“Emilio delle tigri” di Giulio Mozzi

salgari_emilio[Sesto ed ultimo appuntamento domenicale con Giulio Mozzi su La poesia e lo spirito. Emilio delle tigri è andato in scena l’11 giugno 2007, a Padova, nell’ambito della manifestazione “Teatri alle Mura”. Inoltre uscì a puntate nel diario, e poi nella rivista “Ore piccole”. Ringrazio l’autore per aver accettato l’invito a pubblicare i suoi racconti su La poesia e lo spirito.. (f.s.)]

 

 

di Giulio Mozzi

 

Scena: uno studio. Una scrivania, attrezzatura per scrivere. Atlanti aperti sulla scrivania. Librerie alle pareti. Fasci di giornali e libri su un divano. Una sola finestra, in fondo, coperta da una tenda bianca.

 

Quando avvengono i vari “eventi sonori”, Emilio e la Voce li ignorano.

 

Entra Emilio Salgari. Si guarda intorno. Va a sedersi alla scrivania.

 

Emilio: Eccomi.

 

Voce: Bene. Allora… Emilio Salgari, nato a Verona nel 1862, residente a Torino, di professione… mi scusi… scrittore di romanzi d’avventura?

 

Emilio: Sono io.

 

Voce: Bene. Che cosa vuole fare?

 

Emilio: Voglio uccidermi.

 

Voce: In che modo?

 

Emilio: Con un colpo in testa.

 

Voce: Ce l’ha la rivoltella?

 

Emilio: Sì.

 

Voce: Faccia vedere.

 

Emilio apre un cassetto della scrivania. Mostra la rivoltella.

 

Emilio: Ecco.

 

Voce: È carica?

 

Emilio: Sì.

 

Voce: Quanti colpi?

 

Emilio: Quattro.

 

Voce: Ha paura di sbagliare per tre volte di fila?

 

Emilio: Non mi prenda in giro. Avevo quattro proiettili.

 

Voce: Il colpo è in canna?

 

Emilio controlla.

 

Emilio: Sì.

 

Voce: Bene.

 

Emilio: Allora, posso fare?

 

Voce: Un momento. Dobbiamo parlare un po’.

 

Emilio ripone la rivoltella nel cassetto.

 

Emilio: Mi dica.

 

Rumore di carte sfogliate.

 

Voce: Bisogna esaminare anzitutto le motivazioni. Lei perché vuole uccidersi?

 

Emilio: Per vendicarmi dei miei editori.

 

Voce: Ma guarda. E che cosa le hanno fatto, quei cattivoni dei suoi editori?

 

Emilio: Mi hanno sfruttato. Mi hanno fatto lavorare come un cane. Loro sono diventati ricchi. Io sono povero.

 

Voce: Ed è tutta colpa dei suoi editori, se lei è povero?

 

Emilio: Sì.

 

Il trillo di un registratore di cassa.

 

Voce: È sicuro, signor… (come se non ricordasse il nome) Salgari, di non essere semplicemente un uomo poco capace negli affari?

 

Emilio: Io sono uno scrittore.

 

Voce: E allora? La sua è una libera professione. I soldi non piovono in tasca a nessuno.

 

Emilio: Tutti gli italiani leggono i miei romanzi.

 

Vociare di folla.

 

Voce: Complimenti. Lei per questo avrebbe il diritto di essere ricco?

 

Emilio: Almeno di non essere povero.

 

Voce: Mi pare che lei abbia una bella casa.

 

Emilio: Appena dignitosa.

 

Rumore di carte sfogliate.

 

Voce: Lei è sposato?

 

Emilio: Sì.

 

Voce: Quanti figli?

 

Emilio: Tre. Due figli e una figlia.

 

Voce: E li ha sempre mantenuti?

 

Emilio: Sempre. Lavorando come un cane.

 

Voce: E in che cosa consiste il suo lavoro?

 

Emilio: Lei lo sa. Sono uno scrittore.

 

Voce: Sì, ma che cosa fa tutto il santo giorno?

 

Emilio: Sto chiuso in questo studio. Penso. Invento. Scrivo.

 

Voce: Tutto qui?

 

Piano, mentre Emilio parla, una musica veloce, dall’aria esotica.

 

Emilio: E leggo, leggo tantissimo. Leggo libri scritti da viaggiatori che hanno visitato i luoghi più lontani della terra. Consulto atlanti, carte geografiche. Studio incisioni, stampe, fotografie che ritraggono paesi lontani, uomini quasi selvaggi, strani animali, eroi quasi sconosciuti.

 

Voce: E poi?

 

Emilio: È tutto qui. Questo è il lavoro di uno scrittore.

 

Voce: E questo lei lo chiama lavorare?

 

Emilio: Perché lei, come lo chiamerebbe?

 

Voce: Giocare con l’immaginazione.

 

Emilio: Per leggere il frutto dei miei giochi di immaginazione, ci sono persone che spendono soldi.

 

Vociare di folla.

 

Emilio: Comperano i giornali che pubblicano le mie storie. Comperano i miei libri. Sono soldi, sa?

 

Voce: Quanti soldi?

 

Il trillo di un registratore di cassa.

 

Emilio: Migliaia di lire. Decine di migliaia di lire. Centinaia.

 

Voce: Bisogna dire che gli uomini spendono soldi per le cose più strampalate.

 

Emilio: Spendono soldi per essere felici. Per distrarsi dalla tristezza della vita.

 

Voce: Parole grosse.

 

Emilio: Così è.

 

Voce: Lei dunque sarebbe una sorta di benefattore dell’umanità? Un dispensatore di felicità? Un liberatore dalla tristezza?

 

Emilio: Se sono stato un benefattore dell’umanità, non lo so. Sono stato un benefattore dei miei editori.

 

Voce: Li ha resi felici?

 

Emilio: Li ho resi ricchi.

 

Il trillo di un registratore di cassa.

 

Voce: Insomma, lei ne fa tutta una questione di soldi.

 

Emilio: Vivere è anche una questione di soldi.

 

Voce: E dunque, com’è che i suoi benefattori, invece di esserle grati, hanno deciso di fare di lei un povero?

 

Emilio: Perché se da una mia storia si guadagnano mille lire, loro se ne tengono novecentonovantanove.

 

Voce: E a lei ne danno una.

 

Emilio: Una sola.

 

Voce: Quindi, vede, il problema è che lei è poco portato per gli affari.

 

Emilio: Io sono uno scrittore.

 

Voce: Ho capito. A lei il denaro le fa schifo.

 

Emilio: Nossignore. Al denaro ci tengo. Col denaro ho mantenuto mia moglie e i miei figli.

 

Una nenia materna cantata a mezza voce.

 

Voce: Li ha mantenuti.

 

Emilio: Sì. Poveramente, ma li ho mantenuti.

 

Voce: Quindi lei è un padre responsabile.

 

Emilio: Sono un padre povero e responsabile.

 

Voce: E per senso di responsabilità, adesso vuole ammazzarsi.

 

Emilio: No. Perché tutti sappiano che i miei editori sono stati inesorabili con me, che certo non avevo fatto loro alcun male. Tutt’altro. Ma a loro non è mai importato nulla della mia vita, della vita di mia moglie e dei miei figli.

 

Voce: Mi pare giusto. Sua moglie l’ha sposata lei. I figli li avete generati insieme. O si è sposato per ordine degli editori?

 

Emilio: Mi prende in giro di nuovo.

 

Voce: No, non la prendo in giro. Le dico come stanno le cose.

 

Emilio: Come stanno?

 

Un rintocco di campana [1].

 

Voce: Lei sa fare una cosa che viene pagata bene. Non è stato capace di farsi pagare bene. Lei è un inetto.

 

Emilio: Se le fa piacere giudicarmi così, va bene: sono un inetto.

 

Voce: A me non piace giudicare così o cosà. Non è il mio giudizio a fare di lei un inetto. Ci sono degli uomini che fuggono, invece di battersi.

 

Emilio: Qui non si tratta di combattere, ma di lasciarsi assassinare lentamente.

 

Voce: Vedo che lei sa come trasformare la viltà in eroismo.

 

Emilio: (col gesto di chi vuol far cadere il discorso) Quanto deve durare questo tormento?

 

Voce: Quanto basta.

 

Emilio: Per me è già abbastanza.

 

Vociare di folla, trilli di registratore di cassa, musica esotica, il pianto di un bambino: tutto sovrapposto.

 

Emilio riapre il cassetto della scrivania. Prende la rivoltella. La guarda. Rivoltella alla mano, va alla finestra, socchiude la tenda, come per capire da dove venga il rumore. Torna al centro della stanza. Porta la rivoltella alla tempia.

 

Voce: Fermo là.

 

Silenzio.

 

Emilio si ferma. Distende il braccio lungo il fianco.

 

Emilio: Che c’è ancora?

 

Voce: Siamo solo all’inizio.

 

Emilio: Non ne posso più.

 

Torna alla scrivania. Rimette la rivoltella nel cassetto, lasciandolo aperto.

 

Voce: Mi dica, che storie raccontano i suoi romanzi?

 

Emilio: Sono romanzi d’avventura.

 

Voce: Si spieghi meglio.

 

Emilio: Uffa. Sono romanzi… con degli eroi, che per un nobile scopo affrontano delle avversità.

 

Un violino suona una melodia tzigana [2].

 

Voce: Tutto qui?

 

Emilio: E le avventure di questi eroi si svolgono sempre in paesi lontani, sconosciuti all’europeo. E io, mentre racconto le avventure, presento gli usi e i costumi di questi paesi lontani, la loro straordinaria fauna, i popoli bizzarri e feroci – ma orgogliosi e fantastici – che li abitano. E così mostro all’europeo, questo essere infiacchito e imbolsito, ridotto a occuparsi ormai solo di commerci e di denari, che cosa solo i veri uomini, gli uomini degni del nome di uomini.

 

Voce: Lei è un vero uomo?

 

Emilio: (dopo un’esitazione) No.

 

La musica si interrompe.

 

Voce: E pretende di insegnare che cosa sono i veri uomini?

 

Emilio: (dopo un’altra esitazione) Sì.

 

Voce: Che cosa sa lei dei veri uomini?

 

Emilio: (con energia) Li ho sognati!

 

Sopra la risposta di Emilio, un colpo di grancassa.

 

Voce: Prego?

 

Emilio: (quasi sommessamente) Li ho sognati.

 

Il frinire di un tamburello.

 

Voce: Questa è bella.

 

Emilio: Ma è proprio così. Il vero uomo è quello che si lascia possedere da un sogno, ed è disposto a dare la vita per realizzarlo. O almeno… (esita)

 

Voce: O almeno?

 

Emilio: (assertivo) O almeno per avere il diritto e la libertà di continuare a sognare!

 

Sopra le parole di Emilio, un colpo di grancassa.

 

Voce: (ride)

 

Emilio: Vede? Tutto ciò che io dico lei lo trova ridicolo.

 

Voce distorta e trasformata di bambino, prima a volume molto basso, poi cresce [3].

 

Voce: Perché lo è.

 

Emilio: Non lo è.

 

Voce: Lei dunque sarebbe un vero uomo, caro… Salgari, perché sogna i veri uomini?

 

Emilio: (triste come colui che pronuncia la propria condanna) No. Io non sono un vero uomo. Sono un uomo che sogna uomini che sognano.

 

Voce: (sarcastico) E i suoi lettori, allora, se ben capisco, mentre leggono i suoi romanzi, sognano i suoi sogni di uomini che sognano.

 

Emilio: È così.

 

Voce: E questi sogni di sogni di sogni danno la felicità? Allontanano la tristezza?

 

Emilio: Ebbene, sì. (enfatico) Questa è la felicità che può avere l’uomo europeo, oggi: il sogno di un sogno di un sogno. Ci sono uomini che sono felici perché hanno sogni, e i miei lettori partecipano del mio sogno.

 

Voce: È una felicità illusoria.

 

Un rintocco di campana. La voce di bambino tace.

 

Emilio: Sì, certo. Mi dica: c’è qualcosa che non sia illusione, che può darci la felicità?

 

Inizia una marcetta scema.

 

Voce: Non sta a me dirlo.

 

Emilio: (gli fa il verso) Non sta a lei dirlo.

 

Voce: Io non faccio commercio di illusioni.

 

Emilio: Ecco, ecco. Adesso l’ha detto.

 

Voce: Che cosa ho detto?

 

Emilio: Lei vuole che gli uomini non abbiano nemmeno la felicità dell’illusione.

 

Voce: Io non voglio niente. Io sono qui per fare domande.

 

Emilio: (guardando il cassetto aperto) Le faccia, allora. E poi mi lasci fare.

 

Voce: E va bene. Se lei non vuole il mio aiuto…

 

Emilio: In che cosa crede di potermi aiutare, lei?

 

Voce: Far vedere le cose come stanno, è un aiuto.

 

Emilio: Sì, a far venire la voglia di spararsi.

 

Voce: Veramente, questa è la sua idea fin dall’inizio.

 

Un rintocco di campana. La marcetta tace.

 

Emilio: Sì.

 

Voce: Non ha intenzione di cambiarla?

 

Emilio: No.

 

Voce: Lei è un cliente difficile.

 

Emilio: Non l’ho chiamata io.

 

Voce: È vero. Ma questo è il mio mestiere. Lei sogna e fa sognare sogni di sogni. Io vedo le cose.

 

Emilio: Mi dica le cose, allora.

 

Mentre la Voce parla, ripetuti colpi di campana.

 

Voce: Le cose sono quello che sono. Lei non è un vero uomo. Lei sogna quelli che crede siano veri uomini. Poi un giorno si confronta agli uomini che sogna, e si rende conto di non essere un vero uomo. Quindi decide di ammazzarsi. Punto.

 

Emilio: Questo è il momento. Grazie per il conforto. (afferra la rivoltella dal cassetto aperto)

 

Voce: Fermo là!

 

Emilio: (posa la rivoltella sulla scrivania) Che c’è ancora?

 

Voce: Devo richiamarla alle sue responsabilità.

 

Emilio: Lo faccia.

 

Voce: Lei ha una moglie e tre figli. Come creda che sopravviveranno, dopo la sua morte?

 

Una luce lampeggia da dietro la finestra. Ad ogni lampo si fa più intensa.

 

Emilio: Lavoreranno. Si guadagneranno da vivere. Come fanno tutti.

 

Voce: Lei che cosa lascia loro?

 

Emilio: Un po’ di manoscritti, che potranno vendere. Dei contratti, che potranno far rispettare. Una buona educazione, che ho cercato di impartire loro. E soprattutto, lascio loro l’onore.

 

Voce: Questo mi interessa. Che onore lascia loro?

 

Emilio: Lascio loro l’onore di un uomo che, avendo assaggiata l’umiliazione, preferisce togliersi la vita piuttosto che doverla inghiottire.

 

Una nenia materna cantata a mezza voce, prolungata.

 

Voce: (derisoria) Che nobili parole!

 

Emilio: No, non sono parole nobili. Sono le uniche parole che mi rimangono.

 

Voce: In sostanza, lei si disinteressa del futuro di sua moglie e dei suoi figli, pur di conservare questa cosa che chiama onore.

 

Emilio: L’onore è la più grande delle eredità.

 

La luce dietro la finestra si spegne di colpo.

 

Voce: (applaude a lungo)

 

Emilio: Lei è più ridicolo di me.

 

Voce: Lo pensi pure.

 

Emilio: Penso quello che penso. Ha finito con le sue domande?

 

Voce: Ne ho ancora una.

 

Emilio: La faccia.

 

Voce: Ha idea di che cosa la aspetta dopo?

 

Torna la marcetta scema.

 

Emilio: Dopo cosa?

 

Voce: Non sia ridicolo. Dopo che si sarà sparato.

 

Emilio: (guarda la rivoltella sulla scrivania) Non lo so. Non so che cosa mi aspetta.

 

Dietro la finestra, una luce rossa, danzante.

 

Voce: Lei non è cristiano?

 

Emilio: Lo sono come tutti.

 

Voce: E cioè?

 

Emilio: Mediocremente.

 

Voce: Si spieghi.

 

Emilio: Non fare agli altri quello che non vorresti fosse fatto a te. Fa’ agli altri quello che vorresti fosse fatto a te. Tutto qui. Questo mi pare buonsenso. Tutto il resto non lo so, non so se è vero, se non lo è. Dio, la creazione, gli angeli…

 

Voce: Il giudizio universale.

 

Emilio: Il giudizio universale. Non lo so. La nostra vita ci giudica. La vita degli altri ci giudica.

 

Voce: E la sua morte giudicherà i suoi editori.

 

Emilio: (di scatto) È vero!

 

Contemporaneamente alla battuta di Emilio, un colpo di grancassa fa tacere la marcetta scema. La luce rossa continua a danzare dietro la finestra.

 

Voce: Non è vero.

 

Emilio: Lei che ne sa?

 

Voce: Lo so.

 

Emilio: (sconsolato) E io invece non lo so. Lo spero.

 

Voce: Lo sogna.

 

Emilio: Ebbene sì, lo sogno. Ho il diritto di sognare.

 

Una pausa.

 

Emilio: Ha finito?

 

Voce: Sì.

 

Emilio: Posso spararmi?

 

Voce: Se è questo che vuole.

 

Rumore di carte sfogliate.

 

Emilio prende la rivoltella. La tiene in mano e la guarda.

 

Vociare di folla, trilli di registratore di cassa, musica esotica, il pianto di un bambino: tutto sovrapposto.

 

Emilio alza la mano armata.

 

Voce: Ha preparato le lettere?

 

Emilio: (con un sospiro, lasciando cadere il braccio) Sì.

 

Voce: Per tutti?

 

Emilio: Per mia moglie, per i miei figli, per gli editori.

 

Voce: Dove sono?

 

Emilio: Qui, sulla scrivania. (Mostra tre buste)

 

Voce: Bene.

 

Emilio: Posso?

 

Voce: L’ho già detto. Se è questo che vuole, sì.

 

Emilio: Era tempo. Le mie forze se ne andavano.

 

Emilio si porta la rivoltella alla tempia. Resta immobile per qualche secondo. Chiude gli occhi. Li riapre. Volta le spalle al pubblico.

 

Emilio: Partiamo.

 

Spara. Cade a terra.

 

La luce rossa si spegne all’improvviso. Il rumore di un treno che passa. Sovrapposto al rumore del treno, non bene distinguibili, le parole “Lieta no, ma sicura” [4].

 

Quando torna il silenzio, Emilio si rialza. Si toglie la polvere dai vestiti.

 

Voce: Com’è andata?

 

Emilio: Pensavo peggio.

 

Voce: Sentito male?

 

Emilio: No.

 

Si porta la mano alla tempia. La guarda.

 

Emilio: Non c’è sangue.

 

Voce: Lei non è più vivo. Non ha più sangue.

 

Emilio: Dunque sono morto?

 

Voce: (canzonatorio) Se non è più vivo, sarà morto: non le pare?

 

Un rintocco di campana.

 

Emilio: (disgustato) Inoppugnabile. (Si guarda intorno, si aggira per lo studio. Prende un libro dallo scaffale, lo sfoglia per un attimo) Sembra tutto come prima.

 

Voce: Non è per niente come prima.

 

Emilio: Mi aspettavo qualcosa di diverso.

 

Voce: Le avevo detto, che sarebbe stata una bella sorpresa.

 

Emilio: Non l’aveva detto.

 

Voce: (affettato) Mi sarò scordato.

 

Emilio continua ad aggirarsi per la stanza. Raccoglie la rivoltella da terra. La apre.

 

Emilio: Manca un colpo.

 

Voce: Eh sì.

 

Emilio: Quindi mi sono sparato davvero.

 

Voce: Eh sì.

 

Emilio: Quindi sono morto davvero.

 

Voce: Eh sì.

 

Emilio: Non sa dire altro?

 

Voce: È lei che dice ovvietà.

 

Emilio: Ovvietà, ovvietà… Non capisco. Che cosa succederà, ora?

 

Voce: Niente.

 

Emilio: Come, niente?

 

Voce: Non succederà assolutamente niente.

 

Emilio: Ne è sicuro?

 

Voce: Per sempre.

 

Emilio: (grida) Per sempre?

 

Voce: Eh sì.

 

Emilio: (va a sedersi alla scrivania) Quindi è questo, quello che chiamiamo l’aldilà?

 

Voce: Esca da questa stanza.

 

Emilio: Come sarebbe?

 

Voce: Provi a uscire da questa stanza.

 

Emilio va alla porta. La porta non si apre. Va alla finestra. Apre le tende. Oltre il vetro, è tutto nero.

 

Emilio: È uno scherzo?

 

Voce: No. È la morte.

 

Emilio: La vita dopo la morte.

 

Voce: No, la morte e basta.

 

Emilio: Ma sono vivo o morto?

 

Voce: Veda lei. (sghignazza)

 

Emilio: Sono un fantasma?

 

Voce: No.

 

Emilio: Che cosa sono?

 

Voce: Emilio Salgari, scrittore di romanzi di avventure, nato a Verona nel 1862, suicida a Torino nel 1911.

 

Emilio: E dovrò stare qui per sempre?

 

Voce: Sì.

 

Emilio: Senz’altro da fare che stare qui?

 

Voce: Sì.

 

Emilio: Non ci credo.

 

Voce: Faccia a meno di crederci.

 

Una pausa lunga.

 

Emergono e scompaiono le parole “Cosa arcana e stupenda” [5].

 

Emilio: C’è ancora?

 

Voce: Sono qui.

 

Emilio: Anche lei resterà qui per sempre?

 

Voce: “Per sempre” non è la parola adatta per me.

 

Emilio: Si spieghi.

 

Voce: Per quanto mi riguarda, “un istante” e “per sempre” sono la stessa cosa, per me.

 

Emilio: Lei è Dio?

 

Voce: No.

 

Emilio: Il diavolo?

 

Voce: No.

 

Emilio: E che cos’è lei, allora?

 

Voce: Ci sono delle tenebre attorno a me, che è meglio non squarciare. Diciamo che sono un sogno.

 

Una musica nel fondo, basso volume [6].

 

Emilio: Un sogno mio? Lei vuol dire che non sono morto davvero?

 

Voce: Non sono un sogno suo. Sono un sogno e basta. Sono un sogno vero. E lei è morto davvero.

 

Emilio: Ma… Parlo, mi muovo.

 

Voce: Se è vita questa.

 

Emilio: E non posso uscire di qui.

 

Voce: Non può.

 

Emilio: E avrò per sempre la sua compagnia.

 

Voce: Avrà la mia compagnia in quel modo che lei descrive dicendo: “Per sempre”.

 

Emilio: È complicato.

 

Voce: Ci si abituerà.

 

Una pausa.

 

La musica aumenta pian pianino di volume.

 

Emilio: E…

 

Voce: Mi dica.

 

Emilio: E quella cosa che certi dicono, che i morti possono sapere le cose che accadono nel mondo?

 

Voce: Ah, si dice questo.

 

Emilio: Sì. Ma è vero o no?

 

Voce: Parzialmente vero.

 

Emilio: Si spieghi.

 

Voce: Io so che cosa accade nel mondo.

 

Emilio: Ed è disposto a dirmelo?

 

Voce: Perché no?

 

Alla finestra, un lampo. Un tuono. La musica si interrompe.

 

Emilio: Quale contrasto! Al di fuori l’uragano e qua io! Quale il più tremendo?

 

Va alla finestra. Si sente ancora tuonare, ma fuori della finestra è tutto nero, come prima. Torna verso il centro della stanza.

 

Emilio: Cosa sta succedendo adesso? Come sta mia moglie? Come stanno i miei figli?

 

Voce: Sua moglie è in manicomio. I suoi due figli maschi si sono ammazzati.

 

Emilio: È successo tutto questo?

 

Voce: È successo, o succederà.

 

Emilio: Ma è successo o succederà?

 

Voce: Per me non è tanto differente.

 

Emilio: Dio mio!…

 

Voce: Il suo, eh!

 

Emilio: Il mio che?

 

Voce: Il suo Dio.

 

Emilio: Che cosa vuol dire.

 

Voce: Se la prenda con il suo Dio, se vuole.

 

Emilio: E il suo, di Dio, qual è?

 

Voce: Non me ne occupo. Io mi occupo di trasporti.

 

Musica, rumore di elicotteri [7].

 

Emilio: Di trasporti?

 

Voce: Lei era vivo nel mondo dei vivi, ora è morto nel suo mondo da morto. Io mi sono occupato del trasporto.

 

Emilio: Non capirò mai.

 

Voce: Oh, avrà un sacco di tempo.

 

Emilio: Già, per sempre

 

Ancora si aggira per la stanza, toccando le cose come per controllare che siano vere, ecc. La musica e il rumore di elicotteri crescono di volume.

 

Emilio: (parlando forte per farsi sentire sul rumore) E i miei editori?

 

Voce: Ah, i suoi editori.

 

Emilio: Già, i miei editori. Che ne è di loro?

 

Voce: Oh, stanno benone. Hanno continuato a fare fortuna con i suoi romanzi.

 

Emilio: (ormai gridando) Non si è levato sdegno contro di loro, per aver costretto un loro autore, l’autore di romanzi più famoso d’Italia, ad ammazzarsi?

 

Voce: No.

 

Emilio: Nessuno ha rinfacciato loro la loro ingiustizia?

 

Voce: Perché mai?

 

Emilio: E la mia lettera? (cerca la lettera agli editori sulla scrivania, ma le lettere non ci sono più)

 

Voce: Ah, quella. È stata pubblicata dai giornali.

 

La musica e il rumore di elicotteri si interrompono di colpo.

 

Emilio: (illuminandosi) Bene! Ben gli sta!

 

Un rintocco di campana.

 

Voce: E gli editori, come tutta risposta, hanno fatto pubblicare le distinte delle somme che le hanno versate in tutti gli anni di contratto.

 

Emilio: Somme miserabili!

 

Voce: So che le darò un dispiacere, ma non è questo che hanno pensato e scritto i giornalisti.

 

Emilio: Cos’hanno scritto?

 

Voce: Hanno scritto che i suoi guadagni erano ragguardevoli.

 

Di nuovo, musica ed elicotteri, prima piano poi in crescendo.

 

Emilio: Ragguardevoli!

 

Voce: E che lei non era capace di amministrare i suoi soldi. Che forse giocava.

 

Emilio: Non è vero!

 

Voce: Che spendeva somme enormi per acquistare oggetti esotici e libri rari.

 

Emilio: Mi servivano per il mio lavoro!

 

Voce: E infine, che lei era debole di nervi, spesso turbato ed esagitato. Che forse, nella sua mente, i sogni avevano preso il sopravvento sulla percezione del reale. E, infine, che probabilmente si drogava.

 

Musica e rumore assordanti.

 

Emilio: (grida più forte che può) Falso, tutto falso!

 

Voce: Veda lei. E poi c’è la faccenda di suo padre.

 

La musica e il rumore di elicotteri si interrompono di colpo.

 

Emilio: (cambiando completamente tono) Il mio povero padre.

 

Voce: Suicida anche lui.

 

Emilio: Povero papà.

 

Voce: Evidentemente una malattia nervosa percorreva tutta la famiglia. Così hanno scritto i giornali.

 

Emilio: Infami!

 

Voce: D’altra parte, il suicidio di entrambi i suoi figli non può che confermare questa opinione. E sua moglie…

 

Emilio: Mia moglie era malata di povertà!

 

Voce: Di povertà o d’altro, quel che è certo è che morta in manicomio.

 

Emilio si siede per terra.

 

Voce: Come le avevo detto chiaro e tondo, non è servito a niente.

 

Ancora musica ed elicotteri, ma a volume costantemente basso.

 

Emilio: Non me l’aveva detto.

 

Voce: Me ne sarò scordato.

 

Una pausa.

 

Voce: Comunque…

 

Emilio: Comunque?

 

Voce: Se questo può essere per lei una consolazione…

 

La marcetta scema, ma sempre a basso volume, si sovrappone agli altri suoni.

 

Emilio: Quale consolazione posso avere?

 

Voce: Se questo può essere per lei una consolazione, i suoi romanzi hanno continuato a vendersi come il pane.

 

Emilio: Perché erano necessari, come il pane.

 

Un colpo di grancassa.

 

Voce: I suoi editori hanno fatto dei bei soldi.

 

Emilio: (furioso) Stia zitto!

 

Voce: (come non avesse sentito) Naturalmente hanno pubblicato anche tutti i suoi romanzi e racconti che lei ha lasciati manoscritti…

 

Emilio: Avranno pagato bene, spero!

 

Voce: Così così. Sua moglie era disperata, li ha dati via per poco.

 

Un rintocco di campana. Tutti i suoni si interrompono.

 

Emilio: (dimenandosi) Animali!

 

Voce: Poi, visto che tutti continuavano a desiderare i romanzi di Salgari, sono spuntati fuori i manoscritti nuovi.

 

Emilio: Cosa dice?

 

Voce: Eh sì. Si ricorda quel tipo, quella specie di suo segretario…

 

Emilio: Quello che mi faceva le belle copie?

 

Voce: Appunto. Sa com’è, si è presentato agli editori, ha detto di essere in possesso di ulteriori manoscritti…

 

Emilio: Mentiva!

 

Voce: Eh, mentiva, mentiva… Diciamo che ha saputo cogliere l’occasione.

 

Emilio: E che cosa ha fatto?

 

Voce: Ha stipulato dei lauti contratti.

 

Emilio: A nome mio?

 

Voce: Per romanzi che lui diceva essere scritti da lei, mancanti solo dell’ultima mano, o di qualche scena, o del finale.

 

Emilio: Gli editori non potevano credergli.

 

Voce: E infatti, non gli hanno creduto. Ma gli hanno fatto i contratti.

 

Emilio: Come hanno potuto?

 

Voce: L’unica cosa di valore di quei romanzi, era il suo nome. Il suo segretario ha venduto il suo nome.

 

Musica ed elicotteri, vanno e vengono.

 

Emilio: Ma non aveva nessun manoscritto mio!

 

Voce: Però diceva di averli.

 

Emilio: Insomma, si è fatto pagare per scrivere dei romanzi fingendo che fossero miei.

 

Voce: Peggio.

 

Emilio: Che cosa c’è di peggio?

 

Voce: Si è fatto pagare, e con una parte di quei soldi – una parte piccolissima, le dirò – ha pagato uno studentello…

 

Emilio: Due volte ladro!

 

Voce: …ha pagato uno studentello dalla fervida fantasia, il quale per un tozzo di pane ha sfornato uno dopo l’altro una mezza dozzina di romanzi di Salgari…

 

Emilio: (sprezzante) Romanzi orribili, immagino.

 

Voce: Non peggiori di certi suoi, le dirò.

 

Un rintocco di campana.

 

Emilio: (piccato) Quando si scrive per necessità, spinti dalla fame, sentendo sul collo il fiato degli editori e dei creditori, può capitare di scrivere cose non degne.

 

Voce: E si figuri quanta fame aveva quello studentello.

 

Emilio: Questo studentello, come lei lo chiama, lo compatisco. E, le dirò, lo considero un fratello nella malasorte. Una vittima, come me, della cupidigia degli editori e dell’immoralità degli scribacchini.

 

Voce: Oh là. Queste sono parole dignitose.

 

Emilio: Mi prende ancora in giro?

 

Voce: Non mi permetterei mai.

 

Emilio: Non si permetterebbe mai… Non ha mai fatto altro.

 

Libera il divano da libri e carte. Si stende.

 

Musica: “Trio” [8]. Va fino alla fine.

 

Emilio: Io non ho preteso mai di essere un grande scrittore. Ma ero un uomo che faceva sognare.

 

Voce: Be’, di questo si è discusso a lungo, sa?

 

Emilio: Davvero?

 

Voce: Davvero. Ogni tanto qualcuno si alza in piedi a dire che Emilio Salgari è stato il più grande romanziere italiano.

 

Emilio: Bella consolazione.

 

Voce: E subito si alza in piedi qualcun altro a dire che no, che i romanzi di Emilio Salgari sono tutti paccottiglia.

 

Emilio: Non può importarmene, ormai.

 

Voce: Pensi: un giornalista scrisse, letteralmente: “Per la letteratura italiana, Emilio Salgari ha fatto cose più grandi di quante ne abbia fatte Giacomo Leopardi”.

 

Emilio: (incapace di trattenere il compiacimento) Addirittura?

 

Voce: Addirittura. Lo licenziarono subito, naturalmente.

 

Emilio: Lei fa apposta a farmi male.

 

Voce: Il male c’è. Io non c’entro.

 

Emilio: Per una volta devo darle ragione.

 

Voce: Bene. Allora, giunti a questo punto, penso che abbiamo finito.

 

Emilio: Come sarebbe a dire.

 

Voce: Sarebbe a dire che basta, che non abbiamo più niente da dirci.

 

Emilio: E quindi?

 

Voce: E quindi io me ne vado.

 

Emilio: Non aveva detto che sarebbe stato qui per sempre?

 

Voce: Le ho detto che “per sempre” non è un’espressione che significhi molto, per me.

 

Emilio: E io?

 

Voce: Lei resterà qui.

 

Emilio: (angosciato) Da solo? Per sempre?

 

Voce: (irridente) Sì. Da solo. E, come dice lei, “per sempre”.

 

Emilio: E che cosa farò? Che cosa farò, per sempre?

 

Voce: Quello che sa fare.

 

Emilio: Nella mia vita ho saputo solo sognare.

 

Voce: Sognare sogni di sogni.

 

Emilio: Non farò dunque altro, d’ora in poi?

 

Voce: Non è, se mi è permesso il gioco di parole, non è sempre stato il suo sogno, questo?

 

Emilio: Sì.

 

Voce: Ebbene, realizzi il suo sogno.

 

Emilio: Sognerò per sempre?

 

Voce: Sì, sognerà per sempre. Sognerà sogni di sogni. E molte, molte persone, nei decenni e forse nei secoli, sogneranno di suoi sogni di sogni.

 

Emilio: In fondo non è male.

 

Voce: Basta che lei voglia.

 

Emilio: Sì, lo voglio.

 

Voce: Allora bisogna ritornare all’inizio.

 

Emilio: Quale inizio?

 

Voce: All’inizio di questo sogno.

 

Emilio: Che cosa devo fare?

 

Voce: Si stenda in terra.

 

Emilio si stende in terra, nello stesso punto e nella stessa posizione dov’era caduto suicidandosi.

 

Voce: È pronto?

 

Emilio: Sono pronto.

 

Voce: Bene. Arrivo.

 

Voce entra in scena. Si avvicina al cadavere di Emilio Salgari. Si siede sui talloni. Allunga una mano, gli chiude gli occhi.

 

Voce: (gridando) Emilio Salgari è morto, e per sempre!

 

Dalla Sequenza per voce di Berio, dall’inizio delle grida attorno alla metà del settimo minuto (dipende, ovviamente, dalle esecuzioni) fino alla risata, al termine della quale si fa silenzio improvviso.

 

Buio.

  


 

[1] Ad esempio, quello con cui comincia il Poème electronique di Edgar Varèse.

[2] Ad esempio, Tula, dal cd di David Byrne The forest.

[3] Ad esempio, frammenti da Gesang der junglinge, “Canto dei giovani nella fornace”, di Karlheinz Stockhausen.

[4] Dal Coro di morti di Goffredo Petrassi, su testo di Leopadi (dall’Operetta morale “Coro di morti nello studio di Federico Ruysch”).

[5] Sempre dal Coro di morti.

[6] Ad esempio l’inizio della la traccia 2/2 da Music for airports di Brian Eno, nell’esecuzione dei Bang on a Can.

[7] Da Helicopterquartet di Karlheinz Stockhausen.

[8] Da King Crimson, Starless and Bible Black.

***

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2 pensieri su ““Emilio delle tigri” di Giulio Mozzi

  1. rmorresi

    sognare sogni di sogni: mi ricorda qualcosa di michael ende, lo specchio nello specchio, mi pare. inevitabile pensare ai modi dell’odierno marketing e alle contemporanee illusioni del libro, ma soprattutto: che storia potente e tremenda…
    un saluto
    r

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