16 pensieri su “La Chiesa, Israele e gli ebrei

  1. cleto

    cioè, insomma, per tenere FEDE al proposito del capoverso finale, e quindi cercare un “modello di democrazia basata sui valori della morale testamentaria”, insomma, dai, tutti insieme appassionatamente, cerchiamo i nostri palestinesi da segregare e massacrare, solo così il “senso”, il nostro senso democratico e testamentario, apparirà in tutta la sua magnificenza, suvvia, che il confronto sia davvero alla pari, cercateli, i palestinesi nostrani, costruite muri attorno alle loro baracche, e il confronto, ecco, si apra, finalmente!

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  2. manuel cohen

    @Cleto: capisco le tue ragioni. Non per questo sei autorizzato a infangare tanti esseri umani, e pure un popolo, al cui interno esistono idee, movimenti e tensioni pacifiste. Le questioni poste da Giorgio Israel sono ben altre. Una cosa però va ricordata riguardo il fatto che questo papa legge la sua dottrina e la sua Verità come le uniche e più vere delle altre (confessioni). E questo, va da sé, in un dialogo interreligioso, è inaccettabile.

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  3. cleto

    Scusa, Manuel, dove avrei infangato? Per favore misura le parole. Nell’ultimo capoverso dell’articolo si parla di Israele come modello di democrazia. Bene. Ma come si comporta Israele con i Palestinesi? O forse lo Stato di Israele – e scrivo proprio lo “stato”, che non è il popolo israeliano, ovvio – non segrega e massacra i palestinesi? Mi dispiace, ho un’altra concezione della democrazia. L’articolista è interessato al dialogo interreligioso, certo, purché lo stesso coinvolga solo una parte della chiesa cattolica, mentre un’altra parte, quella che definisce “democratica e di sinistra” (che è poi quella che si è espressa apertamente in solidarietà ai palestinesi, Cardinale Martini compreso), è tenuta fuori; come a dire: mi scelgo io chi di voi parlerà con me! Bell’esempio di democrazia.

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  4. manuel cohen

    Mi sembra che mescoli le carte un po’ alla rinfusa:il riferimento al cardinale Martini è specificatamente a una sua affermazione che metteva in dubbio l’autenticità di ‘certe tradizioni religiose’ (cioè l’ebraismo): e se permetti non ne aveva l’autorità. Comme nessun Rabbino capo si permetterebbe di mettere in dubbio l’autenticità della tradizione cattolica ( per altro codificata solo in tardo mediovevo, se non erro…)… le questioni di destra e sinistra lasciano il tempo che trovano in materia di confessioni religiose e di fede.
    2) per quanto attiene il modello di democrazia israeliano: non so quali siano le tue conoscenze in merito alle questioni mediorientali, sta di fatto che è l’unico paese a quella latitudine in cui è consentita la libera espressione dellle proprie idee e del proprio culto, né sei perseguito penalmente(o peggio, corporalmente, come accade in Palestina) per il solo fatto di essere ad esempio, omosessuale… per il resto, a scanso di equivoci, sono contrarissimo all’invasione della striscia di Gaza, e sono per la pace, a ogni costo. Ma negare Israele( come negare la Palestina) mi sembra un insulto alla vita.

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  5. Giorgio Di Costanzo (Ischia)

    Uno dei lefebvriani “perdonati” nega l’Olocausto
    Il Papa toglierà
    la scomunica
    al vescovo antisemita

    Fulvio Fania
    Città del Vaticano
    Lo scisma di Econe non è ancora risolto ma siamo molto vicini. Per il clero di più basso rango non ci sarà bisogno di un analogo provvedimento. La scomunica infatti dipende dal fatto che i vescovi furono ordinati senza consenso papale.
    Il vescovo Williamson, che cominciò a dir messa nella chiesa anglicana e poi si convertì al cattolicesimo, non è nuovo a dichiarazioni antisemite. Oltre vent’anni fa ripropose sul settimanale Catholic Herald l’esistenza del falso storico “Protocolli dei Savi di Sion”. La polemica sulla sua ultima intervista, registrata a novembre, è già esplosa, lontano dalle stanze apostoliche d’Oltretevere ma vicino alle terre natali di Ratzinger, in Germania oltre che in Svezia. Non è la prima volta. A Natale il capo dei lefebvriani tedeschi Franz Schmidberger, ha rilanciato con lettera circolare l’antica accusa di deicidio contro gli ebrei suscitando la protesta delle organizzazioni ebraiche.
    La pace con i figli di Lefebvre porta dunque molti guai in Vaticano. Le loro posizioni politiche e “culturali” vanno ben oltre i dissensi, pur densi di significato, su come celebrare una messa.
    Che Ratzinger volesse riammettere questi nostalgici, nemici giurati del Concilio e di ogni altra riforma nella Chiesa, era evidente da tempo. Appena eletto papa aprì le porte della sua residenza estiva di Castelgandolfo a Bernard Fellay, successore di Lefebvre alla guida della Fraternità San Pio X. Non si trattò di un accordo ma neppure soltanto di un atto di cortesia. Del resto, i rapporti non erano mai stati interrotti. L’apposita commissione Ecclesia Dei, voluta da Wojtyla, ha continuato per anni a cercare una via d’intesa. Con papa Ratzinger si è intensificata la politica del “carciofo” per cui alcuni gruppi tradizionalisti locali, dal Brasile alla Francia, sono stati riammessi nelle rispettive diocesi con statuti particolari. Il restauro liturgico ha fatto il resto. Dal 14 settembre dello scorso anno la messa tridentina, appena depurata dell’invettiva contro i “perfidi giudei” è stata riabilitata come libera scelta delle comunità di fedeli, grazie al decreto “Summorum pontificum”. Contemporaneamente il responsabile liturgico del papa ha guidato un progressivo restyling conservatore delle messe papali: fedeli in ginocchio per la comunione, ostia in bocca anziché nella mano, il momento solenne dell’eucarestia celebrato dando le spalle all’assemblea.
    I lefebvriani vorrebbero di più, in pratica manderebbero volentieri al macero i documenti conciliari, incluso il decreto sulla libertà religiosa che, come si è scoperto, reca la firma dello stesso Lefebvre. Ma due dei più grandi ostacoli per la riconciliazione sono ormai rimossi: il dissenso sulla liturgia e la scomunica dei vescovi. Fellay ne aveva chiesto esplicitamente la revoca e ora l’ha ottenuta. Lo scisma è ormai depotenziato, molti seguaci sono ormai rientrati nelle file “ortodosse”. Resta da compiere l’ultimo atto: uno statuto speciale per la Comunità dei tradizionalisti. Il codice canonico e le stesse innovazioni conciliari offrono alcune possibilità. L’Opus Dei, ad esempio, gode di una “Prelatura personale” capeggiata da un vescovo, come se fosse una diocesi di dimensione mondiale.
    Per i difensori del papa la pace lefebvriana è un gesto di magnanimità verso il “pluralismo” interno alla Chiesa. Per altri è un’ulteriore picconata a quello spirito innovatore del Concilio che, d’altra parte, Ratzinger ha sempre visto con sospetto: per lui infatti il Vaticano II non va interpretato come rottura ma in continuità col passato.
    Sarà comunque imbarazzante per il Vaticano presentare agli interlocutori dell’ebraismo monsignor Williamson, negazionista in “comunione”.

    23/01/2009 – “Liberazione”

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  6. sparz

    mentre molti particolari del post di Israel non mi convincono, soprattutto quell’accenno finale alla democrazia, in vista dei recenti orrori e, aggiungerei, della repressione interna allo stato di Israele contro chi non è d’accordo con la politica del governo, preferisco dire qualcosa di più generale.
    Non so ci siamo abbastanza interrogati su che cosa vuol dire “dialogo interreligioso”: le tre religioni monoteiste dell’Occidente hanno certo una matrice comune, relativa ad alcuni testi ritenuti sacri e ad alcuni profeti. Tuttavia ognuna di esse crede e sostiene e proclama di essere l’unica vera e santa religione e che gli altri sono persone che sbagliano e che perciò stesso avranno più difficoltà a “salvarsi”. In particolare l’idea di Israele di essere il “popolo eletto” è manifestamente incompatibile con qualsiasi relazione con altri popoli evidentemente non eletti, così come lo è l’idea cristiana e islamica degli “infedeli”. Siccome, per ragioni evidenti, è impensabile che ad un certo punto una, o due, di queste religioni riconosca di essere in errore e ne abbracci dunque un’altra, l’unica strada davvero perseguibile è quella che ognuna delle tre riconosca pienamente il diritto delle altre ad esistere, riconosca cioè la propria relatività all’ambiente nel quale essa è radicata e fiorente. Finché invece prevale l’atteggiamento assolutistico di pensare di essere inesorabilmente nel giusto, qualsiasi dialogo rimane un flatus vocis, o, peggio, un sotterraneo tentativo di convertire gli altri. L’uscita da questa storica impasse passa necessariamente attraverso un atteggiamento di rispetto e di riconoscimento agli altri di una pari dignità. Ma da questo, ahinoi, siamo molto lontani.

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  7. lucy

    respingo l’idea che il terzomondismo di certa sinistra sfoci in floislamismo non sorretto da una seria base culturale finendo per tingersi di antisemitismo. ragionamento che alza barriere di filo spinato spaventose. difendere le ragioni di inermi (e qui si dirà che hamas non è inerme: ma hamas non è i palestinesi. come dire che le brigate rosse erano gli italiani o la sinistra italiana), difendere i deboli non significa dimenticare la shoah. ma proprio in nome della shoah appare quanto mai paradossale che israele infierisca con mezzi non convenzionali su dei disperati.va inoltre ricordato che israele è un paese in cui sono confluiti ebrei che nemmeno sapevano di esserlo e perciò l’equazione israele=ebraismo è un’equazione assurda, da cui deriva l’assurdo di produrre anche la successiva equazione sentimento antisraeliano=antisemitismo. in occidente bisogna restare lucidi e attivarsi per promuovere azioni di difesa dell’elemento debole, di volta in volta, nella questione israelo-palestinese. credo che questo papa poco abbia da offrire sul dialogo interreligioso. da teologo qual è, egli non può che respingere la differenza dichiarando, pur con tutta la delicatezza di cui è capace, l’essenza del cattolicesimo: l’universalità (e la sua supremazia). al che il *dialogo* è una chicca per dar da lavorare alla diplomazia vaticana. con la riserva mentale che dialogo non c’è e non può esserci.

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  8. macondo

    No, nessuna pietra sopra alla storia dell’antisemitismo. Un pensiero che si basa su rimozioni e oblii non va lontano. E a me non interessa. Ma storicizzarlo, l’antisemitismo, questo sì, storicizzare l’olocausto, come del resto mi pare che anche Israel, con sue parole, dica. I processi e le dinamiche storiche sono ben singolari. Con un’immagine, che peraltro abbisognerebbe di ulteriori analisi, di ulteriori messe a fuoco, si può dire che non è infrequente nella storia vedere la vittima farsi carnefice. E, naturalmente, viceversa. Tentare di romperla, questa “dialettica” storica, sarebbe una conquista della civiltà.

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  9. lycopodium

    Il card. Martini, nel libro “Le tenebre e la luce”, edito da Pemme, (che contiene un corso di esercizi spirituali del 2007 sulla Passione secondo Giovanni), a proposito del sinedrio e della sua condanna di Gesù scrive(cfr. http://magister.blogautore.espresso.repubblica.it/):
    “Ci troviamo davvero di fronte al crollo di una istituzione, una istituzione – notiamo – che avrebbe avuto il compito primario di riconoscere il Messia verificandone le prove. Sarebbe stato questo l’atto giuridico più alto di tutta la sua storia. Invece fallisce proprio lo scopo fondamentale […] in vista del quale era sorta”.
    E ancora:
    “Si pone qui un problema gravissimo, quello della possibilità che un’istituzione religiosa decada: si leggono ancora i testi sacri, però non sono più compresi, non hanno più forza, accecano invece di illuminare. […] Le loro menti si sono accecate. Infatti lo spesso velo sino ad oggi rimane non rimosso quando leggono l’Antico Testamento, perché in Cristo soltanto esso si annulla. Anzi, fino ad oggi, quando si legge ad essi Mosé, un velo giace sopra il loro cuore”.
    Qui il card. Martini si esprime allo stesso modo dell’antico testo liturgico tridentino.
    Dunque, ammessa la necessità di fornire una lettura teologica meno ristretta del rapporto Chiesa/antico Israele (di quella classicamente espressa con la “teologia della sostituzione”), per quanto sia questione difficile, occorre dare atto a papa Benedetto di essere un autentico innovatore: paradigmatico è il modo con cui ha affrontato la famosa “Preghiera per i giudei” della liturgia del Venerdì Santo:
    ha corretto l’antico messale, ma nello stesso tempo ha indicato l’autentica lettura della preghiera liturgica di quello nuovo.

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  10. Michele Fabbri

    La questione del dialogo ebraico-cristiano è insignificante perchè il Concilio Vaticano II è stato un suicidio dottrinale e la Chiesa Cattolica di fatto non esiste più, al massimo la si può considerare come una delle tante congregazioni protestanti. Quanto poi alla “democrazia” occidentale teniamo conto che tutti i reati d’opinione in vigore nelle cosiddette “democrazie” (in primis il divieto di ricerca storica)sono stati istituiti su istigazione della comunità ebraica !

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  11. lucy

    certe volte leggere delle bugie-fesserie ci fa riconciliare con noi stessi: ci si sente meno in colpa per qualcosa che c’è sfuggito, perché non meritava forse l’obbligo di informazione, il nostro tempo, le nostre energie mentali. ci si sente meno ignoranti: e insomma, sarà anche ignoranza socratica, ma qualche volta è bello sentirsi un po’ meno out, no?
    ringrazio michele fabbri di darmi in un colpo solo queste notizie inutili e questo senso di benessere. di solito mi sento cretina e sottoinformata.
    michele fabbri: grazie di esistere!

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  12. Michele Fabbri

    Grazie Lucy, sei sempre molto carina…
    Comunque puoi stare tranquilla, il sistema continuerà a fornirti informazioni rassicuranti, come quelle che si leggono su “IL FOGLIO”

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  13. Mario pandiani

    Il dialogo interreligioso è una gran bufala, e serve a politicizzare sempre di più la fede delle persone, trasformandola di fatto in una mera appartenenza culturale.
    in questo momento poi, Israele, lo stato di Israele, ha un palese conflitto di interesse, dunque farebbe bene a non porsi come portavoce del popolo ebraico in un tavolo di questo tipo, ammesso che sia veramente interessato al dialogo.
    Bene, adesso vediamo di dar ragione di queste due affermazioni; per le ragioni espresse da Sparz, sembra evidente che un tavolo comune porta i partecipanti ad un bivio, bivio evidenziato anche nel post, rinunciare alla propria affermazione di essere portatori dell’unica verità a riguardo di Dio o sostenerla e rendere il dialogo di fatto impossibile.
    La cosa scandalosa è che la necessità di questo tavolo di incontro è determinata, non da un progresso umano, bensì da un imbarbarimento delle principali religioni che vi partecipano, infatti uccidere un altro per la sua fede è non solo proibito da ogni religione, ma assurdo anche da un punto di vista laico.
    Prima delle grandi trasformazioni sociali volute dagli imperi coloniali in oriente, la convivenza religiosa era una realtà, condizionata dalla religione dominante, certo, ma le più grandi e prospere comunità ebraiche erano in terre islamiche, in India le due grandi religioni convivevano senza gravi conflitti, la presenza greco ortodossa nella turchia era non solo tollerata, ma spesso a greci venivano affidati incarichi di governo.
    Non per dipingere una situazione idilliaca, ma almeno per confrontarla con l’oriente attuale e con il progredito e democratico occidente che nega la preghiera pubblica ai musulmani immigrati.
    Affermare che ci si salva meglio ad essere musulmani o ebrei o cristiani è un’affermazione che non ha senso criticare, a meno che non diventi un’affermazione politica, dal punto di vista di ogni religione la salvezza è indicata nel proprio cammino spirituale e non in un altro, diversamente i mezzi che le sono propri si relativizzerebbero e diventerebbero poco interessanti.
    Rinunciare a quello che Israel chiama “la siepe della Torah” non solo è contrario all’identità religiosa del popolo ebraico (dell’identità etnica ne parleremo con calma altrove), ma pone il dialogante in una posizione incerta, e fa anche si che in nome di Dio si possano commettere crimini espressamente vietati dalla Torah stessa, (oltre che dalle moderne leggi internazionali) lo stesso vale per i cristiani e i musulmani, come per gli hindu o i buddisti, eccetera.
    Io credo che è solo a partire da un’identità ritrovata, che solo nella consapevolezza che la propria fede è reale e fondante per la vita di ogni credente, solo nell’ortoprassi religiosa possa essere ritrovato il rispetto per l’altro, perchè questo si trova scritto nei fondamenti di ogni religione.
    Per quanto riguarda il conflitto di interesse israeliano, rimanderei la discussione all’imminente giorno della memoria, che sembra esser diventata la nuova siepe, insieme al sionismo, ma è una siepe dietro cui si fanno cose poco religiose ed è sempre più debole, essendo la shoà una moneta inflazionata, per quanto drammatica, una moneta che assomiglia sempre di più ad un credito il cui interesse tende a superare il capitale stesso, ricalcando i modelli della finanza creativa.
    Quello che Israel non dice è che questo nichilismo politico non può in nessun modo essere considerato una realtà religiosa.

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  14. sparz

    Condivido molto di quel che dice Mario P.; aggiungo un altro importante esempio, nella storia dell’Occidente, di coesistenza pacifica e fruttuosa tra le tre religioni monoteiste. Il 31 marzo 1992 il re di Spagna ha solennemente abrogato il decreto di espulsione degli ebrei emanato esattamente cinque secoli prima dalla coppia di “reyes catòlicos” Francesco II d’Aragona e Isabella di Castiglia (soprannominata appunto “la Catòlica). Essi avevano già da qualche anno introdotto in Spagna la “Santa Inquisizione”, con le conseguenze che tutti sanno. Il 1492 dunque, oltre ad essere l’anno della spedizione di Colombo fu anche l’anno in cui definitivamente finì “un periodo unico di di coesistenza spirituale e intellettuale, di conoscenza collaborativa e di tensione comune tra le tre principali religioni monoteiste dell’Occidente. La consapevole interazione tra Giudaismo, Cristianità e Islam nella Spagna medioevale e nella Linguadoca si dimostrò essere non più riproducibile. A tutt’oggi, le testimonianze materiali di questa collaborazione — le iscrizioni in ebraico, latino e arabo e i manoscritti congiunti con i nomi dei maestri di medicina e di legge, islamici, ebrei e cattolici, che troviamo a Toledo, Narbonne e Montpellier — rimangono una testimonianza di ciò che fu e che non si è più ripresentato” (George Steiner, nell’articolo The great tautology contenuto nel volume No passion spent (Faber and Faber, Londra 1996). Molti particolari ad esempio in:
    http://it.wikipedia.org/wiki/Isabella_di_Castiglia

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