Israeliani e palestinesi, parla il dolore

Da oltre dieci anni un’esperienza di riconciliazione fra 500 persone che hanno avuto un lutto nel conflitto mediorientale

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IL CASO. Il no alla violenza di «Parents Circle», gruppo che unisce genitori delle due fazioni accomunati dall’aver perso in guerra una persona cara

DI GIORGIO BERNARDELLI
Le prime immagini televisive di una guerra sono sempre le macerie. Case, tetti, vetri, stra­de: tutti ridotti in mille pezzi dalle esplosioni. Ci sono però anche ma­cerie più nascoste, che difficilmen­te arriviamo a vedere. Sono quelle di chi con fatica, anche nel cuore di un conflitto, non ha mai smesso di costruire ponti di riconciliazione. E ora – sotto il fuoco degli F16 israe­liani come dei razzi palestinesi – vede anche tutto questo andare in frantumi.
Come vivono queste ore terribili di guerra a Gaza tutte quelle associa­zioni che hanno fatto dell’incontro tra israeliani e palestinesi la loro ra­gione di vita? Una testimonianza molto significativa ci giunge dal Pa­rents Circle, il gruppo che da oltre dieci anni vede insieme genitori i­sraeliani e palestinesi accomunati dal fatto di aver perso in questo conflitto un proprio caro. Si incon­trano, provano a capire ciascuno il dolore e dell’altro e a dare una te­stimonianza forte: «Se noi, che ab­biamo pagato il prezzo più alto, riu­sciamo a parlarci – dicono con una semplicità disarmante – perché in Israele e in Palestina non dovrebbe­ro riuscirci anche tutti gli altri?». Lo hanno ripetuto anche in questi giorni con una breve presa di posi­zione ufficiale in cui affermano che «la soluzione del conflitto non può venire dalla violenza» e che «la ri­conciliazione tra i due popoli è l’u­nica garanzia di una pace duratu­ra ». Ma ancora più forte è la testimo­nianza personale che uno di questi genitori (in tutto sono circa 500) ha proposto sul sito www.theparent­scircle.com. Il 1° gennaio Robi Da­melin – la madre di David, un sol­dato israeliano ucciso nel 2002 a un posto di blocco nei pressi di Ofra, nei Territori palestinesi – ha messo per iscritto il proprio stato d’animo rispetto alla nuova tragedia che si sta consumando. «Piacerebbe an­che a me vedere tutto bianco o tut­to nero, senza quelle tonalità di gri­gio che insistono a ricordarmi che non ho il monopolio della verità – scrive Robi Damelin –. Come mi piacerebbe affrontare la vita senza pormi troppe domande. Ma la sola cosa di cui sono certa è che, quan­do i media se ne vanno, chi ha per­so una persona cara sperimenta nel cuore un dolore tanto grande che hai la sensazione di bruciare. E questo dolore non ha colore: non è verde oppure azzurro e bianco (i colori delle bandiere di Hamas e di Israele ndr). Questo dolore non ha identità politica. E resta sempre con te, indipendentemente da qua­le maschera tu scelga di indossare in un determinato giorno».
A partire dalla sua tragedia Robi prova a immedesimarsi con altre donne. «La madre di Gaza ha pro­vato subito terrore quando – alcuni giorni fa – ha visto sparare 80 razzi contro le città israeliane che si tro­vano poco lontano. Sapeva certa­mente dall’inizio che sarebbe stata lei a pagarne le conseguenze. Che avrebbe pagato cara la bravata dei suoi leader che si rifiutavano di rin­novare un qualsiasi accordo. Ha av­vertito che lei e tutti i suoi vicini, ancora una volta, sarebbero stati le vittime di politici che – da entram­be le parti – conoscono solo la vio­lenza come via per risolvere i conflitti, indipendentemente da quan­to abbiano ragione o meno. E que­sta madre, come quella di Sderot, non ha nessuna risorsa a disposi­zione per proteggere i propri cari dalla violenza».
Per Robi Damelin è la logica del ‘bianco o nero’, l’incapacità di ca­pire che ci sono anche le ragioni dell’altro, la causa dei conflitti.
«Proviamo invece a guardare alla realtà – continua – con gli occhi dei bambini da troppo tempo imprigio­nati in questa spirale di vendetta. Loro gridano piangendo di smetter­la di uccidere. Ma nessuno li sente.
Tutti sono impegnati a giustificare la loro causa, infiammati dai loro sostenitori che vivono lontano, do­ve i bambini non vestono un’u­niforme e non soffrono la penosa vita quotidiana dei palestinesi. Ma – oserei dire – non sono neanche i bambini che vivono nei kibbutz e nelle città intorno a Gaza. È facile dire ‘non bisogna scendere a com­promessi’ quando si sta seduti in un posto sicuro e niente ti mette al­la prova. È facile non scendere a compromessi quando i tuoi bambi­ni non hanno fame, e possono an­dare a scuola, costruirsi un futuro».
Eppure i nemici del compromesso non abitano solo in Paesi lontani.
Ce ne sono tanti anche sulla prima linea di questo dramma. «Quelli che rimangono imprigionati nella logi­ca del bianco o nero, quelli che vi­vono nelle città attorno a Gaza sventolando le loro bandiere azzur­re e bianche e hanno accolto con un sospiro di sollievo la notizia di questa guerra – scrive Robi Damelin –. In realtà non vedono il grigiore di un futuro riempito da altre genera­zioni di odio da parte dei propri vi­cini e di razzi, possibilmente più so­fisticati, per distruggere la loro pace interiore e le loro case. Non ci pos­sono essere vincitori in questa guer­ra. Solo altri cuori spezzati».
Che fare, allora? «Una cosa è certa – risponde la madre di David, soldato israeliano ucciso dai palestinesi – dobbiamo parlarci, e affrontare la verità. Quella che dice che nessuna delle nostre due nazioni scompa­rirà in una scia di fumo. E dobbia­mo anche imparare a scendere a compromessi per il bene di quei bambini che implorano salvezza.
Dobbiamo smetterla con il metodo della vendetta e cercare nuove stra­de che non comportino l’uccisione di innocenti. Possiamo certamente trovare una strada per vivere pacifi­camente in maniera dignitosa gli u­ni accanto agli altri. Per conto mio – conclude Robi Damelin – conti­nuerò il mio lavoro con il Parents Circle. Non con i giudizi in bianco e nero, ma sempre con una tinta di grigio e la convinzione che la vio­lenza genera solo altra violenza».

pubblicato su Avvenire il 7 gennaio 2009

5 pensieri su “Israeliani e palestinesi, parla il dolore

  1. fides&ratio

    “Possiamo certamente trovare una strada per vivere pacifi­camente in maniera dignitosa gli u­ni accanto agli altri”

    speriamo.

    F&R

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  2. Giocatore d'Azzardo

    Da qualunque parte la si guardi, questa guerra è una sporca guerra che fa solo danni. Ha ragione questa Madre: i morti sono morti e non conta il colore della bandiera.

    Blackjack.

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  3. Piero Caluori

    C’ E’ IL LUPO E C’ E’ L’ AGNELLO. QUALCHE LUPO RARAMENTE MUORE MENTRE AZZANNA LE MANDRIE DEGLI AGNELLI. SON FORSE UGUALI? UGUALE E’ LALORO MORTE PER NUMERO E VIOLENZA ?

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  4. Giovanni Nuscis

    «Proviamo invece a guardare alla realtà – continua – con gli occhi dei bambini da troppo tempo imprigio­nati in questa spirale di vendetta. Loro gridano piangendo di smetter­la di uccidere. Ma nessuno li sente.
    Tutti sono impegnati a giustificare la loro causa, infiammati dai loro sostenitori che vivono lontano, do­ve i bambini non vestono un’u­niforme e non soffrono la penosa vita quotidiana dei palestinesi.”

    Ma ben vengano gruppi come il Pa­rents Circle. Nel loro piccolo, sono un esempio vincente di convivenza, seppure originato da una tragedia comune.
    Viene allora naturale il pensiero, o il sogno, di poterli disarmare completamente, questi due popoli, obbligandoli a vivere assieme, israeliani e palestinesi, scuole e classi miste, condomini misti, e così i luoghi di lavoro, i ritrovi; con l’ausilio di forze di pace costituite non da militari ma da psicologi ed esperti di conflitti interpersonali; aiutandoli inoltre economicamente e culturalmente affinché si crei a poco a poco, pur con le immaginabili difficoltà, una modalità di convivenza tra i due popoli. Sarà pure un sogno, ripeto, ma vorremmo tanto crederci.
    Giovanni

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  5. Ariemma

    Su ciò che sta accadendo a Gaza sarebbe utile prendere in esame le considerazioni di Baremboim, a partire dalla musica. Ne parlo sul mio blog

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