul 1951
La sera
Sei uscito di prigione
e appena uscito
ecco tua moglie incinta
La sera
la prendi sottobraccio
ve ne andate a passeggio
per le strade del tuo quartiere.
Ha il ventre quasi fino al naso, tua moglie.
Il suo peso sacro
lo porta con civetteria
e tu
sei fiero e pieno di rispetto.
Fa fresco.
Una freschezza
come mani di bimbo infreddolito.
Hai voglia di afferrarla tra le palme
per riscaldarla.
I gatti del quartiere aspettano
attorno alla macelleria
e al primo piano, la macellaia ricciuta
i grossi seni appoggiati sul davanzale
contempla il tramonto.
In mezzo al cielo tutto pulito nel crepuscolo
una stella compare
limpida come un bicchier d’acqua.
L’estate è durata a lungo quest’anno
e se i gelsi sono ingialliti
i fichi sono ancora verdi.
Refik il tipografo e la figlia più giovane
di Jorghi il lattivendolo
passeggiano su e giù
con le dita intrecciate.
Karabé il pizzicagnolo
ha già acceso le luci:
quest’armeno non ha dimenticato
il massacro
di suo padre
tra le montagne curde.
Ma a te, ti vuole bene;
anche tu, non li puoi perdonare
quelli che han messo questo marchio
sulla fronte del popolo turco.
I malati, i tisici del quartiere
guardano, da dietro i vetri.
Il figlio di Nuryié la lavandaia, disoccupato,
ingobbito dalla tristezza
s’avvia verso la bettola.
In casa di Rahmì, si sente il radio-giornale:
in un paese dell’Estremo Oriente
degli uomini dal viso giallo lunare
combattono contro il drago bianco;
hanno mandato lì, da casa tua,
quattromila cinquecento ragazzi
per massacrare i loro fratelli.
Il tuo viso arrossisce
di collera e di vergogna
non ti senti obbiettivo, no , al diavolo,
ma triste di una tristezza con le mani e i piedi legati
come se rotolassero a terra tua moglie
facendola abortire
come se fossi ancora in prigione
e giù in guardina facessero battere
i contadini dai gendarmi.
La notte è caduta a un tratto.
il passeggio serale è terminato.
una jeep della polizia
entra nella nostra strada.
Tua moglie sussurra: ” Andrà a casa? ”
da In esilio
Quest’anno
Varna 1952
Quest’anno quest’inizio d’autunno nel meridione
m’impasticcio di mare di sabbia di sole
mi stropiccio all’albero
alle mele
come ci s’impasticcia di miele.
La notte, il cielo ha un buon odore di semi
la notte, il cielo scende sulla via polverosa
m’impasticcio di stelle.
Io m’abituo, mia rosa,
io m’abituo
al mare alla sabbia al sole alle mele alle stelle
è tempo di andare
mischiato
al sole alla sabbia alle mele alle stelle al mare
Mosca 1960
L’assenza dondola nell’aria come un batacchio di ferro
martella il mio viso martella
ne sono stordito
corro via l’assenza m’insegue
non posso sfuggirle
le gambe si piegano cado
l’assenza non è tempo né strada
l’assenza è un ponte fra noi
più sottile di un capello più affilato di una spada
più sottile di un capello più affilato di una spada
l’assenza è un ponte fra noi
anche quando
di fronte l’uno all’altra i nostri ginocchi si toccato.

Si parva licet, condivido l’orgoglio di Hikmet per appartenere al XX secolo. Alle future generazioni del XXI secolo mi sento solo di dire: “Non sapete quel che vi siete persi”, come scrissero i tifosi napoletani su uno striscione messo nel cimitero cittadino dopo una strabiliante partita di Maradona.