“E così abbiamo conferma migliore della parola dei profeti, alla quale fate bene a volgere l’attenzione, come a lampada che brilla in un luogo oscuro, finché non spunti il giorno e la stella del mattino si levi nei vostri cuori.” (2Pt 1,19)
Carissimo,
sono venuto qui, come ogni anno, recalcitrante, come se volessi trattenermi ancora un po’ con la mia dose quotidiana di debolezza. Qui mi basta stare in silenzio per sentirmi garantito nella mia vera forza nascosta. Riassaporo la docilità con cui ho fatto, ormai molti anni fa, la scelta. Qui sento soltanto una voce che mi parla senza fare domande, senza mettermi in crisi. Questo è il motivo per cui non potrei fare a meno di venirci ogni anno. Quello che mi chiede è semplicemente: “dimmi di sì”. In premio una pietra con su inciso il mio nome nuovo.
La stima e l’amore di Dio per noi prescinde dai fatti, non può prescinderne invece il nostro amore per lui. Perché noi siamo i fatti del suo amore. E se noi non corrispondiamo nei fatti, mutiliamo l’affetto paterno, lo releghiamo dentro un libro i cui sigilli resteranno chiusi per sempre.
Siamo liberati solo nella misura in cui rispondiamo: “sì”.
Come ogni anno, specie il primo giorno, mi metto in ascolto con i miei limiti e la mia fedeltà. Io contemplo Dio… no, Dio contempla me: limiti e fedeltà. Stiamo bene così, in silenzio, a lungo, un tempo accorciato e dilatato, seguendo colori, suoni, assorbito dal distacco dal mondo, sorpreso e imbarazzato da tanta fortuna. A chilometri di distanza da tutto, infreddolito ed esaminato da uno specchio che non mi somiglia, o meglio che mi somiglia ogni minuto sempre un po’ meno.
Limiti e fedeltà: attratto da entrambi. Come un attore dalla sua recita e confuso, dopo tanti anni, sulla sua identità.
Mi sento solo stasera, qui, in mezzo alle montagne, da dove scende un’aria gelida che accarezza le cime dei pini e si mescola alle pozzanghere di neve. Mi sento forte della mia forza ricattatrice e rivelatrice, tra la profezia e il vuoto, terra di mezzo. Aspetto che mi detti le parole.
Però, come ogni anno, sono venuto, malgrado tutto. E ho preso la penna in mano non per inventare, per riflettere, ma scrivere sotto dettatura: “Come Io sono Uno e sono comunità, così anche tu sei uno e sei comunità.”
Lui non mi domanderebbe mai: da quale parte scegli di stare? Sono io che faccio le domande. Lui se ne sta lì, fedele da sempre, a darmi le risposte.
Il mondo è un cieco che cerca la sua ricompensa sperperando l’amore di Dio, che rinnega fino al suicidio.
Ma, come sai, la contemplazione di questo suicidio può coincidere con la vita stessa, e prolungare l’incertezza è l’inganno che ci fa andare avanti.
E io? Io che sto in mezzo spero di prendere il tuo perdono come peccatore e la tua carezza come testimone.
Mi sa che così è troppo facile.
Noi, lo so, non diciamo “ho sentito dire”. Noi “abbiamo visto e udito”.
Fra martire e disertore, cioè fra testimone e mondo cosa pensi che io abbia scelto?
Il senso di tutte le cose è salvifico. Queste parole mi risuonavano in testa questo pomeriggio: la profezia però non scruta il futuro, ma svela il presente – con gli occhi di Dio. E’ testimonianza lungimirante e senza tempo: raccoglie in sé tutto. E noi siamo lo stesso: testimoni di ciò che è accaduto. E malgrado questo, te l’ho detto, mi trovo in ogni momento sedotto dal mondo, pregando, però, per la sua salvezza. L’amore di Dio per me, penso, mi salva “a dispetto” della dannazione del mondo: mi sono ritagliato un posto privilegiato. Chissà perché allora cerco come un cane affamato la sofferenza nei sentimenti, la delusione della divisione, la speranza di una vita secondaria.
Questa è una cosa che qui capisco molto bene. Qui nessuno mi dice cosa devo fare. Qui mi viene letto il mio DNA, raccontato come una favola a lieto fine. Io sono letto e invitato a cena. Qui, sai cosa? Qui io sono.
Dio non ha bisogno di ricordarmi le bellezza con cui mi ha tessuto (la mia bontà naturale, e forse di volontà e pensiero, l’impossibilità di agire contro qualcuno, per vigliaccheria, o perché…) Qui nessuno mi dice: devi fare questo, questo e questo. No, qui mi viene detto: tu sei così, così e così. Qui nessuno mi dice quali siano i miei doveri, ma mi vengono dichiarati i miei diritti. Vengo qui a scrivere la Carta dei diritti di un uomo (io, a chi credi che mi riferissi?) che è stato fatto Dio. Ti pare poco?
Ridi, lo so. Non è facile. E’ più facile, non lo dire a me, idolatrare la propria finitezza, il proprio piacere inesausto di arrancare, di calcolare la fine, di misurare distanze definitive, e disegnare il trionfo della propria dubbiosa rabbia indomita. Ma io tutto questo lo so, non hai bisogno di ricordarmelo. Ho percorso migliaia di scorciatoie, scritto migliaia di parole sul mio suicidio quotidiano, letto migliaia di pagine sulla mia, sulla bellezza della nostra tragicommedia eroicomica. Ho consumato inchiostro a ettolitri per fare domande, per cucire ricami sul nulla e specchiarmi – al buio – nel nulla altrui in cerca di un tratto in comune. Ho tracimato lacrime, ho custodito e curato con l’olio degli infermi l’attitudine all’inedia, la mia indulgente inclinazione all’ideale crepuscolare di un adolescente eterno. Ho malamato, ho pianto di tremori irrisolti e non corrisposti, ho voltato le spalle, sono scappato – quante volte? Ho dedicato ogni sforzo alla cura della nostalgia della nostalgia.
Quanto tempo perso. E quanto tempo perso a contarlo.
Bene. Tutto questo: non mi somiglia, non sono io. Allo specchio, ora, non ce n’è già più traccia. E’ un fatto di identità, mica di farsene forza. Non un punto di vista.
Eppure, ora, niente di più che un insulto di una minoranza, non riconosciuto da nessuno, voce stonata che non urla nel deserto, ma nel tempio. Non rappresentato, neppure, da chi dovrebbe (ma fa politica). Chi parla, a te, della tua identità? Neppure io ne sono capace.
Da’ la colpa a me, non a chi fa politica, a chi scende dal mistero per sradicare la speranza e farne coro sguaiato, manifestazione (!). Non a chi invoca la ragione. Non a chi reclama/declama/acclama. Da’ la colpa a me, piuttosto. Che non sono in grado di dirti chi sei.
Neppure di scriverti una lettera.
Stasera è più freddo del solito. I campi sono zuppi, le suole delle timberland sono incrostate di fango che distribuisco in giro, dappertutto.
La cena è discreta, il refettorio è gelato.
E.

Qui, sai cosa? Qui io sono.
“Dio ha creato l’uomo, ciò non significa realmente altro che: gli ha parlato. l’uomo non era ancora uomo finchè Dio non gli ebbe rivolto la parola. Egli è diventato tale mediante la parola. prima non aveva nessuna lingua. ma in questo senso Dio non cessa di creare l’uomo” (F. Ebner, parola e amore, milano 1983, p.58)
una parola che si rivela tale nel misterioso tu che si incontra nel silenzio.
grazie
saluto tutti
elena f
“Mi sento solo stasera, qui, in mezzo alle montagne, da dove scende un’aria gelida che accarezza le cime dei pini e si mescola alle pozzanghere di neve. Mi sento forte della mia forza ricattatrice e rivelatrice, tra la profezia e il vuoto, terra di mezzo. Aspetto che mi detti le parole.”
Tutto questo è vero.
solitudine e identità viaggiano vicine…
“Quello che mi chiede è semplicemente: ‘dimmi di sì’ “.
nel cuore della notte, anche dell’uomo e della donna, dove sembra che opporsi sia l’unica legge, voglio addormentarmi con questo spiraglio di un mondo che sembra perduto, definitivamente, e invece non è ancora iniziato.
ciao, Ezio, bella l’aria di montagna.