(Riceviamo e volentieri pubblichiamo una replica dei giornalisti de L’espresso Stefano Pitrelli e Gianni Del Vecchio all’articolo Notizia l’è morta 2, pubblicato qui)
Caro Baldrati,
essendo incappati nel tuo post a commento della nostra inchiesta (“La carica dei 500.000”, L’Espresso 23/5/2008), ci preme fare qualche precisazione di merito.
“Perché la tesi è già scritta da tempo, e i dati che vengono forniti, numeri, percentuali, citazioni da studi, servono solo per confermarla: gli enti pubblici vanno ridimensionati, e i servizi esternalizzati (cioè affidati a privati)”.
R: Nessuna tesi scritta da tempo: i dati che hai letto (come abbiamo scritto) sono frutto di un censimento del ministero dell’Interno. Quindi si tratta del pubblico che parla del pubblico, senza retro-pensieri: il censimento risale a prima del discorso di Brunetta, e noi stessi abbiamo iniziato a lavorarci “in tempi non sospetti”. Inoltre non abbiamo mai parlato di privatizzazione del pubblico impiego. Solo un concetto più semplice e di buon senso: anche nel pubblico devono valere meritocrazia ed efficienza. Non crediamo che da questo punto di vista tu sia in disaccordo.
“Quello che viene tenuto accuratamente nascosto è che la categoria A sta progressivamente scomparendo perché rappresentativa del sottoproletariato più estremo, indegna di un paese civile; e quella “più alta”, la D (per eccedervi è richiesta la laurea), conta su uno stipendio di euro 1200 circa (compreso il “favoloso” aumento dell’ultimo contratto, 90 euro lordi), e i tanto sbandierati premi di produzione variano da ente a ente: alcuni (sempre la supercategoria D) percepiscono circa 2000 euro lordi l’anno, altri 500; quindi, nel migliore dei casi, i dipendenti della citata categoria D percepiscono, col premio, circa 1300 euro al mese. Un bel privilegio da “quadro dirigente””.
R: Ci teniamo a precisare di non aver “accuratamente tenuto nascosto” alcunché: sostenere a priori che ci sia malafede da parte dei giornalisti è il vero sport nazionale. Se ci tieni a verificare la fondatezza dei dati della nostra inchiesta – come è sacrosanto che sia per un lettore attento – consulta pure il censimento. Infine non abbiamo mai contestato l’entità degli stipendi di per sé, né ci sembra che appartenere alla categoria A sia cosa “indegna” o “sub”. Il problema, piuttosto, è quello di ricevere una adeguata e dignitosa retribuzione. O forse penserai che questi mestieri debbano essere svolti solo dagli immigrati?
“Per contraddirsi palesemente subito dopo, quando un professore di Diritto amministrativo dice (in un box, non come intervistato) che i concorsi pubblici negli enti sono in netto calo (il concorso pubblico è l’esatto contrario del metodo privatistico prima invocato come risolutore dei problemi)”.
R: Non riteniamo che vi sia contraddizione alcuna. Efficienza e meritocrazia vanno di pari passo con concorsi pubblici seri e rigorosi. Ma oggi nel pubblico impiego latitano e le une e gli altri.
“Mi incuriosiscono questi giornalisti, Gianni del Vecchio e Stefano Pitrelli, autori del servizio (…). Usano il servizio pubblico? Hanno dei figli che lo usano? Quando finalmente sarà privatizzato, dando spazio alla speculazione, a pseudo cooperative che fanno lavorare i dipendenti con stipendi da fame, e tutto peggiorerà, si squalificherà, avanzerà l’incompetenza, con chi se la prenderanno? Quali dati forniranno? Invocheranno il ritorno del pubblico?”
R: Criticare chi non lavora è anche premiare chi lavora sul serio.
Cari Pitrelli e Del Vecchio,
per essere a favore di un progressivo smantellamento del servizio pubblico non è necessario dichiarare “sono a favore di un progressivo smantellamento del servizio pubblico”; vi è una campagna mediatica iniziata da anni, in alcuni casi con toni violenti (i fannulloni ecc), che punta a questo risultato. Si aggancia a un pregiudizio popolare, che i dipendenti pubblici non lavorano ecc., cioè si prende un problema, il funzionamento dell’ente pubblico, e si espongono alcuni dati, reali, ma se ne tacciono altri (la follia di certe normative, le scelte di alcune amministrazioni). Come, per esempio, per fare campagne xenofobe contro gli immigrati intesi come popolo, come minoranza, non è necessario dichiarare “voglio diffondere la xenofobia”, ma si enfatizzano di continuo le notizie di reati perpetrati da immigrati, fino ad arrivare alle leggi emanate dall’attuale governo. Cioè si lavora su un disagio reale e si diventa imprenditori di questo disagio. Voi dite che non avete parlato di privatizzazione. Però avete scritto che “è un mostro che non si riesce a domare”, neanche con le “esternalizzazioni”. Questo cosa significa?
Dite che avete usato i dati del ministero. Ma vi sono modi, vi sono stili per usare dei dati reali. Per esempio un altro dato-shock recente diffuso dal ministero, reso noto dal Sole 24 ore alla fine di maggio, dice che le giornate di assenza medie dei dipendenti pubblici sono 60,5 all’anno. Questo dato, mostrato senza analisi, è di sicuro effetto e si aggancia al pregiudizio dei dipendenti pubblici fannulloni. Ogni anno è sempre uguale, sempre lo stesso dato, e alcuni giornali vi si buttano come lo squalo sulla preda. Se apriamo il dato, però, scopriamo che sono comprese ferie, permessi sindacali, licenze per maternità ecc. Alla fine viene fuori che le assenze per malattia ammontano a 10,2 giorni all’anno. Una influenza e mezzo. Nessuno ha il coraggio di dire che le donne non devono andare in maternità, o partecipare alle assemblee sindacali, ma è questo che passa.
Dite che non avete mai contestato l’entità degli stipendi. Bene. Però non avete detto nulla sulla loro entità, mentre avete scritto: “indecoroso è invece l’incremento degli aumenti di stipendio”. Tutta l’impalcatura del vostro articolo, sui privilegi, le categorie che definite dirigenziali (C e D) si sgretola sul dato degli stipendi (io ho indicato dei numeri precisi, nel post), che non avete fornito. La categoria A è indegna perché chi appartiene a questa categoria – immigrato o italiano – ritiene che sia indegno lo stipendio che percepisce, e dovrebbe sparire, oppure raddoppiare di stipendio, per essere considerata “dignitosa”. E lo stesso vale per la B.
Sulla meritocrazia il discorso è alquanto controverso. Personalmente sono rimasto a certe parole d’ordine sindacali in cui molti credevano fino a qualche anno fa, l’egualitarismo, ma nessuno ne parla più, il sindacato per primo (a parte alcuni sindacati autonomi, accusati di massimalismo), e quindi lascio perdere. Nel settore pubblico vi sono da tempo elementi di privatizzazione strisciante, l’ho scritto. Il potere discrezionale dei dirigenti è aumentato, e queste sono appunto forme di privatizzazione, che prenderanno sempre più spazio, anche grazie a questa campagna demagogica/mediatica. D’altra parte ogni tanto vengono fuori polemiche simili alla RAI: si privatizza, si esternalizza invece di valorizzare le risorsi interne. Se la valorizzazione deve avvenire per concorso, cioè una prova, scritta e orale, integrata da un curriculum professionale, come si può sostenere che il concorso è sullo stesso piano di una non meglio precisata meritocrazia, metaconcetto che contiene parole non scritte come parentele, amicizie, favoritismi e molto altro? O decide il dirigente, con discrezione (il voto dei cittadini proposto da Brunetta è pura demagogia, la maggioranza dei dipendenti pubblici lavora nel back office e i cittadini neanche li vedono), o addirittura agenzie esterne, per fingere imparzialità, oppure si stabiliscono delle regole certe, discutibili quanto si vuole, ma uguali per tutti, regole con le quali ognuno si può misurare, con la propria professionalità e lo studio, cioè il concorso (Mauro Baldrati).


Già scrivere: “siamo incappati” è segno di una antipatica presa di distanza.
Un articolo di giornale “si legge”, in un articolo scritto su uno dei blog più letti d’Italia ci si incappa, maldestramente, per caso, come in un impiccio, un fastidio.
Ezio
I due giornalisti hanno buon modo di lagnarsi. Certo che la loro collega (Rita Verzè) che firma il pezzo che appare oggi sul sito corriere.it sui dipendenti dell’ATM (Azienda di trasporto pubblico della laboriosa Milano) pizzicati a fabbricar cucce, durante l’orario di lavoro, non da loro una mano.
Intanto la definizione di “fannulloni” a fronte della creatività dimostrata (sembra avessero adibito una zona del deposito a piccola falegnameria dove venivano fabbricate cucce per cani), è evidentemente impropria. Fannullone è colui che si ubriaca, invece di consegnare un plico in un altro ufficio. Costoro, invece, sono la risultante, più che evidente, di retribuzioni non certo da nababbi. Troppo facile leggervi il ricorso ad altra attività per arrotondare e tentare di difendere il costo della vita galoppante. L’ultima chicca: se, come pare, sarà arduo comunque mandarli a casa, a dedicarsi a tempo pieno a tale attività cinofila, sarà grazie ad un regio decreto del ’34, che prevede che tali contenziosi vengano gestiti da un consiglio di disciplina interno composto, in parti uguali da 3 sindacalisti, 3 rappresentanti dell’azienda ed un indipendente. Come dire….si stava meglio quando si stava peggio ?
http://www.corriere.it/cronache/08_giugno_11/milano_tran_fannulloni_87bdbc14-3774-11dd-a7f3-00144f02aabc.shtml
…pardon, l’autrice dell’articolo è Rita Querzè…e non Verzè (trattandosi di LPELS il lapsus è volutamente freudiano)