Devo decidermi a portare via gli scatoloni dalla casa dei miei, non posso più aspettare. Per anni, decenni, ho procrastinato, e la pila è diventata un grottesco monumento della mia pigrizia. Vecchi vestiti, oggettini, una collezione di pipe (e chi fuma più la pipa oggi?), penne e matite, ciclostilati ingialliti (i ciclostilati!). Soprattutto libri, la mia piccola biblioteca di ragazzo. I libri non invecchiano come i vestiti, non ingialliscono come i volantini e le rivistine ciclinprop. La loro carta con il tempo vira piuttosto sul tono latte panna delle latterie di paese – quando c’erano i paesi – piccole botteghe di bianco piastrellate, bottiglie di vetro, i contenitori di latta allineati sul pavimento, mestoloni, secchi e imbuti ramati, l’odore pieno che pareva depositare sul palato qualcosa di asprigno ma senza durezze. Anche i libri col tempo distillano un odore, ma tenue, un po’ dolce, come di pianta di vaniglia essicata. Depositano col tempo qualcosa. Le latterie sono andate, le biblioteche resistono. L’ultimo fronte.
È forse l’odore che mi porta agli scatoloni e mi fa sedere per terra e confonde i miei propositi di sgombero. Li obnubila. Così, ineluttabilmente, invece di rimuoverlo apro uno degli scatoloni e prendo un libro in cima al mucchio, tutti quei libri che hanno aggiunto nel tempo qualcosa, molto o poco, a quello che comunque, quale che sia, chiamo me stesso ora: un’idea, un puntello, una demolizione, una sensibilità, un modo di dire, di vedere, un’anticipazione di futuro che diventava ansia di esperienze, delusione, rimpianto, o una piccola gioia. Costruzioni di certezze e dubbi.
Il volumetto è smilzo e rivede la luce dopo decenni di buio in scatolone. Einaudi naturalmente, collana (economica) «Nuovi Coralli», prima edizione, 1979 (ma era già uscito con copertina cartonata nel 1966). Allora… allora c’era un governo Cossiga, una specie di fritto misto: Rognoni agli Interni, Andreatta al Bilancio, Nicolazzi e Scotti alle Previdenze. Autonomia Operaia aveva spadroneggiato in Veneto per tre anni e una ventina di sospettati, manovalanza e “grandi vecchi”, finisce sotto processo a Padova con imputazioni incredibili, senza una sola evidenza di prova. Calarono i voti per la sinistra storica in Italia, per la prima volta dal dopoguerra. Nilde Jotti eletta Presidente della Camera. Fabrizio De André e Dori Ghezzi rapiti in Sardegna. E io pensavo che la retorica del mondo dell’avvenire era finita insieme a quell’avvenire e a quel mondo, e rimaneva solo confusione. Zoo o Lettere non d’amore, scritte da un infelice trentenne disilluso della rivoluzione. Non deluso d’amore per la Russia madre e patria, non deluso d’amore per il mondo, di cui ha estrema nostalgia.
Questo nuovo corallo l’avrà voluto Calvino negli anni ’60? I favolosi anni ’60. Tutte le delusioni degli anni che seguirono (c’è stato qualche deluso, in effetti…) era già squadernata nella buona letteratura diffusa da coltissimi operatori culturali. Nei fatti, è ben difficile comprendere la letteratura del ‘900 se non si esamina la sua definitiva divaricazione dall’ideologia.
In copertina al libretto ci hanno messo un quadro futurista, russo, con caratteri cirillici sparpagliati sulla tela. La grande utopia di ricostruire i linguaggi a partire dalle forme pure. La copertina del libro, il quadro in copertina, non mi sono preoccupato allora di sapere che cosa fosse. Lo faccio adesso, con un ritardo di appena trent’anni, un soffio, un sospiro: Ivan Puni, Fuga delle forme (1919). Ecco, non avrei mai saputo dire finora che cosa c’era sulla copertina di uno dei miei libretti preferiti, ma le figure semplici, i colori, il costruttivismo di Puni, l’affollamento di forme che suggeriscono un’urgenza di uscire dalla tela, dal campo delimitato dell’arte riconosciuta, come se il quadro stesso gridasse all’osservatore «Sono queste le forme che credevi di conoscere?», la confusione di lettere che paiono urli – le voci, le parole sono ovunque! – tutto questo avrà pur indirizzato la mia lettura del libro, si sarà pur insediato da qualche parte nella mia memoria, avrà pur generato degli effetti sulla mia percezione dello spazio, del tempo, dei fatti intorno a me, dentro di me…
E chi mai avrà scelto proprio quello tra i lavori di Puni, sulla copertina del romanzo epistolare Zoo o lettere non d’amore, il reportage/romanzo epistolare scritto nel 1922 e fatto uscire nel ’23 da Viktor Šklovskij (o all’inglese ‘Shklovsky’)? Calvino stesso, o un qualche oscuro redattore? Puni compare nel romanzo come amico del narratore “ormai da dieci anni”: “innamorato dei suoi quadri; guarda tristemente i destini dell’arte, per lui nulla è semplice e non è sicuro dell’amore dell’indomani”. Il romanzo: un lavoro pensato inizialmente come una serie di saggi sull’intelligencija russa a Berlino (“I russi a Berlino vivono, com’è noto, attorno allo Zoo”), e continuato come un’epistolario a senso unico tra il giovane scrittore inviato nella capitale tedesca, lontano dalla madre patria, triste “come un cane lanoso ai tropici”, e una donna, Alja, che vieta a Viktor di scrivere parole d’amore.
Mi hai dato due incarichi.
1) Non telefonarti. 2) Non vederti.
Adesso sono un uomo occupato.
C’è anche un terzo incarico: non pensare a te. Ma tu non me l’hai affidato.
Tutto allora diventa uno stato di amante poco o per nulla corrisposto: poeti morti in miseria, animali in gabbia, com’è fatto il Don Chisciotte, leggende bogomile, il triste artista Ivan Puni nel suo studio, e mille altre cose raccontate per continuare a scrivere lettere, le ventidue lettere che fanno il romanzo. Qua e là tuttavia fa capolino il dispositivo letterario nel travestimento di artificiosa biografia, il lavoro sul testo, la riflessione sulla scrittura, tanto che il romanzo stesso è inserito per auto-referenza in un fulminante excursus di storia e teoria letteraria da Shakespeare al novecento, della quale storia e teoria, senso ed esito sono esemplificati dal numero del pagliaccio:
Il conférencier risulta l’eroe, il cui destino congiunge le singole parti dell’opera. In un teatro ceco, di questo tipo di divertissement mi capitò di vedere un altro procedimento, applicato già da tempo nei circhi. Un clown alla fine del programma mostra tutti i numeri, parodiandoli e smascherandoli. Per esempio, i giochi di prestigio li fa vedere volgendo la schiena al pubblico, che vede dove va a finire la carta sparita.
A pensare al periodo storico in cui Šklovskij scrive e dà alle stampe il libro, l’attacco lascia straniti. Viktor apre la pagina con il lamento dell’esiliato dal paese della poesia:
Quante parole sono proibite!
A dirla giusta, tutte le parole belle permangono in deliquio.
Sono proibiti i fiori, la luna, gli occhi e intere serie di parole che parlano di ciò che è piacevole a vedersi.
e uno pensa a polizia, censura, ai commissari politici, a Majakovskij che si spara, ma tutto quello è venuto un po’ dopo. Invece in queste pagine si tratta della proibizione privatissima decretata da Alja. Un divieto che genera il romanzo stesso.
Viktor è il futurista triste, uno che maneggia il repertorio delle avanguardie con uno sguardo mesto di secoli.
Mi è capitato di passare alcuni anni tra gli autisti.
Gli autisti si trasformano a seconda della potenza dei motori su cui viaggiano.
Il motore superiore ai quaranta cavalli già distrugge la vecchia morale.
La velocità distacca l’autista dall’umanità.
Accendi il motore, dài gas e sei già uscito dallo spazio, mentre il tempo sembra misurarsi solo col tachimetro.
L’automobile può sviluppare su strada piú di cento chilometri all’ora.
Ma a che scopo questa velocità?
Essa è necessaria solo a un inseguitore o a un fuggitivo.
Il motore trascina l’uomo a quello che giustamente vien chiamato delitto.
(…)
Io amo le automobili.
(…)
Le cose fanno con l’uomo ciò che egli fa di esse.
La velocità richiede uno scopo.
Le cose crescono intorno a noi, ora ce n’è dieci o cento volte piú che duecento anni fa.
L’umanità le domina, l’uomo singolo no.
È necessario possedere personalmente il segreto delle macchine, è necessario un nuovo romanticismo, perché esse nelle curve non gettino gli uomini fuori dalla vita.
Io ora sono sconcertato, perché questo asfalto grattato dai pneumatici delle automobili, la pubblicità luminosa e le donne ben vestite, tutto questo mi trasforma.
Io qui non sono quello che ero, e forse qui sono cattivo.
Il dispositivo narratologico coinvolge a un certo punto un misero scimmione ingabbiato, il correlativo oggettivo incarnato nel caravanserraglio.
La scimmia, Alja, è all’incirca della mia statura, ma più larga di spalle, curva e con le braccia lunghe. Non ha l’aria di stare in gabbia.
Nonostante il pelo e il naso, che pare rotto, mi dà l’impressione di un detenuto.
E la gabbia non è una gabbia, ma una prigione.
Una gabbia doppia, e tra le inferriate non ricordo se passi o no la guardia. Lo scimmio (è un maschio) si annoia tutto il giorno. Alle tre gli dànno da mangiare. Mangia dal piatto. Talvolta dopo di ciò si occupa delle sue noiose faccende scimmiesche. Fa rabbia e vergogna.
Tu lo tratti come un uomo, ma lui è svergognato.
Per il resto del tempo lo scimmio si arrampica per la gabbia, guardando il pubblico di traverso. Sono in dubbio, se abbiamo o no il diritto di tenere questo nostro lontano parente in prigione senza processo.
E dov’è il suo console?
Lo scimmio deve aver nostalgia della foresta. Gli uomini gli sembrano spiriti malvagi. E tutto il giorno si annoia, questo povero straniero nello Zoo interno.
Per lui non si pubblicano neppure i giornali.
PS. Lo scimmio è morto.
Il mondo è vasto e incomprensibile. Se lo sguardo mette a fuoco un oggetto, esso rimanda all’osservatore una condizione di precarietà, di esilio, di sofferenza che nasce dal di dentro piuttosto che da condizioni esterne. Porre fede nelle cose, assecondarle, credere di maneggiarle, equivale a fare dell’uomo qualcosa di superfluo. Come una delle previsioni di Marx troppo rapidamente realizzatasi nel mondo delle merci: l’uomo a lato del processo di produzione non ha più un cazzo da fare.
Le cose hanno rigenerato l’uomo, le macchine in modo particolare.
Ora l’uomo sa solo caricarle, ed esse vanno avanti da sole. Vanno, vanno e schiacciano l’uomo. Con la scienza la situazione è estremamente seria.
La necessità della ragione e la necessità della natura si sono separate.
C’era il basso e l’alto, c’era il tempo, c’era la materia.
Ora non c’è nulla. Nel mondo impera il metodo.
L’uomo ha inventato il metodo.
Il metodo.
Rimane l’amore. Rarefatto, anch’esso a senso unico e a un passo dall’irrilevanza.
Questo libro, questo malinconico romanzo epistolare, deve avere instillato nel ragazzo che leggeva il presentimento che il gioco d’amore tra uomini e donne è una faccenda truccata, o comunque un confronto impari. Che l’indirizzo delle sue future attenzioni, affetti, istinti, sarebbe stato un volto un poco perplesso, cauto, elusivo. Reticente, quando non fuggitivo. Che non ci sono regole nel gioco, e senza regole nemmeno il conformarsi dei fatti ad aspettative e previsioni. Una pazza altalena tra esibizioni e pudori. Questo romanzo deve aver detto, in un certo senso, che qualsiasi cosa io avrei mai fatto o scritto, che sia anche un coagulo narrativo originato da crisi di mezz’età, un’opera di 725000 caratteri ordinati e corretti per i quali la prediletta lettrice non ha tempo e non è attrezzata, e che finiranno, se va bene, nel catalogo di una microscopica casa editrice messa in piedi per la riqualificazione professionale di disadattati sociali e detenuti minori, altro non è che il fare la ruota di un uccello spennacchiato. Perché, parliamoci chiaro, le narrazioni modificano il passato, ma bisogna saperle fare veramente, e non è cosa da tutti.
Le donne del mondo umano sono incomprensibili. La vita del mondo umano è terribile, ottusa, stagnante, inelastica.
Donna senz’arte, come occupi il tuo tempo? (…)
Attraverso te ho conosciuto il principio della relatività. Immaginati Gulliver fra i giganti: una gigantessa lo tiene in mano, appena appena, quasi non lo tiene, si è solo dimenticata di lasciarlo andare, ma ecco che lo lascia, e il povero Gulliver grida terrorizzato, telefona: non lasciarmi.
(…)
Lavorare è così difficile!
E le opere nascono come bambini.
Ci si mette a farli allegramente, allegramente e senza vergogna, li si porta con fatica, li si partorisce con dolore, ed essi vivono poi amaramente.
Improvvisi entusiasmi, intuizioni passeggere che l’umanità stia pur andando in una qualche direzione, un senso di marcia, qualsiasi esso sia. Sarebbe comunque meglio di stare fermi, seduti su se stessi. Muoversi, a passo di danza.
Io non ho visto il transatlantico. Ma lo amo e lo capisco. Deve essere molto bello ballare su un pavimento che cammina, baciarsi e pensare, quando i pensieri restano un po’ indietro rispetto al movimento, come il cuore durante la discesa dell’ascensore.
La cosa è simile ai pensieri ritmati dalla musica, ma è meglio. (…)
Nasce un nuovo mondo, nuove sensazioni, non tutti ancora se ne accorgono. La nostra terra è trainata a rimorchio chi sa dove.
I ritratti sono appunto tratti futuristici, composizioni eseguite con i materiali a disposizione dell’istantanea immaginazione. Artisti, opere, vengono scomposti a linee e forme elementari, ricostituiti con la stoffa delle fiabe. L’essenza del lavoro intellettuale è movimento, l’essenza della storia è movimento, ogni cosa umana è movimento. Se cessa, sono rogne.
E Pasternak era così bello, che adesso lo descriverò. Aveva la testa come una pietra a forma di uovo, compatta, solida, il petto largo, gli occhi castani. Marina Cvetaeva dice che Pasternak somiglia contemporaneamente ad un arabo e al suo cavallo. Pasternak si slancia sempre da qualche parte, ma non istericamente: tira come un forte e focoso cavallo. Cammina, ma vuole correre, gettando le gambe lontano.
(…) Egli sente il movimento, i suoi versi sono bellissimi per la loro trazione, le loro righe si curvano e non si possono distendere, come verghe d’acciaio, cozzano l’una contro l’altra, come vagoni di un treno che freni all’improvviso. Bei versi. Un uomo felice. Non sarà mai irritato. Deve vivere la sua vita amato, viziato e grande.
A Berlino pasternak è inquieto. (…) mi sembra che egli senta tra di noi una mancanza di trazione. Noi siamo profughi, no, non siamo profughi, siamo fuorisciti, e adesso stazionari.
Per ora.
Non va da nessuna parte la Berlino russa. Non ha destino.
Non ha trazione.
Quanto chiaramente lo sento! (…) La trazione della rivoluzione è passata.
(trad. Sergio Leone e Sergio Pescatori)
Acquistai questo libro appena appena uscito. Un centinaio di pagine, 3000 lire di edizione economica che anche un ginnasiale poteva permettersi. Più che altro il titolo decise. Eravamo così sentimentali!
Qualcosa del mondo di ghisa delle prime automobili, del transatlantico, dei ponti di ferro, rimane nelle volte e putrelle della Stazione Centrale di Milano. Nel 1983, l’ultima data in cui apersi il libro, un gettone telefonico costava 100 Lire (un anno dopo sarebbe raddoppiato dalla sera alla mattina). Ignoro il prezzo del pacchetto di MS perché allora avevo altre aspirazioni che il fumo. L’ingresso alla Stazione costava ben 500 Lire se si era, come si dice, sprovvisti di biglietto. Ciononostante eroinomani e alcolizzati si aggiravano dall’alba a notte fonda sotto le grandi volte e chiedevano, appunto, 500 Lire, o dammi quello che ciai in tasca, perché dovevano tutti tornare casa e avevano perso/gli era stato fregato il portafogli ed erano tutti studenti che facevano colletta, tutti con occhi lucidi tutti a tirare su col naso. 500 Lire, e tu le avevi pagate solo per aspettarmi al binario del treno, solo per vedermi arrivare da Pavia. Scendo dal vagone per primo, in questo spazio di ferro dove non circolano le stagioni e non vedi i mutamenti, ma vedo te, sei l’unico essere vivente qui, attiri la vista, sei il centro di prospettiva nell’immensa caverna, fermi il tempo seduta là dove il binario finisce, tranquilla, come se fosse stata la cosa più ovvia da fare, la cosa più naturale del mondo, come se tu allora volessi farmi parte della tua verità: «Ecco, è così che si fa, è così che si aspettano le persone, certe persone. Stammi vicino, osserva e impara. Stammi vicino». Ti guardo e una corrente elettrica circola nel mio sangue.
Poi abbiamo preso il tram fino a casa tua, tu che abitavi nei pressi del parco. Il tram, non la metro. «Sottoterra ci vanno i topi!», hai detto. E ti guardavo alla luce del sole, sul tram che scivolava tra il traffico. Il sole e l’aria limpida a Milano! Eri così bella. C’era il sole a fine maggio, nel 1983. C’era l’oro del sole nel tuo sguardo. Da quel giorno gli occhi che osservo, quelli che incrocio, quelli che sorprendo, quelli che cerco, mi sembrano dire poco, e poco attendersi da me. E la luce qui in fondo è fioca, non aiuta a distinguere, tutto si deve ricostruire a memoria, riammendare a tentoni.
No, no, così non va bene. Mi aggiro tra i ricordi delle mie letture di trent’anni fa, tra i ricordi di un passato improbabile flirt, come un trafficante nel vicolo della borsa nera. Di questo romanzo è facile ora vedere i limiti espressivi, la fretta d’esecuzione, l’indugiare a un (poco post-) romanticismo pessimista che contraddice la scelta dello stile e la poetica. Com’è possibile sostenere il discorso della tristezza e dell’esilio davanti alla riduzione di ogni oggetto, del tutto, a materia di manipolazione, al compito di costruire industrialmente il nuovo mondo delle forme pure e della volontà? L’amore incompreso e respinto fa saltare il banco. Il tema fa aggio sul genere.
È facile ora la critica. Però, intanto, io che ora critico sono cresciuto, in un certo senso, sorretto, indirizzato, dalle frasi di questo romanzo, che non è certo di formazione, potevo scegliere meglio, che so, tanto per restare nella stessa epoca, nello stesso motivo di amori infelici, Le coup de grâce. Be’, c’è stato anche quello, ma non posso immaginare la fine di un amore con un colpo di pistola. Sai, continuo a pensare che le mie cose più belle sono quelle che ancora non ti ho detto e che ancora ricordo, nel mezzo della lunga catastrofe che mi sembra di aver attraversato. E adesso sono stanco, ma voglio, vorrei una parola da te, una qualche parola. Vorrei magari capire, io che di te non ho mai saputo veramente niente, io che di te ho costruito un ritratto post factum con pezzi di memorie che sono memorie di memorie, moti involontari, le contrazioni dell’arto della rana operata la dissezione, omissioni più che note, spesso bugie raccapriccianti. O, se va bene, puri rapporti di analogia. Ricorda! Come dire: respira! Come dire: esisti! Tu avresti allora detto: dimentica! Ma questo è impossibile.
Innamorarsi vuol dire, se qualcosa vuol dire, creare il personaggio di una narrazione strettamente personale. Scrivere d’amore, invece, quello di una narrazione pubblica, come lo scrittore Viktor con il personaggio Alja. È il tu, il lei/lui confezionato dalla fantasia, disegnato dalle regole del discorso e dai canoni dell’espressione, ritoccato dal buon senso, distorto dagli assilli. E poi innamorarsi e scrivere d’amore significa considerare intrecci, vagabondaggi e ritorni, e innumerevoli conclusioni, una per ogni giorno che passa. Questo è inevitabile. La stoffa di cui è fatto il personaggio non può che essere la prima impressione, una visione, un tocco, un timbro di voce (il resto lo mette l’immoderata cogitatio); oppure la prima frase del testo, le parole proibite. E così si vive narrando se stessi e le forme degli altri. Procedendo sulle sabbie mobili dove si edifica quell’altro costrutto, quello che dice “io”, non meno fittizio e ipocrita del “tu”.
Dammi cinque minuti. Ti leggo la storia dello scimmio. Allora, forse, mi riconosceresti.
(N.B. Il romanzo è stato riproposto da Sellerio nel 2002 a cura di M. Zalambani)

Gran libro, una bella lezione di stile, di rara intelligenza e sensibilità. E un bel dialogo col testo, il tuo, Roberto: come quando un libro diventa parte di noi.
È forse l’odore che mi porta agli scatoloni e mi fa sedere per terra e confonde i miei propositi di sgombero. Li obnubila. Così, ineluttabilmente, invece di rimuoverlo apro uno degli scatoloni e prendo un libro in cima al mucchio, tutti quei libri che hanno aggiunto nel tempo qualcosa, molto o poco, a quello che comunque, quale che sia, chiamo me stesso ora: un’idea, un puntello, una demolizione, una sensibilità, un modo di dire, di vedere, un’anticipazione di futuro che diventava ansia di esperienze, delusione, rimpianto, o una piccola gioia. Costruzioni di certezze e dubbi.
a leggere questo paragrafo mi è venuto un forte formicolio alle dita, mi sono ritrovata seduta per terra a frugare e annusare tra i libri…:-)
bellissimo!
anche nei miei trent’anni fa c’è sklovskji e scommetto che dentro gli scatoloni altre letture ci accomunerebbero. è un passato con alcune cose abbastanza brutte, ma sempre più bello di questo insano presente. non è la malinconia delle date, sto invecchiando bene…è proprio lo scoprire con gioia e batticuore che da qualche parte si è inconsapevolmente condiviso qualcosa di meno scontato di certe terrificanti ampie condivisioni modaiole di oggi. viktor sklovskji…chi era costui?
(da uno scatolone ho salvato in questi giorni un plico con un lavoro sul “candido” di voltaire che forse non saprei più riscrivere altrettanto bene. l’ho fotocopiato su carta bianchissima. l’originale era battuto con la “lettera 22” su velina quadrotta giallastra e carta da ciclostile pelosa).
E’ un libro radicato nella mia storia, per anni sono stato una Hispano Suiza, con l’anello d’oro all’orecchio, regalai la mia prima copia ad una ragazza che non riuscii ad amare e poi, come vedo succede a molti, finì nello scatolone.
La cifra però mi è rimasta, arrivare all’amore attraverso la narrazione di distrazioni acute e sensibili.
l’anno scorso, o forse due anni fa, ho iniziato a scrivere ad una stella cometa (o cadente) di raro fulgore, delle Lettere non di morte, un preciso impegno a non parlarle di lei, di non cercare di convincerla di nulla ed esonerandola da ogni risposta, queste le regole.
Ritrovare qui alcuni che amano quel libro mi ha fatto molto piacere, continuerà ad accompagnarci, a me non piace dire di un libro che amo che è un bell’esercizio di stile, anche se questo in fondo lo è, trovo sempre qualcosa di artefatto in un “esercizio di stile” e Zoo è un libro drammaticamente e totalmente sincero.
grazie, Roberto: anche per avermi ricordato il gorilla albino di Calvino.
questo mi fa pensare che il libro l’avrà davvero voluto lui.
Carla, che libidine il contatto fisico con i vecchi libri! (Vieni su da me? Ti faccio vedere la mia collezione di vecchi libri!)
Lucy, no, non credo che sia un fatto generazionale. I buoni libri si sottragono alle mode, e così fanno terreno comune tra genitori e figli. Sono sicuro che anche il più refrattario lettore abbia un libro che gli è rimasto dentro. Magari nella forma mediata di film.
Mario, non so se Zoo è un libro sincero nel senso di render conto dell’immediatezza dell’esperienza. Probabilmente no. Ma è un testo sincero di sincerità letteraria. Nel senso che dà seguito con onestà e rigore a una poetica a cui Šklovskij aveva aderito da giovane con convinzione. A me comunque ha colpito, rileggendolo a distanza di anni, alla tensione tra il repertorio futurista e la irrimediabile malinconia del narratore, che pare rivelare la frivolezza del futurismo stesso.
Fabrizio, hai ragione, naturalmente, lo scimmio di Zoo è un antenato del gorilla albino Copito de nieve. Se li vedi, non puoi smettere di pensarci. È la sim-patia che lega tutti i viventi, a cui la sensibilità artistica riconosce i diritti pieni di esistenza. Calvino era ben documentato, tra l’altro. Le tartarughe in amore fanno «slack! slack!», non «clonk! clonk!», come scriverebbe uno scrittore che non si dà pena di osservare gli esseri, iuxta propria principia.
Giorgio, credo anch’io che le nostre identità siano costruite sulle storie, sulle letture che continuano a lievitare molto dopo che il libro sia stato riposto nello scatolone.
Caro Roberto e cari tutti,
le volte in cui andavo in visita da qualcuno mi godevo i momenti in cui la persona era chiamata al telefono per passare in rivista i suoi scaffali e le pile di libri fiancheggianti la sua scrivania. Quante scoperte, quali confessioni!
Non a caso oggi che c’è il cellulare, e le persone telefonano restandoti di fronte, vado in visita molto più di rado.
Per quanto poi mi riguarda, quando sono in casa tengo il cellulare spento, perciò per rispondere al telefono mi scuso e vado “di là”; se al ritorno trovo il visitatore intento a guardare i miei libri, e non il soffitto o le le proprie unghie, lo metto nella lista dei particolarmente graditi e benvenuti.)
Un caro saluto,
Roberto