di Giorgio Israel
I rapporti ebraico-cristiani sembrano essersi incagliati dentro un arcipelago di scogli: quando sembra che ne sia stato evitato uno ne emerge un altro e le cose sembrano andare di male in peggio. Cosa accade? Cosa sta bloccando un processo che fino a poco tempo fa sembrava orientato nella direzione più promettente?
Cominciò con il Concilio, con la “Nostra Aetate”, proseguì con la visita di Giovanni Paolo II alla Sinagoga di Roma e poi al Muro del Pianto di Gerusalemme. Il processo sembrava inarrestabile. Lo contrassegnava l’ammissione dei torti inflitti al popolo ebraico, la cancellazione dell’accusa di deicidio, il riconoscimento del legame profondo tra la Casa di Israele e la Civitas cristiana: fratelli “maggiori” e “minori”. Questa via dei rapporti era giusta e inevitabile ma, alla lunga, non poteva (non può) bastare. Il riconoscimento di un legame non può arrestarsi alla declamazione ma deve proiettarsi nel futuro e sostanziarsi di fatti nuovi. La doverosa ammissione dei torti inflitti non può tramutarsi in un processo infinito, in un elenco senza fine e continuamente riaperto: nessuno può restare in perpetua penitenza per le colpe compiute dai padri. D’altra parte, nessuno può pretendere di mettere una pietra sopra la storia dell’antisemitismo. Bisogna saper tracciare un confine tra memoria e analisi storica da un lato e azione presente dall’altro: se l’una pesta continuamente i piedi dell’altra diventa impossibile pensare in modo oggettivo il passato e costruire in modo libero il futuro. La memoria è fondamentale ma deve saper essere usata. Viene in mente, al riguardo, quel che scriveva Henri Bergson del cervello: non una macchina per immagazzinare ricordi, ma piuttosto per selezionarli in funzione del nostro slancio vitale, e che ci permette di vivere e costruire il nuovo in quanto esclude dalla nostra visione gran parte del passato che nella sua totalità preme su di noi e ci soffocherebbe.
La continua intersezione tra memoria e azione – di cui sono prova le polemiche su Pio XII, sempre in bilico tra storiografia libera dai condizionamenti del presente e polemiche contingenti – è una delle ragioni per cui è impotente il tentativo di esorcizzare con la memoria il ritorno delle intolleranze passate. Il 17 gennaio non si terrà l’annuale incontro ebraico-cristiano, mentre il 27 gennaio dilagherà la Giornata della memoria. Non è un buon risultato. Esso testimonia il prevalere del passato sul presente. Non è la via giusta per superare incomprensioni, combattere i pregiudizi e, in particolare, l’antisemitismo. In fondo, il modo migliore per combattere quest’ultimo è affermare la vitalità positiva della presenza ebraica nel mondo. Il modo migliore di sviluppare i rapporti tra ebraismo e cristianesimo è di rivolgere lo sguardo al futuro.
Va riconosciuto al Cardinale Ratzinger di aver compreso questa necessità e di aver tentato di superare i limiti del dialogo dei primi decenni. Egli ha preso di petto la questione alla maniera sua, andando oltre i sentimenti e la storia, e affrontando la questione teologica. Il documento del 2001 della Pontificia Commissio Biblica su “Il popolo ebraico e le sue Sacra Scritture nella Bibbia cristiana” rappresenta il contributo più decisivo in questa direzione. Esso si basa su tre principi: 1) l’Antico Testamento è fondamentale per il cristianesimo, perché ove esso se ne congedasse decreterebbe il suo dissolvimento; 2) cristianesimo e giudaismo si sono divisi sul tema della divinità di Cristo ma questo dissenso deve essere rigorosamente epurato da ostilità che conducano all’antigiudaismo; 3) il dialogo è possibile sulla base di questo patrimonio comune. Dovremmo aggiungere che questo è molto più di un dialogo, perché l’esistenza della matrice comune rende il rapporto inevitabile, imprescindibile. Il libro “Gesù di Nazaret” è uno sviluppo della direzione indicata nel documento del 2001. Non a caso esso ha come nucleo di partenza il confronto con le tesi del’autorevole rabbino Jacob Neusner. Naturalmente, un simile confronto è possibile se esclude ogni forma di pasticciato sincretismo: esso ha senso se ciascuna parte sta solidamente assisa sulla propria fede. È un approccio che dovrebbe essere apprezzato da chi teme la tentazione del proselitismo e del dialogo fatto con l’intenzione di convertire anziché con quella di ascoltare e capire. E in tal senso è stato apprezzato da molti sia in ambito cattolico che ebraico. Per esempio, secondo il rabbino David Berger, una volta rimosso l’“insegnamento del disprezzo” e il suo cardine, la “teologia della sostituzione” – ovvero la tesi secondo cui l’elezione di Israele è stata revocata e sostituita con quella conferita alla Ecclesia cristiana – i cristiani hanno il diritto di affermare che l’ebraismo sbaglia attorno a questioni centrali come quella della divinità di Gesù ed hanno anche il diritto di aspirare a che gli ebrei la riconoscano alla fine dei giorni o di affermare che la salvezza è più difficile per chi non è cristiano. Secondo Berger, la posizione ratzingeriana, in quanto evita un “doppio standard”, è più rispettosa per l’ebraismo di molte altre. Ma non tutti l’hanno vista in questo modo, ed hanno anzi reagito a questo indirizzo con fastidio, parlando di nuovi tentativi di conversione e di appropriazione. E così è riemerso tutto il vecchio bagaglio delle diffidenze, in una confusa miscela che ha messo insieme le conversioni forzate con la questione di Pio XII e con la preghiera del Venerdì santo, e financo le diffidenze politiche nei confronti del Papa “di destra”. Come spiegare altrimenti l’indulgenza con cui furono accolte certe pesanti dichiarazioni circa «la necessità di giungere a superare le tradizioni religiose quando non sono più autentiche» (con esplicito e polemico riferimento all’ebraismo) quando venivano dal Cardinale Martini, ovvero dalla Chiesa “democratica” e “di sinistra”?
Sta di fatto che con il discorso di Ratisbona Benedetto XVI ha mostrato in modo inequivocabile quale matrice culturale desiderava valorizzare: il messaggio etico giudaico-cristiano nella sintesi storica che ha trovato con il razionalismo della cultura greca. Oggi qualcuno ha letto come una rinunzia, come un abbandono, la sua recente dichiarazione che, in senso stretto, il dialogo interreligioso non è possibile. In realtà, quella dichiarazione, da un lato ripropone il consueto richiamo a non cadere nel sincretismo; d’altro lato non riguarda in senso stretto il tema che ci riguarda. Difatti, come abbiamo sottolineato, qui parlare di “dialogo” è persino improprio. Difatti, il dialogo avviene tra posizioni che hanno matrici diverse, mentre il rapporto tra ebraismo e cristianesimo si colloca oltre il dialogo: essi hanno una radice comune che può essere oscurata dalle incomprensioni ma è là, solida come una pietra. Chi legga senza pregiudizi e con mente aperta le Sacre Scritture riscopre continuamente come entrambe le fedi si nutrano del medesimo comune patrimonio, in cui primeggia la preoccupazione di porre la verità come base fondamentale dell’esistenza: «Il Signore è vicino a tutti quelli che lo avvicinano / A tutti quelli che lo invocano in verità» (Salmo 145).
È stato quindi un errore ritenere che quell’affermazione riguardasse strettamente i rapporti ebraico-cristiani e, in particolare, che escludesse il confronto sul terreno teologico. Che cosa sono stati il documento del 2001 e il libro “Gesù di Nazaret” se non un confronto sul terreno propriamente teologico con l’unica religione con cui il cristianesimo può farlo?
Certo, accanto a molti che hanno salutato con favore un approccio di questo genere – come il già citato rabbino Neusner – le resistenze vi sono state e sono state tante. Sarebbe lungo elencarle. Vi è senza dubbio ancora in campo un accanito antigiudaismo cattolico. Ne abbiamo avuto la prova in questi giorni. Tutto va bene fino a che non ti permetti di criticare: alla minima osservazione c’è chi salta su come morso dalla tarantola. Poi c’è il diffuso terzomondismo del mondo cattolico di sinistra che sfocia in un filoislamismo privo di qualsiasi seria base culturale, ostinato fino all’autodistruzione e che finisce col tingersi di antigiudaismo.
Delle resistenze in ambito ebraico abbiamo accennato ma per approfondirle converrà fare un’osservazione generale. In un libro, recentemente tradotto in italiano (“L’idea messianica nell’ebraismo”) Gershom Scholem ha ricordato che l’ebraismo si è sempre mosso storicamente attorno a tre forze: conservatrici, restauratrici ed utopiche. Le prime mirano a preservare l’esistente e a difendere l’identità ebraica racchiudendola dietro la difesa della “siepe della Torah”, ovvero il rispetto rigoroso dei precetti (Halakhah). Le seconde mirano a ricreare l’ideale di un passato perduto. Le terze sono alimentate da una visione utopica del futuro. La tensione messianica, osserva Scholem, si è sempre sviluppata nel campo delle ultime due, mentre la prima non vi ha giocato alcun ruolo, pur avendo avuto una fondamentale funzione nel preservare l’identità dell’ebraismo in esilio.
Dal 1945 l’ebraismo europeo si è praticamente dissolto e il baricentro dell’ebraismo mondiale si è trasferito negli Stati Uniti e in Israele. Due erano le componenti principali dell’ebraismo europeo: quella laica e illuministica che aveva abbandonato la tradizione per la cultura scientifica e politica europea, e l’ebraismo della “siepe della Torah”. La tensione messianica aveva poco spazio, anche perché il sionismo era minoritario: in fondo, alla fin fine i dreyfusardi avevano vinto. Nel 1945 l’ebraismo della “siepe della Torah” appare distrutto dal nazismo, l’ebraismo illuminato in parte è distrutto, in parte è dissolto nell’emigrazione o aderisce al sionismo. La Seconda guerra mondiale poteva segnare la fine dell’ebraismo mondiale – e di fatto ne ha segnato la quasi completa dissoluzione in Europa – se il sionismo non avesse rappresentato una nuova vitalità nella direzione dell’utopia messianica. Perciò il fattore vitale dell’identità ebraica contemporanea con cui occorre fare i conti per stabilire un dialogo autentico è, in primo luogo, il sionismo. Accanto ad esso, occorre tener conto di tutte quelle correnti dell’ebraismo mondiale che sono attivamente impegnate a sviluppare il senso del messaggio ebraico sulle questione etiche e morali, secondo il principio bene espresso da Scholem che «un ebraismo vivo non può non opporsi risolutamente al naturalismo». L’ebraismo della “siepe della Torah”, persa la sua funzione di difesa identitaria a oltranza (che nella società contemporanea è un’illusione senza speranza), non ha interesse né per la questione teologica né per le questioni etiche, in quanto concepisce la religione come un’ortoprassi e perciò risolve in questa le norme etiche e chiude ogni spazio alla dimensione teologica.
Nel 1945 l’ebraismo poteva morire se si fosse proposto soltanto come un’isola identitaria che chiedeva al mondo il diritto di sopravvivere senza dare nulla in cambio. Così non è stato, non soltanto perché la cultura ebraica ha continuato a svilupparsi per il mondo (e non per sé stessa) ma, soprattutto, perché è nato Israele. E oggi Israele non è soltanto un rifugio degli ebrei ma un modello di come la democrazia basata sui valori della morale testamentaria e della fiducia nella ragione di matrice greca possa avere ancora senso per il mondo. Ricominciamo di qui: da un confronto su quello che le due religioni possono dare in termini di etica, morale, democrazia e in difesa di quello che è stato conquistato con enormi sacrifici in questi secoli, proprio sulla base dei fondamenti comuni. Ma da parte cattolica occorre accettare il fatto che oggi l’identità ebraica è in primo luogo Israele, e che la premessa per un dialogo senza diffidenza è dire alto e chiaro che la vita di Israele non è materia di trattative.
pubblicato su Il Foglio l’11 gennaio 2009

cioè, insomma, per tenere FEDE al proposito del capoverso finale, e quindi cercare un “modello di democrazia basata sui valori della morale testamentaria”, insomma, dai, tutti insieme appassionatamente, cerchiamo i nostri palestinesi da segregare e massacrare, solo così il “senso”, il nostro senso democratico e testamentario, apparirà in tutta la sua magnificenza, suvvia, che il confronto sia davvero alla pari, cercateli, i palestinesi nostrani, costruite muri attorno alle loro baracche, e il confronto, ecco, si apra, finalmente!
@Cleto: capisco le tue ragioni. Non per questo sei autorizzato a infangare tanti esseri umani, e pure un popolo, al cui interno esistono idee, movimenti e tensioni pacifiste. Le questioni poste da Giorgio Israel sono ben altre. Una cosa però va ricordata riguardo il fatto che questo papa legge la sua dottrina e la sua Verità come le uniche e più vere delle altre (confessioni). E questo, va da sé, in un dialogo interreligioso, è inaccettabile.
Scusa, Manuel, dove avrei infangato? Per favore misura le parole. Nell’ultimo capoverso dell’articolo si parla di Israele come modello di democrazia. Bene. Ma come si comporta Israele con i Palestinesi? O forse lo Stato di Israele – e scrivo proprio lo “stato”, che non è il popolo israeliano, ovvio – non segrega e massacra i palestinesi? Mi dispiace, ho un’altra concezione della democrazia. L’articolista è interessato al dialogo interreligioso, certo, purché lo stesso coinvolga solo una parte della chiesa cattolica, mentre un’altra parte, quella che definisce “democratica e di sinistra” (che è poi quella che si è espressa apertamente in solidarietà ai palestinesi, Cardinale Martini compreso), è tenuta fuori; come a dire: mi scelgo io chi di voi parlerà con me! Bell’esempio di democrazia.
Mi sembra che mescoli le carte un po’ alla rinfusa:il riferimento al cardinale Martini è specificatamente a una sua affermazione che metteva in dubbio l’autenticità di ‘certe tradizioni religiose’ (cioè l’ebraismo): e se permetti non ne aveva l’autorità. Comme nessun Rabbino capo si permetterebbe di mettere in dubbio l’autenticità della tradizione cattolica ( per altro codificata solo in tardo mediovevo, se non erro…)… le questioni di destra e sinistra lasciano il tempo che trovano in materia di confessioni religiose e di fede.
2) per quanto attiene il modello di democrazia israeliano: non so quali siano le tue conoscenze in merito alle questioni mediorientali, sta di fatto che è l’unico paese a quella latitudine in cui è consentita la libera espressione dellle proprie idee e del proprio culto, né sei perseguito penalmente(o peggio, corporalmente, come accade in Palestina) per il solo fatto di essere ad esempio, omosessuale… per il resto, a scanso di equivoci, sono contrarissimo all’invasione della striscia di Gaza, e sono per la pace, a ogni costo. Ma negare Israele( come negare la Palestina) mi sembra un insulto alla vita.
Uno dei lefebvriani “perdonati” nega l’Olocausto
Il Papa toglierà
la scomunica
al vescovo antisemita
Fulvio Fania
Città del Vaticano
Lo scisma di Econe non è ancora risolto ma siamo molto vicini. Per il clero di più basso rango non ci sarà bisogno di un analogo provvedimento. La scomunica infatti dipende dal fatto che i vescovi furono ordinati senza consenso papale.
Il vescovo Williamson, che cominciò a dir messa nella chiesa anglicana e poi si convertì al cattolicesimo, non è nuovo a dichiarazioni antisemite. Oltre vent’anni fa ripropose sul settimanale Catholic Herald l’esistenza del falso storico “Protocolli dei Savi di Sion”. La polemica sulla sua ultima intervista, registrata a novembre, è già esplosa, lontano dalle stanze apostoliche d’Oltretevere ma vicino alle terre natali di Ratzinger, in Germania oltre che in Svezia. Non è la prima volta. A Natale il capo dei lefebvriani tedeschi Franz Schmidberger, ha rilanciato con lettera circolare l’antica accusa di deicidio contro gli ebrei suscitando la protesta delle organizzazioni ebraiche.
La pace con i figli di Lefebvre porta dunque molti guai in Vaticano. Le loro posizioni politiche e “culturali” vanno ben oltre i dissensi, pur densi di significato, su come celebrare una messa.
Che Ratzinger volesse riammettere questi nostalgici, nemici giurati del Concilio e di ogni altra riforma nella Chiesa, era evidente da tempo. Appena eletto papa aprì le porte della sua residenza estiva di Castelgandolfo a Bernard Fellay, successore di Lefebvre alla guida della Fraternità San Pio X. Non si trattò di un accordo ma neppure soltanto di un atto di cortesia. Del resto, i rapporti non erano mai stati interrotti. L’apposita commissione Ecclesia Dei, voluta da Wojtyla, ha continuato per anni a cercare una via d’intesa. Con papa Ratzinger si è intensificata la politica del “carciofo” per cui alcuni gruppi tradizionalisti locali, dal Brasile alla Francia, sono stati riammessi nelle rispettive diocesi con statuti particolari. Il restauro liturgico ha fatto il resto. Dal 14 settembre dello scorso anno la messa tridentina, appena depurata dell’invettiva contro i “perfidi giudei” è stata riabilitata come libera scelta delle comunità di fedeli, grazie al decreto “Summorum pontificum”. Contemporaneamente il responsabile liturgico del papa ha guidato un progressivo restyling conservatore delle messe papali: fedeli in ginocchio per la comunione, ostia in bocca anziché nella mano, il momento solenne dell’eucarestia celebrato dando le spalle all’assemblea.
I lefebvriani vorrebbero di più, in pratica manderebbero volentieri al macero i documenti conciliari, incluso il decreto sulla libertà religiosa che, come si è scoperto, reca la firma dello stesso Lefebvre. Ma due dei più grandi ostacoli per la riconciliazione sono ormai rimossi: il dissenso sulla liturgia e la scomunica dei vescovi. Fellay ne aveva chiesto esplicitamente la revoca e ora l’ha ottenuta. Lo scisma è ormai depotenziato, molti seguaci sono ormai rientrati nelle file “ortodosse”. Resta da compiere l’ultimo atto: uno statuto speciale per la Comunità dei tradizionalisti. Il codice canonico e le stesse innovazioni conciliari offrono alcune possibilità. L’Opus Dei, ad esempio, gode di una “Prelatura personale” capeggiata da un vescovo, come se fosse una diocesi di dimensione mondiale.
Per i difensori del papa la pace lefebvriana è un gesto di magnanimità verso il “pluralismo” interno alla Chiesa. Per altri è un’ulteriore picconata a quello spirito innovatore del Concilio che, d’altra parte, Ratzinger ha sempre visto con sospetto: per lui infatti il Vaticano II non va interpretato come rottura ma in continuità col passato.
Sarà comunque imbarazzante per il Vaticano presentare agli interlocutori dell’ebraismo monsignor Williamson, negazionista in “comunione”.
23/01/2009 – “Liberazione”
mentre molti particolari del post di Israel non mi convincono, soprattutto quell’accenno finale alla democrazia, in vista dei recenti orrori e, aggiungerei, della repressione interna allo stato di Israele contro chi non è d’accordo con la politica del governo, preferisco dire qualcosa di più generale.
Non so ci siamo abbastanza interrogati su che cosa vuol dire “dialogo interreligioso”: le tre religioni monoteiste dell’Occidente hanno certo una matrice comune, relativa ad alcuni testi ritenuti sacri e ad alcuni profeti. Tuttavia ognuna di esse crede e sostiene e proclama di essere l’unica vera e santa religione e che gli altri sono persone che sbagliano e che perciò stesso avranno più difficoltà a “salvarsi”. In particolare l’idea di Israele di essere il “popolo eletto” è manifestamente incompatibile con qualsiasi relazione con altri popoli evidentemente non eletti, così come lo è l’idea cristiana e islamica degli “infedeli”. Siccome, per ragioni evidenti, è impensabile che ad un certo punto una, o due, di queste religioni riconosca di essere in errore e ne abbracci dunque un’altra, l’unica strada davvero perseguibile è quella che ognuna delle tre riconosca pienamente il diritto delle altre ad esistere, riconosca cioè la propria relatività all’ambiente nel quale essa è radicata e fiorente. Finché invece prevale l’atteggiamento assolutistico di pensare di essere inesorabilmente nel giusto, qualsiasi dialogo rimane un flatus vocis, o, peggio, un sotterraneo tentativo di convertire gli altri. L’uscita da questa storica impasse passa necessariamente attraverso un atteggiamento di rispetto e di riconoscimento agli altri di una pari dignità. Ma da questo, ahinoi, siamo molto lontani.
sottoscrivo in toto il grande sparz!
respingo l’idea che il terzomondismo di certa sinistra sfoci in floislamismo non sorretto da una seria base culturale finendo per tingersi di antisemitismo. ragionamento che alza barriere di filo spinato spaventose. difendere le ragioni di inermi (e qui si dirà che hamas non è inerme: ma hamas non è i palestinesi. come dire che le brigate rosse erano gli italiani o la sinistra italiana), difendere i deboli non significa dimenticare la shoah. ma proprio in nome della shoah appare quanto mai paradossale che israele infierisca con mezzi non convenzionali su dei disperati.va inoltre ricordato che israele è un paese in cui sono confluiti ebrei che nemmeno sapevano di esserlo e perciò l’equazione israele=ebraismo è un’equazione assurda, da cui deriva l’assurdo di produrre anche la successiva equazione sentimento antisraeliano=antisemitismo. in occidente bisogna restare lucidi e attivarsi per promuovere azioni di difesa dell’elemento debole, di volta in volta, nella questione israelo-palestinese. credo che questo papa poco abbia da offrire sul dialogo interreligioso. da teologo qual è, egli non può che respingere la differenza dichiarando, pur con tutta la delicatezza di cui è capace, l’essenza del cattolicesimo: l’universalità (e la sua supremazia). al che il *dialogo* è una chicca per dar da lavorare alla diplomazia vaticana. con la riserva mentale che dialogo non c’è e non può esserci.
anch’io sono d’accordo con sparz
No, nessuna pietra sopra alla storia dell’antisemitismo. Un pensiero che si basa su rimozioni e oblii non va lontano. E a me non interessa. Ma storicizzarlo, l’antisemitismo, questo sì, storicizzare l’olocausto, come del resto mi pare che anche Israel, con sue parole, dica. I processi e le dinamiche storiche sono ben singolari. Con un’immagine, che peraltro abbisognerebbe di ulteriori analisi, di ulteriori messe a fuoco, si può dire che non è infrequente nella storia vedere la vittima farsi carnefice. E, naturalmente, viceversa. Tentare di romperla, questa “dialettica” storica, sarebbe una conquista della civiltà.
Il card. Martini, nel libro “Le tenebre e la luce”, edito da Pemme, (che contiene un corso di esercizi spirituali del 2007 sulla Passione secondo Giovanni), a proposito del sinedrio e della sua condanna di Gesù scrive(cfr. http://magister.blogautore.espresso.repubblica.it/):
“Ci troviamo davvero di fronte al crollo di una istituzione, una istituzione – notiamo – che avrebbe avuto il compito primario di riconoscere il Messia verificandone le prove. Sarebbe stato questo l’atto giuridico più alto di tutta la sua storia. Invece fallisce proprio lo scopo fondamentale […] in vista del quale era sorta”.
E ancora:
“Si pone qui un problema gravissimo, quello della possibilità che un’istituzione religiosa decada: si leggono ancora i testi sacri, però non sono più compresi, non hanno più forza, accecano invece di illuminare. […] Le loro menti si sono accecate. Infatti lo spesso velo sino ad oggi rimane non rimosso quando leggono l’Antico Testamento, perché in Cristo soltanto esso si annulla. Anzi, fino ad oggi, quando si legge ad essi Mosé, un velo giace sopra il loro cuore”.
Qui il card. Martini si esprime allo stesso modo dell’antico testo liturgico tridentino.
Dunque, ammessa la necessità di fornire una lettura teologica meno ristretta del rapporto Chiesa/antico Israele (di quella classicamente espressa con la “teologia della sostituzione”), per quanto sia questione difficile, occorre dare atto a papa Benedetto di essere un autentico innovatore: paradigmatico è il modo con cui ha affrontato la famosa “Preghiera per i giudei” della liturgia del Venerdì Santo:
ha corretto l’antico messale, ma nello stesso tempo ha indicato l’autentica lettura della preghiera liturgica di quello nuovo.
La questione del dialogo ebraico-cristiano è insignificante perchè il Concilio Vaticano II è stato un suicidio dottrinale e la Chiesa Cattolica di fatto non esiste più, al massimo la si può considerare come una delle tante congregazioni protestanti. Quanto poi alla “democrazia” occidentale teniamo conto che tutti i reati d’opinione in vigore nelle cosiddette “democrazie” (in primis il divieto di ricerca storica)sono stati istituiti su istigazione della comunità ebraica !
certe volte leggere delle bugie-fesserie ci fa riconciliare con noi stessi: ci si sente meno in colpa per qualcosa che c’è sfuggito, perché non meritava forse l’obbligo di informazione, il nostro tempo, le nostre energie mentali. ci si sente meno ignoranti: e insomma, sarà anche ignoranza socratica, ma qualche volta è bello sentirsi un po’ meno out, no?
ringrazio michele fabbri di darmi in un colpo solo queste notizie inutili e questo senso di benessere. di solito mi sento cretina e sottoinformata.
michele fabbri: grazie di esistere!
Grazie Lucy, sei sempre molto carina…
Comunque puoi stare tranquilla, il sistema continuerà a fornirti informazioni rassicuranti, come quelle che si leggono su “IL FOGLIO”
Il dialogo interreligioso è una gran bufala, e serve a politicizzare sempre di più la fede delle persone, trasformandola di fatto in una mera appartenenza culturale.
in questo momento poi, Israele, lo stato di Israele, ha un palese conflitto di interesse, dunque farebbe bene a non porsi come portavoce del popolo ebraico in un tavolo di questo tipo, ammesso che sia veramente interessato al dialogo.
Bene, adesso vediamo di dar ragione di queste due affermazioni; per le ragioni espresse da Sparz, sembra evidente che un tavolo comune porta i partecipanti ad un bivio, bivio evidenziato anche nel post, rinunciare alla propria affermazione di essere portatori dell’unica verità a riguardo di Dio o sostenerla e rendere il dialogo di fatto impossibile.
La cosa scandalosa è che la necessità di questo tavolo di incontro è determinata, non da un progresso umano, bensì da un imbarbarimento delle principali religioni che vi partecipano, infatti uccidere un altro per la sua fede è non solo proibito da ogni religione, ma assurdo anche da un punto di vista laico.
Prima delle grandi trasformazioni sociali volute dagli imperi coloniali in oriente, la convivenza religiosa era una realtà, condizionata dalla religione dominante, certo, ma le più grandi e prospere comunità ebraiche erano in terre islamiche, in India le due grandi religioni convivevano senza gravi conflitti, la presenza greco ortodossa nella turchia era non solo tollerata, ma spesso a greci venivano affidati incarichi di governo.
Non per dipingere una situazione idilliaca, ma almeno per confrontarla con l’oriente attuale e con il progredito e democratico occidente che nega la preghiera pubblica ai musulmani immigrati.
Affermare che ci si salva meglio ad essere musulmani o ebrei o cristiani è un’affermazione che non ha senso criticare, a meno che non diventi un’affermazione politica, dal punto di vista di ogni religione la salvezza è indicata nel proprio cammino spirituale e non in un altro, diversamente i mezzi che le sono propri si relativizzerebbero e diventerebbero poco interessanti.
Rinunciare a quello che Israel chiama “la siepe della Torah” non solo è contrario all’identità religiosa del popolo ebraico (dell’identità etnica ne parleremo con calma altrove), ma pone il dialogante in una posizione incerta, e fa anche si che in nome di Dio si possano commettere crimini espressamente vietati dalla Torah stessa, (oltre che dalle moderne leggi internazionali) lo stesso vale per i cristiani e i musulmani, come per gli hindu o i buddisti, eccetera.
Io credo che è solo a partire da un’identità ritrovata, che solo nella consapevolezza che la propria fede è reale e fondante per la vita di ogni credente, solo nell’ortoprassi religiosa possa essere ritrovato il rispetto per l’altro, perchè questo si trova scritto nei fondamenti di ogni religione.
Per quanto riguarda il conflitto di interesse israeliano, rimanderei la discussione all’imminente giorno della memoria, che sembra esser diventata la nuova siepe, insieme al sionismo, ma è una siepe dietro cui si fanno cose poco religiose ed è sempre più debole, essendo la shoà una moneta inflazionata, per quanto drammatica, una moneta che assomiglia sempre di più ad un credito il cui interesse tende a superare il capitale stesso, ricalcando i modelli della finanza creativa.
Quello che Israel non dice è che questo nichilismo politico non può in nessun modo essere considerato una realtà religiosa.
Condivido molto di quel che dice Mario P.; aggiungo un altro importante esempio, nella storia dell’Occidente, di coesistenza pacifica e fruttuosa tra le tre religioni monoteiste. Il 31 marzo 1992 il re di Spagna ha solennemente abrogato il decreto di espulsione degli ebrei emanato esattamente cinque secoli prima dalla coppia di “reyes catòlicos” Francesco II d’Aragona e Isabella di Castiglia (soprannominata appunto “la Catòlica). Essi avevano già da qualche anno introdotto in Spagna la “Santa Inquisizione”, con le conseguenze che tutti sanno. Il 1492 dunque, oltre ad essere l’anno della spedizione di Colombo fu anche l’anno in cui definitivamente finì “un periodo unico di di coesistenza spirituale e intellettuale, di conoscenza collaborativa e di tensione comune tra le tre principali religioni monoteiste dell’Occidente. La consapevole interazione tra Giudaismo, Cristianità e Islam nella Spagna medioevale e nella Linguadoca si dimostrò essere non più riproducibile. A tutt’oggi, le testimonianze materiali di questa collaborazione — le iscrizioni in ebraico, latino e arabo e i manoscritti congiunti con i nomi dei maestri di medicina e di legge, islamici, ebrei e cattolici, che troviamo a Toledo, Narbonne e Montpellier — rimangono una testimonianza di ciò che fu e che non si è più ripresentato” (George Steiner, nell’articolo The great tautology contenuto nel volume No passion spent (Faber and Faber, Londra 1996). Molti particolari ad esempio in:
http://it.wikipedia.org/wiki/Isabella_di_Castiglia