Invito alla lettura: Hans Raimund

di
Roberto Nassi

Hans Raimund, Fuggiasco… ma con amore, a cura di Luisa Varesano, MobyDick, 2008.

Hans Raimund, classe 1945, è uomo di poche parole. Schivo, ma non ruvido, timido ma affatto timoroso.

Raffinata cultura cittadina e silvana schiettezza in raro equilibrio. Instabile, direbbe forse lui. Instabile ma tenace.

Lo sguardo, dietro gli occhialetti ellittici, è come in agguato, vivido, immobile, ma di un’immobilità che è il contrario dell’inerzia. Tu, entrato nel suo cerchio d’attenzione, fai fatica a coglierne i pensieri, a studiarne le impressioni, ma percepisci un’intensità di presenza, cogli le orecchie tese (canine più che feline) del suo interesse.

Ha una scontrosa grazia Hans Raimund, come diceva Saba di Trieste. La scontrosità, in verità, è un duplice miraggio nell’opposta prospettiva dell’incontro: di qua il rischio di un’improvvida conclusione da parte dell’interlocutore occasionale, di là il guscio che protegge il gheriglio, il breve viottolo polveroso che devi attraversare per essere accolto entro la staccionata che delimita il terreno degli affetti, uno spazio mentale e sentimentale dove le parole riacquistano peso e sostanza. Quindi verità. Vale la pena sfarinarsi un poco di quel pulviscolo di reale soprattutto quando nel mondo, al di qua di quella staccionata, si sprecano superlativi e frasi fatte e l’amicizia è “facile” (e lustra e senza peso e quindi falsa) come un click nella virtualità di Facebook.

Ho avuto la fortuna di incontrare Hans Raiumund lo scorso settembre a Caorle, dove lo avevo invitato ad una pubblica lettura dei suoi versi. Non so se quella manciata di giorni luminosi in riva all’Adriatico sia bastata per guadagnarmi la sua amicizia (ma la dedica “con amicizia” in inchiostro verde sul foglio di guardia di uno dei suoi libri è lusinghiera). Certo sono grato a Hans per avermi lasciato attraversare quel viottolo polveroso attraverso le pagine dei suoi libri e le parole scambiate nelle calli e bagnate di quella luce settembrina o quelle al ristorante svaporate nella luce elettrica delle lampade.

Ho presto ammirato la corrispondenza tra l’uomo e il poeta. I tratti dell’uomo li ritrovi nel “gesto” della sua poesia. Spoglia, ma non disadorna, essenziale e precisa, antiretorica, virata al sottotono eppure tesa, tremula sotto ogni sillaba. Penso in particolare all’incantevole “Strophen einer Ehe” uscito anche in traduzione italiana nel 1997 per i tipi di Moby Dick. Elegie che sembrano asciugate al sole, dotte e silvane, tenute rasoterra e gonfie di non detto, vibranti di una appassionata (ebbene sì appassionata) reticenza (una delle strategie retoriche centrali di questo poeta asciutto e antiretorico).

E così, adesso, segnalo con piacere al lettore italiano questo Fuggiasco… ma con amore uscito nello scorcio dell’anno appena passato sempre per Moby Dick.

Non un libro di poesia, ma una miscellanea (curata da Luisa Varesano) di saggi, interviste, articoli per lo più a carattere autobiografico, redatti negli anni che scorrono dal 1989 all’inizio del 2008, assieme a un florilegio di quasi una ventina di poesie e tre racconti che chiudono il volume. Un testo utile per cominciare a conoscere l’uomo e il poeta. Ma l’aggettivo autobiografico va ulteriormente ritagliato. Si tratta, più precisamente, di testi che hanno a che fare col lungo soggiorno italiano di Raimund che per più di un decennio (dal 1984) ha vissuto a Duino insegnando tedesco e musica da camera al Collegio del Mondo Unito.

Raimund parla (nella trascrizione delle interviste radiofoniche) e scrive del suo rapporto con Duino, con Trieste, con la gente friulana, con la cultura italiana, i poeti. Riflette su se stesso e sul senso della sua scrittura, rievoca incontri, postilla la sua esperienza di traduttore dalla nostra lingua. I testi letterari inclusi, poesie e racconti, sono legati tra loro dalla filigrana cronologica e dall’avere per lo più in solitari incontri col paesaggio carsico e nella quotidianità della tranche de vie italiana le loro occasioni.

Negli scritti in prosa, punteggiati fin dalle prime pagine dall’immagine del Grenzgänger, del frontaliere, (non solo il soggiorno triestino ha collocato Raimund in terra di confine, la vecchia casa nei boschi vicino alla frontiera con la Repubblica Ceca, l’attuale residenza in un villaggio del Burgenland a pochi chilometri dall’Ungheria riaffacciano il medesimo Leitmotiv, figura di una condizione personale ed esistenziale), negli scritti in prosa dicevo il lettore italiano potrà vedere la sua immagine capovolta nell’occhio dello straniero “villeggiante a lungo termine”, talvolta simile al riflesso di uno specchio deformante (o no? non sarà una certa nostrana – del Nordest e dell’Italia tutta – tendenza all’oleografismo non tanto patriottico bensì autoassolutorio e di mera rendita storica il virus deformante?), e forse sorprendersi (ma dopo il tratteggio che abbiamo fatto dell’uomo potevamo aspettarci altro?) di fronte alla schiettezza di certi giudizi su poeti di ieri e di oggi, sull’intellighenzia triestina, su Trieste in generale, sul proprio paese. E anche su se stesso

… essendo quindi ambizioso e orgoglioso a causa dei complessi di inferiorità che mi porto appresso [l’origine piccolo borghese, ndr], non ho sempre la forza di astenermi dal partecipare ai giochi dei circoli letterari, a cui guardo con scetticismo, e dal farne parte come scrittore

Oppure:

Già da tempo mi sento attratto dalle grandi figure di renitenti – i “falliti” ad esempio Melville e il suo personaggio Bartleby, Robert Walser, Léautaud, Pessoa, Kavafis, anche Thomas Bernhardt (non l’autore ma l’uomo).

Ho una tendenza fatale a lasciar perdere […] lasciarmi dietro ciò che è stato troppo a lungo un’abitudine, il troppo noto. Di scomparire, di sparire, per poi apparire per un po’ da un’altra parte, e infine non riapparire più.

È solo la certezza di questa possibilità a darmi la forza di continuare i giochi della vita, e per un po’ di tempo anche il gioco della letteratura.

Un gioco la letteratura. Un gioco la vita. Le parole pesano. E velano il non detto. Viene da pensare a quei bombardamenti su Vienna sentiti “nei rifugi antiaerei, ancora nella pancia della madre”. Il gioco è come tutti cominciamo a esorcizzare la paura.

Vedo il bambino Hans da molto tempo cresciuto fare prove di sparizione dietro le sue reticenze e poi, abbacinati gli occhi sul foglio dell’ultima ipostasi verbale del suo io, abbracciare la concretezza della donna che ama e accarezzare il pelo dorato del fedele retriever.

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