Il campanile dello scrittore

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In principio furono Cesare Pavese, Primo levi, Italo Calvino, Beppe Fenoglio e Natalia Ginzburg, così inizia un articoletto uscito giorni fa sul Sole 24 Ore, nell’inserto dedicato al Piemonte (e già cominciamo maluccio dimenticando un Grande come Giovanni Arpino).
Titolo: Gli scrittori piemontesi scalano le classifiche.
Sottotitolo: L’area subalpina si conferma terreno fertile per giovani talenti.
Segue elenco di autori subalpini più o meno piedistallati, dal più stagionato al più giovane, da Carlo Fruttero alla rivelazione dell’anno, Paolo Giordano. I nomi citati sono parecchi, tutti più o meno noti, anche se mancano i due che prediligo, Sebastiano Vassalli e Davide Longo.
Ora, non voglio cadere nel gioco di chi c’è o non c’è in elenco, nè cedere alle suggestioni di improbabili statistiche sulla distribuzione geografica degli scrittori, come si adombra nell’articolo in questione.
Mi fermo invece sul domandone posto dal giornalista del Sole: se il Piemonte è fucina di tanti talenti, qual è il motivo?
Ecco le risposte di alcuni scrittori intervistati.
Qui c’è sempre stato un microclima favorevole. La marginalità geografica ti preserva dalle distrazioni e ti dà tempo di riflettere” dichiara Ernesto Ferrero.
Siamo un pò defilati– sostiene Luca Bianchini- e questo ci permette di osservare meglio gli altri.”
E ancora Giuseppe Culicchia: “Chi scrive ha bisogno di stare isolato e Torino aiuta, non ci sono troppe distrazioni. Fossi nato a Roma avrei fatto lo scrittore?
Insomma, chiosa l’articolista, la regione pedemontana offre un’atmosfera ideale per la scrittura. Non solo, questo presunto isolamento dovrebbe formare il carattere. Di conseguenza mica ci si accontenta di scrivere, no, avanti Savoia, si devono scalare le classifiche, ed ecco spiegata l’insorgenza dei Baricco, delle Oggero, financo dei Faletti, fino a giungere agli ultimi due supervincitori di superpremi, Paolo Giordano con lo Strega e Benedetta Cibrario con il SuperCampiello.
Le altre regioni sono servite, si rassegnino. Voialtri che giocate col pennino fuori Piemonte, piegate il capo di fronte a questo novello imperio subalpino!
Invero, questo autoincensamento non mi pare in linea con il presunto understatement del carattere piemontese. E il senso della misura? E la riservatezza?
E poi: Torino conta quasi novecentomila abitanti, ha ospitato le Olimpiadi invernali, tanto per dirne una, possibile che non ci sia niente niente? E’ perfettamente collegata al resto d’Italia e d’Europa, possibile che sia così isolata? E i torinesi, i piemontesi, scrittori e non, vivono tutti dentro celle frigo in magnifica solitudine? A Roma, visto che è stata citata, ci sarà pure qualche distrazione in più, ma questo impedisce per forza di scrivere?
Chiaro che si tratta di boutade, più da campanile dello scrittore che da indagine statistica. Però. Tralasciando ulteriori considerazioni su quel sottile male del luogocomunismo che tende ad affliggere lo scrittore (quanto più se “affermato”) davanti a una qualunque domanda di un qualunque cronista, forse sarebbe bene non farsi prendere la mano dal vouyerismo del proprio orticello.
E poi mi chiedo: ha senso cercare un filo comune che percorra la narrativa degli autori piemontesi? E più in generale, ha senso cercare delle caratteristiche che accomunino gli scrittori milanesi, o quelli emiliani, o quelli romani, o quelli veneti, o quelli sardi, o quelli napoletani? E che senso ha parlare di scrittori piemontesi, romani, milanesi, liguri ecc. ecc.?
In effetti qualcuno, ogni tanto, cede alla tentazione di parlare di “ondate”, con annunci roboanti tipo: arriva la nuova ondata di scrittori emiliani! ecco la nuova ondata di autori partenopei! e tutti giù a capire chi sia il nuovo Paolo Nori piuttosto che il novello Saviano.
Non so quanto ci sia di spontaneo, in questa mania delle “ondate”, quanto di movimento “dal basso”, come si suol dire, piuttosto che di trend incoraggiato dalle case editrici, visto che è da quest’ultimo imbuto che si deve passare per la pubblicazione.
Ci sarebbe poi parecchio da dire sugli stilemi di genere, e sull’innocente (o forse coatta?) omologazione di molti esordienti appartenenti a specifiche aree geografiche, che, a mio parere, spesso si abbandonano a canoni replicanti quel certo autore che vende tanto. Per dire, sarà un fenomeno casuale, ma tra gli scrittori torinesi mi sembrano piuttosto numerosi i Baricco addicted.
La mia impressione è che dalle nostre parti ci sia un panorama-arcipelago quanto mai frammentato, composto da tante repubblichine un pochetto autoreferenziali, spesso alimentate dalle flebo editoriali, dove domina l’amore per il giardinetto sul retro di casa.
In questo mare resiste qualche audace in grado di navigare non di conserva, fuori dai grandi convogli, ma mi sembra sempre più difficile, tra le nuove generazioni, trovare qualche autore che riesca a liberarsi da questa dimensione tutto sommato provinciale (anche quando l’ambientazione è metropolitana).
Con questo non voglio dire che preferisco ignorare paesi e paesaggi, ambienti e ambientazioni, ed evitare che lo sguardo si posi su ciò che è intorno a noi. Però preferirei veder utilizzare questo “particulare” come una rampa di lancio, e non come l’area delle girotondazioni dell’autore.
Bisognerebbe tenere a mente la lezione di Gianni Celati, che parte dall’osservazione di quello che trova lungo la sua strada per far arrivare al lettore l’inesprimibile che è nell’animo umano.
Mi è rimasto in testa un magma di pensieri dopo aver ascoltato Gianni Celati, in febbraio, in un memorabile incontro al Circolo dei Lettori di Torino. Però qualcosa è precipitato nelle mia memoria, come la concezione del racconto come un bilanciamento di pesi e contrappesi, di vuoti e intensità. E l’esortazione a seguire la via dell’errore, e delle fantasticherie, abbandonando la retta via della volontà programmatica.
Lezione appresa benissimo, direi, da Franco Arminio nel suo libro Vento forte tra Lacedonia e Candela (infatti nei ringraziamenti finali cita proprio Celati). Basti citare questo suo pezzo:”Adesso viviamo d’indigestioni. Io riesco a sfornare un po’ di pagine solo partendo da un disturbo, da un tentativo di restaurare un danno che io stesso continuamente mi procuro. Andando in giro per questi posti ho pensato che noi non siamo più attrezzati per la solitudine, per le giornate vuote, per il tempo che passa lontano dalla baldoria dei telefonatori e degli appuntamenti…”
E ancora:”Non propongo una mistica del minore e dell’anonimo. Stendo semplicemente le mie righe, vado avanti, cerco parole nuove e trovo solo parole che servono a ingrassare il mio disagio. Mi consolo pensando che la paesologia ha una sua ragion d’essere, magari per dire quelle inezie che i giornali o la televisione non sanno più dire. Loro devono raccontare gli eventi e nel paese l’evento più importante è proprio questo non esserci dell’evento.”
Ma per un paesologo di lusso come Arminio, quanti ce ne sono di mediocri? Quanti che girotondano i propri quartieri o paeselli come un compitino scolastico?
E, comunque: possibile che siamo ancora così sovrastati dall’ombra del campanile? (con il bene che voglio al campanile del mio paese).

26 pensieri su “Il campanile dello scrittore

  1. Chiara Daino

    Il mare non ha paese nemmeno lui, ed è di tutti quelli che lo stanno ad ascoltare.
    [ Luigi Pirandello ]

    … e fosse, Paolo, solo “orgoglio regionale”! In quel della Liguria – in quel della Superba, l’ombelico si restringe ai quartieri [ in periodi di particolare * apertura * – è bene sottolinearlo… ]

    Nulla contro il campanilismo [ il mio Marte è il miglior pianeta possibile ], pur: del campanile la parte che preferisco è – la campana…

    For whom the bell tolls
    Time marches on
    For whom the bell tolls

    Take a look to the sky just before you die…

    http://www.youtube.com/watch?v=G63YItfPDG4

    Un abbraccio [ oltre i confini ]

    Chiara

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  2. cf05103025

    Per altro, Paolo, mi pare che proprio Calvino, il ligure, dicesse che Torino era un città di pittori, poco adatta agli scrittori; anche De Chirico Giorgio trovava Torino “magica”, ideale per le sue atmosfere al sentire del pittore.
    In fondo, in fondo, da semitorinese, credo siano tutte impressioni, supposizioni, illusioni o balle.

    E poi il Piemonte è grande davvero, e non è Torino.
    In Fenoglio Torino non c’è per nulla.
    In Pavese c’è, ma il sogno di una langa favoleggiata, più che altro immaginata, persiste potente in tante pagine.
    Arpino, ch’era grande davvero, pur essendo braidese, ad una certa Torino c’azzecato puntualmente, come una freccia aguzza.

    Poi, la Torino letteraria, cioè dei narratori d’adesso, non la conosco per nulla, cioè pur abitando a Torino, non conosco quasi uno scrittore torinese, forse due, ma di piccolo cabotaggio,
    forse se ne stanno davveri tutti rintanati nelle loro fortezze,
    forse quelli “in” si ritrovano tra di loro.
    io sto nel mio stambugio.

    Questa è una città estremamente stratificata, qui, in certi salotti non ci entri mai se non da morto, o neanche morto.

    MarioB.

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  3. lucy

    torino è davvero magica, potessi tornerei a viverci. e in genere il piemonte ha qualcosa che altri luoghi non hanno. la fioritura di scrittori si spiega forse con una reazione a tanti secoli di marginalità, come una lunga gestazione. francamente certi nomi non mi dicono niente, mentre grandi del ‘900, in vita o defunti, ce n’è a bizzeffe.
    parlo per quello che ho capito io: certe regioni offrono delle caratteristiche prevalenti, almeno sul piano dei motivi ispiratori, poi gestite in modo diverso dai vari scrittori. il veneto mi sembra (e su lpels un po’ se n’è parlato, se non m’inganno) più nettamente ritagliato da questo punto di vista. mi sembra che addirittura la lingua si porti dietro la distanza che separa i diversi dialetti dall’ufficialità, in modo non evidente, ma sottile. non saprei dire del piemonte sul piano tematico (meno ancora linguistico: mai capito niente) nonostante una discreta conoscenza del paesaggio. vassalli non mi pare, per molte ragioni,”piemontese”.

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  4. Paolo Cacciolati

    In effetti pure Voltolini si difende bene; Marino, ti riferisci ai racconti di Forme d’onda? Di Voltolini ho letto solo quelli,a parte qualche boccone delle Scimmie.
    Ciao Marino
    P.

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  5. marino

    c’é un libro, introvabile credo perché di una casa che non esiste piú mi pare, ( Quiritta ) si intitola I confini di torino. e poi ha scritto anche In gita a Torino
    con Voltolini. Dario é uno che si emoziona davanti ai vecchi muri di mattoni. E’bello il pezzo che hai fatto.

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  6. cf05103025

    Cos’è o sarà Bariccoaddicted?
    Cioè è uno barricato, ovvero l’han messo in botte?
    O l’han preso a botte?
    O uno che scende da’n gnufo col volto verde
    ma col capino ricciolino?

    Ciò mi risulta ‘rmetico o emetico, de gustibus.

    MarioB.

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  7. Paolo Cacciolati

    @Mario: l’unico vino che non reggo è proprio il barrique, quindi in Baricco nomen omen?

    @Frank: ma come? isolata la patria dell’abatino? e io che son nato in un paesotto noto solo per aver dato i natali a Santorre di Santarosa patriota e al general Arimondi che si autodistrusse ad Adua?
    Ciao Frank

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  8. lucy

    posso dedurre che a qualcuno baricco non piace? evvài! no perché mi trovo sempre in mezzo a gente che lo adora e mi sento proprio una scemetta, e taccio.

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  9. cf05103025

    A proposito di Dario Voltolini, ch’è bravo:
    ha pure scritto un lavoro a quattromani, diciamo così, accompagnando coi suoi testi le magnifiche opere, disegni, incisioni, acquerelli dell’ottimo Giacomo Soffiantino; una sorta di carnet de voyage dedicato a Torino, davvero bello.

    Poi, vorrei qui ricordare la rivista Maltesenarrazioni, nata in Piemonte anzi, in provincia,tra Asti e Alessandria e il Genovesato; putroppo non esiste più, ma è stata vivissima, mezzo di comunicazione vitale tra tanti esordienti, ricercatori e scrittori ben più giovani di me.
    Alcuni hanno pubblicato poi anche presso editori importanti.
    Matteo Galiazzo, interessante scrittore, che ora non scrive più, è uscito tre volte con Einaudi.
    Di Marco Drago non dico, perché è un amico,
    uscì per Feltrinelli.
    Ernesto Aloia ha pubblicato da Minimumfax e ora Rizzoli.

    Mi pare di aver cominciato a corrispondere, a simpatizzare con Marino Magliani proprio tramite Maltese :-)))

    MarioB.

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  10. cf05103025

    @Fabrizio,
    per piacere,
    Fabrizio, la scuola di scrittura, no, no…:-(,

    magari una scuola per stipettai, ebanisti, tubisti, elettricisti, decoratori, stuccatori, atc. sì 🙂

    Rispondi
  11. Paolo Cacciolati

    Una scuola di scrittura? uhm, a quanto ne so funzionano più o meno così:
    -il partecipante sborsa una cifretta, tipo 200 euro per 4 incontri
    -nel primo incontro ci si presenta, il “maestro” legge un racconto di Salinger/Auster/Carver (o di un altro che finisca con la er), poi dice agli “allievi” visto com’è bravo? adesso scrivetelo voi un racconto
    -nel secondo incontro gli “allievi” leggono i loro racconti e vengono esortati a commmentare i lavori altrui: è il momento della rissa.
    -nel terzo incontro il “maestro” dice adesso vi leggo un altro racconto di Salinger/Auster/Carver così capite meglio e mi scrivete il vostro racconto definitivo.
    -nel quarto incontro viene invitato a parlare un altro “maestro” che spiega le sue fantastiche avventure editoriali, gli allievi consegnano i compiti definitivi con promessa di pubblicazione sulla rivista vattelapesca e ricevono attestato di benemerenza.
    I maestri ringraziano.

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